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	<title>archeologica toscana &#187; MEF</title>
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	<description>Sezione Didattica della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana</description>
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		<title>Giochi e passatempi nell&#8217;antico Egitto</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 16:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Berutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli antichi Egizi conoscevano molti modi piacevoli per passare il tempo nei momenti in cui non erano impegnati in altre attività.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli antichi Egizi conoscevano molti modi piacevoli per passare il tempo nei momenti in cui non erano impegnati in altre attività: il banchetto era uno dei passatempi più usuali ed anche un momento in cui la casa del nobile veniva rallegrata, oltre che dalla presenza degli invitati, da intrattenitori quali maghi professionisti, acrobati o narratori, i quali si affiancavano ai servi incaricati di fornire intermezzi musicali o danzanti.<br />
Ma spesso, in occasioni più quotidiane, l’Egiziano amava i giochi da tavolo; alcuni di essi ci sono ben noti dalle raffigurazioni tombali ed, in alcuni casi, sono arrivati anche fino a noi.</p>
<p>Uno dei giochi più antichi che conosciamo è “<strong>Il Gioco del Serpente</strong>”, attestato fino dall’<a href="http://www.archeologicatoscana.it/epoca-tinita/">Epoca Tinita</a> (3000-2660 circa a. C.) nelle tombe reali di <a href="http://www.archeologicatoscana.it/abydos/">Abydos</a>. Il gioco è chiamato così perché si giocava su di una scacchiera rotonda che aveva l’aspetto di un serpente arrotolato, con la testa posta al centro del cerchio e la coda che costituiva l’inizio del gioco, all’esterno. Il corpo del serpente è diviso in caselle che imitano le scaglie del rettile e che diventano sempre più piccole via via che ci si avvicina alla testa. Le pedine del gioco erano costituite da sei piccole statuette, a tutto tondo, di leoni e leonesse accucciati e da alcune palline rosse e bianche. Le regole del gioco sono sconosciute, ed anche se ne sono state proposte molte dagli studiosi, nessuna sembra perfettamente convincente; lo scopo del gioco era probabilmente quello di percorrere l’intero serpente, partendo dalla coda ed arrivando alla testa.</p>
<p>Fra i giochi più diffusi era la “<strong>Senet</strong>”, una specie di dama che veniva giocata su di una scacchiera rettangolare composta da 10 per 3 caselle; una versione di questo gioco è rimasta tutt’ora in voga nel Vicino Oriente. Questo gioco richiedeva una combinazione di abilità e di fortuna. Ogni giocatore aveva una serie di pedine, uguali tra loro, che muoveva lungo le caselle della scacchiera. Sottili bastoncini, talvolta in forma animale, assumevano la funzione di dadi ed il giocatore muoveva le proprie pedine in accordo al risultato ottenuto dal lancio di tali bastoncini. Sembra verosimile che lo scopo del gioco fosse quello di percorrere con tutte le pedine l’intera scacchiera e allo stesso tempo evitare alcune caselle considerate infauste, le quali erano contrassegnate da particolari segni geroglifici.</p>
<p>Un altro gioco assai conosciuto era denominato “<strong>Il Cane e lo Sciacallo</strong>” e veniva giocato su di una scacchiera in forma di piccolo tavolo, poggiante su quattro zampe animali, in cui erano praticati una serie di fori circolari che venivano a costituire una specie di percorso; le pedine erano costituite da bastoncini di legno o di avorio, terminanti a testa di sciacallo oppure di cane, che venivano infilate nei fori. Il piccolo tavolo era sempre provvisto di un cassettino laterale in cui si riponevano le pedine a gioco concluso. Anche in questo caso il giocatore doveva compiere tutto il percorso; questo gioco, inventato probabilmente nel <a href="http://www.archeologicatoscana.it/medio-regno/">Medio Regno</a> (2040-1780 a.C.) ebbe una larghissima popolarità e diffusione, infatti alcuni esemplari sono stati ritrovati in tombe dell’area palestinese.</p>
<p>Oltre ai giochi, che noi definiamo da tavolo, gli antichi egizi praticavano tutta una serie di giochi di movimento i quali si trovano talvolta raffigurati nelle tombe e che venivano probabilmente praticati all&#8217;aperto. Tali giochi sono in genere più deg il movimento raffigurato in sequenza, come una scena al rallentatore. I giochi di movimento sono rappresentati nelle tombe solamente fino al <a href="http://www.archeologicatoscana.it/medio-regno/">Medio Regno</a>, cioè fino al 1780 a.C. circa, dopo questo termine non si trovano più raffigurati, probabilmente perché nuovi soggetti pittorici prendono il loro posto. Nella sala V del Museo Egizio di Firenze sono conservati alcune pedine in <a href="http://www.archeologicatoscana.it/faience/">faience</a> e dadi in osso di forma tronco piramidale datati in Età Tarda (1070 &#8211; 305 a.C.).
