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	<title>archeologica toscana &#187; MANF &#8211; Percorsi</title>
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	<description>Sezione Didattica della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana</description>
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		<title>Riflessi della grande pittura greca sui vasi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 10:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Berutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La grande pittura – pittura murale o pittura da cavalletto – ha conosciuto in Grecia, durante l’epoca classica, una magnifica fioritura. Le fonti antiche tramandano i nomi di personalità artistiche di primo piano, il cui genio creativo sembra talvolta abbia superato quello dei maestri della grande plastica. Sfortunatamente però, se conosciamo molti aneddoti su Polýgnotos [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La grande pittura – pittura murale o pittura da cavalletto – ha conosciuto in Grecia, durante l’epoca classica, una magnifica fioritura. Le fonti antiche tramandano i nomi di personalità artistiche di primo piano, il cui genio creativo sembra talvolta abbia superato quello dei maestri della grande plastica. Sfortunatamente però, se conosciamo molti aneddoti su Polýgnotos e Mikon, <a href="http://www.archeologicatoscana.it/zeusi/">Zeusi</a> e <a href="http://www.archeologicatoscana.it/parrasio/" target="_blank">Parrasio</a> e molti altri, se sappiamo ricostruire i molti temi che hanno trattato e i caratteri salienti della loro arte, ci manca l’essenziale contatto con le opere originali. Il supporto deperibile (di solito grandi tavole in legno) o la distruzione degli affreschi non ci hanno conservato i lavori dei grandi maestri, che possiamo rintracciare solo nelle trasposizioni dell’arte musiva o della decorazione vascolare.<br />
Le botteghe dei <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ceramografo/">ceramografi</a>, nonostante la limitazione tecnica legata all’uso di pochi colori a base di argilla e alle dimensioni dei vasi, sono a volte il laboratorio di artisti che sperimentano lo scorcio, la prospettiva o composizioni articolate, e sono il riflesso puntuale delle opere su larga scala, i cui schemi circolavano attraverso agili cartoni.<br />
Attraverso gli esemplari di ceramica attica esposti al Museo Archeologico di Firenze è possibile ripercorrere in tappe fondamentali l’evoluzione e i progressi della grande pittura greca.</p>
<p><strong><a href="http://www.archeologicatoscana.it/eta-classica/">L’età classica</a> (480 a.C. – 330 a.C.)</strong></p>
<p>Il periodo classico è quello in cui si realizzano alcune conquiste fondamentali rispetto alla ricerca greca della resa sempre più naturalistica del corpo umano e della sua collocazione nello spazio: negli anni intorno al 480 a.C. i pittori hanno raggiunto un alto livello di esattezza anatomica nella resa della figura umana, tuttavia sarà necessario il cammino di oltre un secolo per arrivare ad esprimere, con il chiaroscuro e con una diversa disposizione della figura nello spazio, sentimenti complessi e scene “psicologicamente” azzeccate.<br />
La <em>pelìke</em> a figure rosse (inv. <strong>3985</strong>) in <strong>SALA 14</strong> è un buon punto di partenza nel nostro percorso: è datata al 490 a.C. ed è decorata con due episodi della saga di Teseo, l’uccisione del Minotauro sul lato A e la lotta con il brigante <em>Sìnis</em> sul lato opposto. Le figure dei protagonisti coprono l’intera superficie del vaso e Teseo è ritratto nel momento culminante dei due scontri, tuttavia la drammaticità della scena è espressa da una sorta di ieraticità dei personaggi, piuttosto che da una concitazione nei movimenti. Sono le caratteristiche della tecnica del <a href="http://www.archeologicatoscana.it/pittore-di-berlino/">Pittore di Berlino</a>, cui il vaso è attribuito, famoso per la semplice solennità delle figure ritratte, tanto che spesso egli spezza la scena sui due lati di uno stesso vaso, concentrandosi sui singoli personaggi con un’arte più vicina a quella dello scultore.</p>