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="500" height="500" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="flashvars" value="host=picasaweb.google.it&amp;hl=it&amp;feat=flashalbum&amp;RGB=0x000000&amp;feed=http%3A%2F%2Fpicasaweb.google.it%2Fdata%2Ffeed%2Fapi%2Fuser%2Farcheologicatoscana%2Falbumid%2F5416233943863028593%3Falt%3Drss%26kind%3Dphoto%26hl%3Dit" /><param name="src" value="http://picasaweb.google.it/s/c/bin/slideshow.swf" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="500" src="http://picasaweb.google.it/s/c/bin/slideshow.swf" flashvars="host=picasaweb.google.it&amp;hl=it&amp;feat=flashalbum&amp;RGB=0x000000&amp;feed=http%3A%2F%2Fpicasaweb.google.it%2Fdata%2Ffeed%2Fapi%2Fuser%2Farcheologicatoscana%2Falbumid%2F5416233943863028593%3Falt%3Drss%26kind%3Dphoto%26hl%3Dit"></embed></object></p>
<p><strong>BIBLIOGRAFIA</strong><br />
J. VANDIER, <em>Manuel d’archeologie egyptienne</em> Tomo IV, Paris 1964<br />
AA. VV., <em>Civiltà degli egizi. La vita quotidiana.</em> Torino 1987<br />
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		<title>Il corredo funerario</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 15:17:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Berutti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[MEF - Percorsi]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell’antico Egitto le tombe erano diverse secondo l’epoca e le possibilità economiche del defunto, ma le necropoli erano sempre collocate sulla riva occidentale del Nilo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’antico Egitto le tombe erano diverse secondo l’epoca e le possibilità economiche del defunto, ma le necropoli erano sempre collocate sulla riva occidentale del Nilo: gli egiziani infatti ritenevano che l’aldilà si trovasse dove tramontava il sole, e che le anime dunque, dopo la morte, andassero tutte verso occidente.<br />
I faraoni dell’Antico e del <a href="http://www.archeologicatoscana.it/medio-regno/">Medio Regno</a> si fecero seppellire all’interno di grandiose piramidi, che con la loro forma rievocavano la protezione dei raggi del <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ra/">dio sole Ra</a>, e che erano fiancheggiate da un tempio per il culto del faraone defunto divinizzato. Con il <a href="http://www.archeologicatoscana.it/nuovo-regno/">Nuovo Regno</a> i sovrani preferirono farsi seppellire in tombe scavate nella roccia e nascoste nella <a href="http://www.archeologicatoscana.it/valle-dei-re/">Valle dei Re</a> a Tebe, sperando che non fossero mai scoperte e depredate. Come tutti sanno, solo la tomba del faraone <a href="http://www.archeologicatoscana.it/tutankhamon/">Tutankhamon</a> è stata trovata intatta. Le tombe della <a href="http://www.archeologicatoscana.it/valle-dei-re/">Valle dei Re</a> sono completamente decorate con testi e scene di carattere religioso, con l’immagine del faraone accompagnato da numerose divinità. I templi funerari per il culto del sovrano vennero invece costruiti sulla riva del Nilo, lontano dalla <a href="http://www.archeologicatoscana.it/valle-dei-re/">Valle dei Re.</a><br />
I privati si facevano seppellire in tombe formate da pozzi scavati nella roccia e sormontati da cappelle per il culto funerario: nelle epoche più antiche le cappelle, chiamate mastabe, erano a forma di parallelepipedo, simili alla forma di una casa (una casa per l’eternità). Le cappelle del <a href="http://www.archeologicatoscana.it/nuovo-regno/">Nuovo Regno</a> sono invece sormontate da una piccola piramide, per riprendere il motivo della protezione del dio Ra, caratteristico delle tombe reali. L’esterno delle cappelle funerarie tebane era decorato da numerosi coni di terracotta, con il nome del defunto, probabilmente testimonianza delle visite dei parenti alla tomba.<br />
Per gli antichi egiziani l’anima dopo la morte continuava a vivere nel mondo dell’aldilà, ma per continuare a vivere aveva bisogno di avere a disposizione il proprio corpo, da mangiare, da bere e tutto ciò che lo circondava durante la vita. Per questo motivo l’interno delle cappelle funerarie era completamente decorato con rilievi e pitture  che  scene di vita quotidiana, che magicamente si sarebbero animate per soddisfare le necessità del morto, grazie alle iscrizioni che venivano scolpite o dipinte accanto alle immagini: assistiamo soprattutto a scene di preparazione di cibi e di tutto ciò che serve all’anima per continuare a vivere nell’aldilà, compresa la scena del funerale e anche le scene di banchetti, danze e giochi per allietare il defunto. Il culmine di tutte queste rappresentazioni era la raffigurazione del pasto funerario, scena che di solito appare anche sulle stele funerarie, che venivano incastrate su una parete della cappella della tomba.</p>
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		<title>Nascita e formazione del Museo Egizio di Firenze</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 13:57:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Berutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Museo Egizio di Firenze, secondo in Italia solo al famoso Museo Egizio di Torino, è ospitato nel Palazzo della Crocetta e la sua formazione si può far risalire già al settecento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Museo Egizio di Firenze, secondo in Italia solo al famoso Museo Egizio di Torino, è ospitato nel Palazzo della Crocetta e la sua formazione si può far risalire già al settecento.<br />
Nel corso del XVIII secolo infatti si possono trovare le prime tracce dei rapporti di Firenze con l&#8217;antico Egitto, costituite non solo da elementi architettonici egittizzanti presenti nella città, ma anche da un primo nucleo di antichità egiziane presente nelle collezioni dei Medici. Fra questo materiale sono di particolare interesse la statua “pseudo-cubo” del sacerdote Ptahmose, della XVIII dinastia, e uno splendido busto della dea Iside, che ha una storia veramente particolare. Il frammento, databile con sicurezza all’epoca saitica, poiché riporta, entro il cartiglio, il nome del faraone <a href="http://www.archeologicatoscana.it/amasi/" target="_self">Amasi</a>, è stata infatti rinvenuta proprio a Firenze, nell’ottobre del 1785, durante uno scavo di fondazione nell’attuale via S.Gallo; questa zona è molto lontana dall’area dove sorgeva l&#8217;Iseo fiorentino, e dove pertanto ci si poteva aspettare il rinvenimento di materiale egizio: si possono fare solo delle ipotesi sulle circostanze che hanno portato questa immagine di Iside dall&#8217;Egitto fino a Firenze, non ultima la presenza, nella zona, della villa romana di un seguace del culto isiaco.</p>
<p><strong>Un Granduca con la passione per l&#8217;Egitto</strong><br />
Con il passare del tempo i rapporti tra Firenze e l’Egitto si intensificarono, grazie anche ad alcuni importanti e significativi personaggi toscani. Ad incrementare il primo nucleo egizio settecentesco contribuì in gran parte il Granduca di Toscana <a href="http://www.archeologicatoscana.it/leopoldo-ii/" target="_self">Leopoldo II</a>, che nel 1824 acquistò la collezione di <a href="http://www.archeologicatoscana.it/nizzoli-giuseppe/" target="_self">Giuseppe Nizzoli</a>, cancelliere del consolato d&#8217;Austria in Egitto: già da tempo infatti i diplomatici europei in Egitto si dedicavano alla raccolta di antichità, che poi rivendevano ai propri governi e governanti per costituire i grandi musei egizi d&#8217;Europa. L’oggetto forse più importante della collezione <a href="http://www.archeologicatoscana.it/nizzoli-giuseppe/" target="_self">Nizzoli</a> è il famoso calice in fayence azzurra con la bocca quadrata, di cui esistono al mondo solo due esemplari, uno a Firenze e uno al Louvre di Parigi.<br />
Il 13 agosto 1800 nasceva a Pisa <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ippolito-rosellini/" target="_self">Ippolito Rosellini</a>, colui che sarebbe divenuto il padre dell&#8217;egittologia italiana. Laureato in teologia all&#8217;Università di Pisa, nel 1824 ottenne la cattedra di lingue orientali presso questa università, e mentre insegnava ebraico e arabo, cominciò a dedicarsi alla grande scoperta del francese <a href="http://www.archeologicatoscana.it/jean-francois-champollion/">Jean François Champollion</a>, la decifrazione dei geroglifici egiziani (1822), che ormai era divenuta famosa in tutta l&#8217;Europa. Nell&#8217;estate 1825 ebbe l&#8217;occasione di conoscere il decifratore, venuto in Italia per esaminare le varie collezioni egizie disseminate per la penisola, a cominciare da quella del Museo Egizio di Torino. In occasione dunque della visita di <a href="http://www.archeologicatoscana.it/jean-francois-champollion/" target="_self">Champollion</a> a Firenze per esaminare la collezione <a href="http://www.archeologicatoscana.it/nizzoli-giuseppe/" target="_self">Nizzoli</a> appena acquistata dal Granduca, una profonda e fraterna amicizia legò subito il decifratore e <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ippolito-rosellini/" target="_self">Rosellini</a>: questi divenne il fedele e affezionato discepolo dell&#8217;egittologo francese e lo seguì a Parigi, chiedendo un anno di congedo all&#8217;Università, per approfondire la conoscenza dei geroglifici.</p>