<p>Con il <a href="http://www.archeologicatoscana.it/pittore-di-kleophrades/">Pittore di <em>Kleophràdes</em></a>, invece, si nota un maggiore interesse a problemi di movimento e di colore: il frammento di <em>skýphos</em> (inv. <strong>4218</strong>) esposto nella stessa sala, è decorato con una scena molto intensa di Iris insidiata dai Centauri, una variante che sostituisce i tradizionali Sileni giunti a bloccare la messaggera degli dèi nel tragitto per portare le vittime sacrificate agli abitanti dell’Olimpo. L’artista sceglie di cimentarsi con una scena di movimento che lo spinge a sperimentare tutte le possibilità della nuova tecnica “a figure rosse”: il profilo nitido di Iris si distingue tra i volti animaleschi dei Centauri, per uno dei quali il pittore azzarda la resa di prospetto; con pennellate veloci di vernice diluita, la concitazione del momento è palpabile nelle espressioni dei protagonisti, mentre la superficie del vaso sembra in effetti troppo piccola per contenere il movimento nervoso del centauro con il braccio alzato e della dea bloccata da ambedue le parti, le cui ali spiegate non riescono a spiccare il volo.</p>
<p>Contemporaneo al Pittore di <em>Kleophràdes</em> è il <a href="http://www.archeologicatoscana.it/pittore-di-brygos/">Pittore di <em>Brýgos</em></a>, di cui è esposta una <em>kylix</em> (inv. <strong>3949</strong>) decorata con scene di <em>kòmos</em> in cui si riconoscono le stesse spinte verso una rappresentazione più articolata che abbandoni la ieraticità delle figure della generazione precedente.<br />
Tuttavia si tratta di esempi isolati: in generale nel secondo quarto del V sec. a.C. i ceramografi non sono ancora pronti ad abbandonare le caratteristiche dell’età arcaica e solo di rado si incontrano personalità particolari che ci fanno intravedere quanto la “grande pittura” stesse evolvendosi nei temi e nella tecnica.</p>
<p>La <em>kylix</em> su fondo bianco (inv. <strong>75409</strong>) detta del <a href="http://www.archeologicatoscana.it/pittore-di-lyandros/">Pittore di <em>Lýandros</em></a><em> </em> dal nome iscritto all’interno, è datata 470 e 460 a.C. ed è uno degli esempi di tecnica policroma su vasi, che avrà una maggiore fortuna qualche decennio più tardi nella produzione quasi seriale di <em>lèkythoi</em> funerarie. La figura di Afrodite campeggia in grande solennità, affiancata da amorini, e quindi, ancora una volta, il riferimento alla pittura su tavola o degli affreschi contemporanei va rintracciato più nella tecnica che nella composizione.</p>
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		<title>Il rito funerario in Grecia nelle decorazioni vascolari del Museo Archeologico di Firenze</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 12:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Berutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La maggior parte dei vasi e degli oggetti che riempiono le sale dei musei archeologici del mondo occidentale deriva da scavi di tombe e ne costituisce il corredo funebre: l’analisi dei contesti, unitamente al confronto con le testimonianze letterarie della poesia epica o lirica, con i testi epigrafici di leggi specifiche e alcuni lessici sia greci che romani, ha permesso di delineare gli usi e costumi dei diversi centri greci così come si evolsero nel corso dei secoli.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“All’alba tu, Agamennone, signore di popoli, da’ ordine che portino legna e preparino quanto è necessario ad un morto perché possa discendere nell’ombra nebbiosa e il fuoco indomabile rapidamente lo bruci e dissolva”</em><br />