<p><strong>La spedizione franco-toscana</strong><br />
Quando <a href="http://www.archeologicatoscana.it/jean-francois-champollion/" target="_self">Champollion</a> cominciò a pensare ad una spedizione scientifica in Egitto per approfondire lo studio dei geroglifici e raccogliere documenti sulla civiltà egizia, <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ippolito-rosellini/" target="_self">Rosellini</a> accolse l&#8217;idea con entusiasmo: Carlo X re di Francia e <a href="http://www.archeologicatoscana.it/leopoldo-ii/" target="_self">Leopoldo II</a> finanziarono la spedizione, che partì il 31 luglio 1828 e tornò il 27 novembre 1829. Le due missioni, francese e toscana, viaggiarono e operarono insieme, con lo <a href="http://www.archeologicatoscana.it/jean-francois-champollion/" target="_self">Champollion</a> come direttore generale e scientifico. Il quadro conservato in cima allo scalone dell&#8217;ingresso del Museo Archeologico di Firenze fu dipinto dal pittore <a href="http://www.archeologicatoscana.it/angelelli-giuseppe/">Giuseppe Angelelli</a>, uno dei partecipanti alla spedizione, al ritorno dal viaggio in Egitto: al centro si possono riconoscere, in abiti arabi, <a href="http://www.archeologicatoscana.it/jean-francois-champollion/" target="_self">Champollion</a>, seduto con la scimitarra, e <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ippolito-rosellini/" target="_self">Rosellini</a>, in piedi con il mantello bianco; alla destra di <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ippolito-rosellini/" target="_self">Rosellini</a> è Giuseppe Raddi, con i capelli bianchi, botanico fiorentino incaricato di raccogliere reperti botanici antichi e contemporanei. All&#8217;estrema sinistra, di spalle e con il calcagno scoperto, è Alessandro Ricci, medico e architetto senese, che per la puntura di uno scorpione al calcagno, morì dopo il rientro in patria. Gli altri partecipanti erano perlopiù disegnatori addetti alla copiatura di pitture e iscrizioni; alla &#8220;fotografia ricordo&#8221; dei membri della missione fanno da sfondo le rovine del tempio di <a href="http://www.archeologicatoscana.it/karnak/" target="_self">Karnak</a>, a Tebe.<br />
I numerosi oggetti raccolti lungo il viaggio, sia eseguendo degli scavi archeologici, soprattutto a Tebe, sia acquistando reperti da mercanti locali, furono equamente suddivisi al ritorno tra il Louvre di Parigi e Firenze: il Museo Egizio di Firenze ebbe così un notevole incremento con oggetti di importanza pari a quelli andati al Louvre di Parigi. Fra i tanti reperti di grande rilevanza storica e artistica, sono da ricordare il famoso carro, il ritratto di donna del <a href="http://www.archeologicatoscana.it/fayum/" target="_self">Fayum</a>, il corredo della nutrice della figlia del faraone Taharqa, il frammento con gli scribi dalla tomba di Horemheb, nonché il pilastro e il frammento parietale con la dea Maat, (che è stato scelto come logo del Museo Egizio di Firenze), tagliati dalla tomba di <a href="http://www.archeologicatoscana.it/sethy-i/" target="_self">Sethy I</a> nella <a href="http://www.archeologicatoscana.it/valle-dei-re/" target="_self">Valle dei Re</a>.<br />
Rientrati in patria, <a href="http://www.archeologicatoscana.it/jean-francois-champollion/" target="_self">Champollion</a> e <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ippolito-rosellini/" target="_self">Rosellini</a> cominciarono a dedicarsi alla pubblicazione dei risultati della spedizione. Purtroppo poco tempo dopo l&#8217;egittologo francese morì, a soli 42 anni, lasciando a <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ippolito-rosellini/" target="_self">Rosellini</a> tutto l&#8217;enorme lavoro da eseguire da solo; questi lavorò ininterrottamente per undici anni, lottando di continuo contro malevoli e invidiosi oppositori, nonché contro problemi economici per la stampa dei nove volumi &#8220;I Monumenti dell&#8217;Egitto e della Nubia&#8221;. La salute logorata dall&#8217;eccessivo lavoro portò Ippolito <a href="http://www.archeologicatoscana.it/ippolito-rosellini/" target="_self">Rosellini</a> ad una morte prematura il 4 giugno 1843, a Pisa, dove all&#8217;Università era titolare della prima cattedra di egittologia d&#8217;Italia.</p>
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