Omero, Iliade libro XXIII, vv. 50-51</p>
<p>Il rito funerario in Grecia conosce forme diverse nel corso dei secoli, con caratteristiche legate a volte a tradizioni locali. Nella lettura dei poemi omerici, in particolare dell’Iliade, sono descritte grandiose cerimonie funebri, con il morto splendidamente abbigliato e adagiato su una pira, con offerte a lui dedicate, talvolta anche cruente, con pianti e canti funebri, infine con giochi di abilità e destrezza e imponenti banchetti organizzati per meglio rendere omaggio al personaggio illustre.<br />
La maggior parte dei vasi e degli oggetti che riempiono le sale dei musei archeologici del mondo occidentale deriva da scavi di tombe di cui costituiscono i corredi funebri: l’analisi dei contesti, unitamente al confronto con le testimonianze letterarie della poesia epica o lirica, con i testi epigrafici di leggi specifiche e alcuni lessici sia greci che romani, ha permesso di delineare gli usi e costumi dei diversi centri greci così come si evolsero nel corso dei secoli.</p>
<p><strong>I corredi funerari</strong><br />
Le trasformazioni dell’aspetto esteriore della tomba si accompagnano ai cambiamenti nell’uso degli oggetti da deporre accanto al defunto e naturalmente al tipo di sepoltura: i riti più antichi sembrano aver privilegiato la cremazione, mentre in età classica si diffonde in Grecia la pratica dell’inumazione e nel IV sec. a.C. è difficile individuare una scelta prevalente.</p>
<p>L’esistenza del corredo funerario è connaturata all’idea stessa di sepoltura: accanto al defunto si depongono alcuni oggetti che, più che svolgere una funzione pratica per un ipotetico utilizzo nella vita oltre la morte, servono al momento del rito per indicare chiaramente a chi vi partecipa l’identità del morto, il suo ruolo nella società. Durante il rito della sepoltura i parenti riuniti attorno alla tomba vi depongono alcuni oggetti e, a volte, ne raccolgono altri in una fossa poco lontano, dedicandoli al defunto: nel corso dei secoli si assiste a una diminuzione del materiale tombale a favore di quello della fossa per offerte (nota nella letteratura archeologica con il termine tedesco <em>Opferrinnen</em>). Nell’VIII sec. a.C. c’è una maggiore attenzione al corredo rispetto alla parte visibile della tomba, mentre tra il VII e il VI sec. a.C. prende il sopravvento l’aspetto monumentale della tomba a scapito, così sembra, della ricchezza degli oggetti deposti insieme al morto, mantenendo invece piuttosto elevata la qualità dei vasi delle “<em>Opferrinnen</em>”; in età classica la stele funeraria diventa un manifesto della vita del morto, non solo con epitaffi toccanti ma con le immagini stesse che raffigurano il cittadino probo e la donna esempio di specchiata virtù. Le leggi suntuarie intervengono di tanto in tanto a limitare ostentazioni e sprechi e quelle più note rimangono le leggi soloniane (VI sec. a.C.), riprese dalla legge <em>Ioulis</em> nel V sec. a.C. e poi da un altro decreto nel IV sec. a.C.: l’interesse del legislatore è volto non solo a un aspetto morale del costume ma anche e soprattutto a norme igieniche, limitando alcuni usi tradizionali che, tenendo aperta la casa alle visite al defunto, esponevano parenti e amici a contaminazioni pericolose.</p>
<p>Pur nella molteplicità di casi specifici e nelle tante trasformazioni rituali, la tipologia dei vasi dedicati al defunto presenta nella stragrande maggioranza vasi da banchetto, vasi potòri o piatti per offerte di cibo, contenitori per vino o acqua, strumenti tipici della riunione conviviale. Il banchetto funebre costituiva infatti un uso imprescindibile del rito funerario di qualsiasi epoca: nelle necropoli ateniesi sono stati ritrovati interi servizi da tavola, in Argòlide (regione nordorientale del Peloponnèso) il vaso potorio è deposto accanto alla testa del defunto in alcune tombe a inumazione, a Sìndos (nella Macedonia greca) fanno parte del corredo vere e proprie riproduzioni fittili, miniaturistiche, di banchettanti. Le fasi salienti del funerale prevedono infatti che parenti e amici si riuniscano attorno alla salma del defunto esposto al compianto (<em>pròthesis</em>) e quindi la accompagnino (<em>ekphorà</em>) fino al luogo della sepoltura (<em>entophé</em>), dopodiché modi e tempi dell’inumazione e del lutto possono variare a seconda dei luoghi e delle epoche, ma il banchetto rimane il costante epilogo della riunione funebre e serve a cementare l’unione dei partecipanti, ribadendo il proprio ruolo all’interno della comunità della <em><a href="http://www.archeologicatoscana.it/polis-2/">pòlis</a></em> e omaggiando quello del morto.</p>
<p>Un percorso tematico nella ricostruzione del rito funebre in Grecia, e specialmente in Attica, attraverso i corredi funerari, quindi, si interseca inevitabilmente con quello del <strong><a href="http://www.archeologicatoscana.it/il-banchetto-e-il-simposio/">banchetto</a></strong>.</p>
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		<title>Il banchetto e il simposio</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Berutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il termine simpòsio deriva da <em>sýn</em>, “con”, e <em>pìno</em>, “bere”: in occasione di un simposio alcune persone si riuniscono per bere insieme, chiacchierare di politica o letteratura, oppure di questioni personali, per fare musica e per declamare versi famosi o improvvisati, per incontrare l’amore o rimpiangere chi si è allontanato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Bevi con me, suona con me, porta con me la corona; quando sono pazzo, siilo anche tu con me e quando son savio sii savio anche tu</em><br />
<a href="http://www.archeologicatoscana.it/ateneo/">Ateneo</a>, “Sofisti a banchetto”, XV 695 d</p>
<p>Il termine simpòsio deriva da <em>sýn</em>, “con”, e <em>pìno</em>, “bere”: in occasione di un simposio alcune persone si riuniscono per bere insieme, chiacchierare di politica o letteratura, oppure di questioni personali, per fare musica e per declamare versi famosi o improvvisati, per incontrare l’amore o rimpiangere chi si è allontanato.<br />
È  comprensibile, quindi, che di un’occasione dalle tante implicazioni sociali noi abbiamo molte testimonianze, letterarie e soprattutto artistiche: nel simposio si usano i vasi di varie dimensioni e funzioni e questi vasi riproducono sulla loro superficie proprio le scene di cui sono spettatori e comprimari. Non solo, i vasi rendono spesso omaggio a chi ha reso possibile il simposio: Diòniso, il dio che ha donato all’uomo il vino.</p>
<p><strong>Il rito del simposio</strong><br />
Nella maggior parte dei casi il simposio è evocato da due o più personaggi semisdraiati su un letto (la klìne) con in mano una coppa, mentre la veste lascia il torso scoperto, di solito si tratta di uomini accompagnati da donne, che in qualche caso sono anche musiciste. Questa scena tipica è solo un piccolo particolare di un quadro ben più ampio, per capire il quale è opportuno conoscere bene i vari passaggi della preparazione di un simposio.<br />
I Greci mangiavano tre volte al giorno, pasti piuttosto frugali a base di legumi e cereali e, per chi poteva permetterselo, piatti di carne. In occasioni particolari era piacevole invitare amici e conoscenti per un pasto serale che si consumava in ampie sale (si utilizzava l’<em>andròn</em>, la sala degli uomini), che solo a partire dal VII sec. a.C. accolgono i convitati su letti dai morbidi cuscini, in seguito a un uso importato dall’Oriente (su un rilievo del palazzo assiro di Assurbanipal è la più antica raffigurazione di banchettanti semisdraiati). L’arredamento poteva variare a seconda della ricchezza del padrone di casa; certo non mancavano torce e candelabri e incensieri (per creare un’atmosfera gradevole e attenuare l’odore della carne alla brace), anfore colme di vino, <em>hydrìai</em> che contenevano acqua, bassi tavolini (<em>tràpezai</em>).<br />
Una volta finito di mangiare, gli inservienti sgomberavano la sala dagli avanzi e preparavano tavolini con piatti di dolci a base di miele, oppure pistacchi e noci, il cratere faceva il suo ingresso al centro della sala e qui, oppure in un dìnos o a volte in uno <em>stàmnos</em>, era preparato il vino. Veniva eletto a dadi un simposiarca, cioè un “capo del simposio”, il quale aveva il compito di decidere la proporzione di acqua e vino da mescere agli ospiti, la quantità di vino da servire o il tipo di brindisi, a volte anche i giochi, in generale le regole che permettevano a tutti di divertirsi senza trascendere. Il vino era bevuto annacquato, perché schietto sarebbe stato troppo forte e avrebbe dato facilmente alla testa, rovinando l’atmosfera gioiosa; a seconda del tipo di uva era opportuno aggiungere del miele oppure altre spezie, spesso anche del formaggio (in alcuni corredi da banchetto sono state trovate grattugie di bronzo).<br />
Una volta preparata la bevanda si rendeva omaggio agli dèi: il simposio era un rito a tutti gli effetti poiché il vino era un dono di Dioniso e il dio aveva dato agli uomini anche le indicazioni per poterlo bere senza averne danno; tuttavia era pur sempre una bevanda pericolosa che rischiava di rompere gli equilibri del buon vivere sociale e per questo era necessaria la protezione degli dei. La prima <em>kýlix </em> era riempita con poche gocce di vino schietto da offrire a Dioniso, la coppa era fatta passare in senso orario a tutti i partecipanti e ciascuno ne sorbiva solo un sorso e poi libava lasciando cadere delle gocce a terra; quindi si dedicavano altre <em>kýlikes</em> a Zeus padre, una agli eroi e una a <em><a href="http://www.archeologicatoscana.it/zeus-soter/">Zeus Sotèr</a></em> (salvatore) e si concludeva con un canto (“peana”) di buon auspicio.</p>
<p>La sala aveva una struttura particolare: la porta era decentrata per ospitare tutti i letti, e quello all’estrema destra dell’entrata era destinato al padrone di casa; le klìnai erano disposte in modo che i convitati fossero a stretto contatto, con le testate che si toccavano quasi a formare un circolo, così che da qualsiasi punto era possibile vedere e ascoltare gli altri. Generalmente in coppia, i simposiasti si incoronavano con ghirlande di edera, rosa, mirto o menta, alcune lunghe ghirlande erano appese alla parete accanto a ceste o strumenti musicali e con altre si incoronavano anche i crateri.</p>
<p><strong>Gli strumenti del simposio</strong></p>
<p>Il cratere (nome greco che deriva dal verbo <em>kerànnymi</em>, “mescolare”), il <em>dìnos</em> o lo <em>stàmnos</em> sono i vasi di grandi dimensioni che servono per mescere il vino annacquato. In <strong>SALA 13</strong> è esposto sul proprio sostegno un dìnos attico a figure nere (inv. 3785), datato al secondo quarto del VI sec. a.C.; è interessante notare la raffigurazione di una ghirlanda di edera, altra pianta sacra a Diòniso, che corre tutto intorno all’orlo del vaso e che, secondo alcuni studiosi, indicherebbe l’uso di porre ghirlande di foglie o fiori anche attorno ai contenitori di vino nel simposio. I servi attingono con <em>kýathoi</em> o <em>kýketra</em> (ramaioli) oppure con <em>oinochòai</em> e <em>òlpai</em>, con le quali mescono il vino ai convitati che hanno in mano larghe coppe (<em>kýlikes</em>) oppure <em>skýphoi</em>. L&#8217;acqua aveva un’importanza fondamentale per il corretto svolgimento del simposio: era conservata in <em>hydrìai</em> o in <em>kàlpides</em>. Le anfore erano spesso presenti all’interno della sala e in esse era contenuto il vino che sarebbe stato diluito nel cratere.<br />
L’uso di decorare i vasi potòri con scene di simposio si può dunque facilmente comprendere: la funzione e la decorazione spesso si sovrappongono, per cui è importante analizzare gli episodi via via raffigurati facendo attenzione alla forma del vaso per capirli.</p>
<p><strong>Un protagonista insostituibile</strong></p>
<p><em>“La voce prende coraggio vicino al cratere”</em>, <a href="http://www.archeologicatoscana.it/pindaro/">Pindaro</a>, Nemea IX, 49</p>
<p>Il vaso principale in una sala in cui è in corso un simposio è sicuramente quello che contiene il vino da mescere e gli artisti scelgono spesso di raffigurare riunioni di convitati attorno al vaso collettivo: il cratere è il punto di partenza per la distribuzione e la circolazione del vino, esso unisce il simposio al <em>kòmos</em>, quando il bere si concretizza in una gioiosa sfrenatezza.<br />
Il cratere può essere di materiale pregiato (uno dei più noti è l’esemplare di bronzo ritrovato in una tomba di Dervèni presso Salonicco, attuale capoluogo della Macedonia greca) oppure in ceramica; la decorazione sfrutta l’ampia superficie e crea opere di grande suggestione. Nella <strong>SALA 11</strong> del II piano del Museo Archeologico troviamo i due crateri più illustri delle Antiche Collezioni e con essi cominciamo un percorso che, attraverso il materiale esposto, ci introdurrà nel simposio perfetto.<br />
Il cratere a colonnette tardo-corinzio (inv. 4198) datato tra il 575 e il 500 a.C. raffigura ben quattro <em>klìnai</em> con un uomo e una donna distesi su ciascun letto: si tratta di una decorazione a figure nere con un uso del colore bianco per indicare non solo alcuni mobili e vesti ma soprattutto l’incarnato dei personaggi femminili, una consuetudine dell’età arcaica; altri tocchi di vernice paonazza distinguono cuscini e mantelli. Dietro ai convitati “galleggiano” sullo sfondo tre lire: si tratta del codice iconografico usato per indicare che la scena si svolge in un luogo chiuso e gli oggetti sono da intendere come appesi alla parete.</p>
<p>Siamo dunque in una sala da simposio e, considerando che il cratere è collocato al centro della sala, possiamo leggere la scena sul vaso come un riflesso di ciò che accade intorno: uomini e donne impegnati a bere e conversare.<br />
Le donne del simposio greco sono <em>etère</em>, giovani ingaggiate per allietare i convitati  concedendosi a loro ma anche intrattenendoli con danze o canzoni,  a volte suonando per loro (ma la professione di musicista o di danzatrice e acrobata spesso si confonde con quella dell’etèra). In una comunità in cui la moglie è confinata in casa, spesso lasciata senza istruzione, destinata a organizzare il buon andamento economico della famiglia e ad allevare le figlie e i bambini piccoli, l’etèra è una donna che – nonostante un lavoro che la società condanna come non eticamente accettabile – è istruita nella letteratura e nella musica, è in grado di confrontarsi con l’uomo anche in campo politico: rimangono nella storia nomi famosi come la compagna di <a href="http://www.archeologicatoscana.it/?p=1374&amp;preview=true">Pèricle</a> Aspàsia (per la quale, tuttavia, non è chiaro se fosse una semplice etèra) oppure Frine, compagna e musa di <a href="http://www.archeologicatoscana.it/policleto/">Policléto</a>. Donne emancipate, dunque, che nel simposio si guadagnano gli apprezzamenti dei convitati, suscitando spesso amori impossibili.<br />
Nella stessa <strong>SALA 11</strong> vediamo la <em>kýlix</em> (inv. 91167) datata 580 – 570 a.C., opera del Pittore di Falmouth e detta “dei comasti”. Una scena dipinta a figure nere presenta tre personaggi in atto di ballare: uno di loro ha in mano un corno potorio, utilizzato per il vino e spesso in mano a Diòniso come vaso “rituale” (questo particolare chiarisce che si tratta di un <em>kòmos</em>).<br />
Il <em>kòmos</em> è il momento in cui, quando già più di un cratere è stato vuotato nelle coppe dei simposiasti, si crea una sorta di corteo che danza e canta attorno al cratere: a volte i comasti creano scompiglio non solo nella casa che li ospita ma anche fuori, per strada, dove si lanciano spesso alla ricerca della casa dell’amato o dell’amata, sperando di trarre dal vino il coraggio necessario per riconquistarli.<br />
Il Cratere François (inv. 4209) campeggia al centro della <strong>SALA 11</strong>: l’opera del vasaio <em>Ergòtimos</em> e del pittore <em>Kleitìas</em> (datata intorno al 570 a.C.) può essere ammirata solo girando intorno alla sua circonferenza e seguendo le tante storie raffigurate sulla superficie. Le didascalie, scelte opportunamente dall’artista per indicare non solo i personaggi ma anche alcuni oggetti, chiariscono gli episodi mitici selezionati per decorare questo vaso da simposio.<br />
Le decorazioni del cratere si articolano tutte su due lati, tranne quella centrale e le scene del piede: le nozze di Pelèo e Tèti, infatti, con il corteo di divinità che giunge a rendere omaggio ai due sposi, sono ritratte su una fascia che abbraccia il punto di maggior espansione del vaso, mentre Pigmèi e Gru si rincorrono tutt’intorno al piede. Il vaso stesso, in quanto cratere, è immerso nella realtà del simposio e, in quanto simbolo in se stesso, è scelto per viaggiare dalla Grecia all’Etruria e infine per accompagnare l’illustre proprietario nella tomba. Tuttavia le scene che riguardano più direttamente il tema del simposio sono tre: la figura di Diòniso in visita a Pelèo e Tèti, la scena del rientro di Efèsto sull’Olimpo (sul lato B del vaso, sotto il fregio con le nozze divine) e infine la lotta fra Centauri e <a href="http://www.archeologicatoscana.it/lapita/">Lapìti </a>(sul lato B al di sotto della decorazione dell’orlo).</p>
<p><strong></p>
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		<title>Diventare un eroe: la formazione del guerriero</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 15:34:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Berutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vi sono diversi tipi di eroi ma solo alcuni ritornano più spesso sui vasi dipinti a indicare il paradigma della figura eroica, il modello da cui i giovani adolescenti e i guerrieri maturi traggono ispirazione nelle fasi della vita.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I vasi di produzione attica esposti nel Museo Archeologico di Firenze sono decorati da immagini ispirate soprattutto dalle grandi saghe epiche, oppure da episodi del mito &#8211; a volte poco anche conosciuti &#8211; e infine da scene di vita quotidiana che spesso riecheggiano la vita mitica dei grandi eroi.<br />
La scelta dei temi raffigurati è legata a volte alle esigenze particolari di chi commissiona l’opera, oppure è semplicemente l’espressione di una moda e/o di un’epoca: il mito racconta l’uomo e ne svela le intenzioni più nascoste.<br />
È dunque possibile seguire alcune trasformazioni nella società greca (e in quella attica in particolare, dato che ad Atene è prodotta la maggior parte dei vasi figurati che conosciamo) soprattutto in relazione ai diversi modi in cui alcuni gruppi sociali scelgono di autorappresentarsi nelle diverse occasioni della vita quotidiana: l’educazione dei giovani, il matrimonio e il ruolo della donna, ma soprattutto la difesa della città e la partecipazione a imprese militari; e se la tragicità della guerra rimane costante attraverso i secoli, cambia il modo di combattere e di conseguenza la figura del guerriero.<br />
I miti raffigurati sui vasi sono simboli universali, che a volte possono assumere un’importanza specifica a seconda del contesto in cui vengono citati: è quindi interessante notare che le figure maggiormente presenti nelle decorazioni vascolari sono quelle dell’«eroe», un uomo che compie azioni straordinarie e spesso viene premiato dagli déi con l’immortalità.<br />
Vi sono diversi tipi di eroi ma solo alcuni ritornano più spesso sui vasi dipinti a indicare il paradigma della figura eroica, il modello da cui i giovani adolescenti e i guerrieri maturi traggono ispirazione nelle fasi della vita.     In questo percorso tematico andremo alla ricerca di tali modelli attraverso le decorazioni vascolari del Museo Archeologico di Firenze.</p>
<p><a href="http://www.archeologicatoscana.it/eta-arcaica/" target="_self"><strong>L’età arcaica</strong></a><br />
Le grandi famiglie aristocratiche di VII sec. a.C., titolari di tombe principesche segnalate dai tumuli di terra, guardano alle mitiche figure degli eroi della guerra di Troia riconoscendovi dei possibili antenati e tessendo improbabili genealogie: l’analisi del rito funerario, per noi più facile da ricostruire, spesso si riferisce alle cerimonie del campo acheo, così come poi le leggeremo nei poemi messi per scritto nel secolo successivo, ad Atene, sotto <a href="http://www.archeologicatoscana.it/pisistrato/" target="_self">Pisistrato</a>.<br />
Il Cratere François (inv. 4209), nella SALA 11, è un grandioso vaso da banchetto modellato da <em>Ergòtimos</em> e decorato da <em>Kleitìas</em>, poi giunto sul mercato etrusco (si data al 570 a.C.): un’opera speciale (se non addirittura creata su speciale richiesta) che, giunta in una famiglia aristocratica dell’Etruria interna, conclude degnamente come corredo funebre la sua funzione di simbolo culturale di collegamento fra due mondi. La decorazione ricopre tutta la superficie del vaso e gli episodi mitici sono chiariti dalle “didascalie” in greco, che denominano non solo i personaggi ma anche alcuni oggetti; gli episodi si susseguono su fasce sovrapposte, tre sul lato A e tre sul lato B; poi vi è quello centrale, le nozze di Peleo e Teti, che corre tutt’intorno al punto di maggior espansione del cratere; si svolgono infine il fregio di animali e la decorazione del piede, anch’essa un’unica fascia con i Pigmei e le Gru. La scelta dei miti raffigurati è stata letta dagli studiosi nell’ottica di una sorta di repertorio caro alla classe aristocratica greca e in effetti possiamo individuare alcuni temi che si riferiscono alla educazione dei giovani Ateniesi di buona famiglia.</p>
<p><strong>La caccia </strong><br />
Il mito della caccia al cinghiale di <em>Kalydòn</em> (cittadina dell’Etolia, nella Grecia occidentale) è sull’orlo del lato A del Cratere: l’animale ormai braccato è al centro della scena e attorno a esso sono riuniti tutti i giovani eroi che hanno partecipato alla caccia, ognuno con il nome iscritto. Nel racconto mitico il giovane Meleàgro chiama a raccolta i più valenti suoi coetanei per abbattere un enorme cinghiale che Artemide ha inviato a devastare i campi, per punire il re della città, Oinèo. La caccia di un animale feroce è il momento migliore per mettere alla prova abilità e destrezza; inoltre i nomi illustri dei compagni di Meleàgro intrecciano le proprie storie valorose con quella dello sfortunato principe di <em>Kalydòn</em>, destinato a morire subito dopo. Il tema della caccia al cinghiale calidonio entra dunque nell’immaginario dei nobili rampolli e non solo: sulla <em>kylix</em> di tipo <a href="http://www.archeologicatoscana.it/kylix-tipo-siana/" target="_self">Siana</a> (inv. 3890) esposta nella stessa SALA 11 e datata al 560 a.C., si vede la riproposizione del tema iconografico sul lato principale, mentre il lato B presenta alcuni cavalieri che forse fanno riferimento ai cacciatori partiti per l’impresa. In questo secondo caso non ci sono i nomi iscritti: si potrebbe dunque trattare di una caccia non mitica ma diffusa tra i boschi della Grecia, in ogni caso è una scena che evoca l’abilità e il prestigio di chi la conduce.</p>
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