Dei e mortali

giugno 8, 2010 scritto da Redazione
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Attività sportive connesse con eventi religiosi. Le competizioni in occasione della festa delle panatenee

Le Panatenee rappresentavano la festa religiosa più importante di Atene, che aveva luogo alla fine di luglio, nel mese chiamato Ecatombeone; il momento culminante era rappresentato da una processione e da un sacrificio offerto dai demi della città, nel giorno che si riteneva corrispondere al compleanno di Athèna. Il corteo prendeva avvio presso la porta cittadina del Dìpylon; in esso era trasportato un peplo ricamato con scene della gigantomachia, destinato alla statua della dea sull’Acropoli. Esistevano due edizioni della festa: le piccole Panatenee, celebrate annualmente, e le grandi Panatenee, che si svolgevano ogni quattro anni, nel terzo di ciascuna olimpiade. Viene convenzionalmente datata al 566 a.C., durante il governo di Pisìstrato e sotto l’arcontato di Hippoklèides, che anzi Ferecide poneva in primo piano come fondatore delle Panatenee, una sostanziale riorganizzazione della festa, il cui programma si estese a competizioni sportive e artistiche; in realtà, l’esatta natura e la data di tale riorganizzazione restano incerte. Un aggancio sul piano archeologico per la datazione al 566 a.C. c’è fornito dalla più antica anfora panatenaica nota fino adesso, conservata al British, inquadrabile in base a criteri stilistici intorno a quegli anni. Anfore come questa, di un tipo speciale e dette appunto ‘panatenaiche’, erano i premi assegnati ai vincitori delle competizioni ai giochi panatenaici, in numero variabile secondo le discipline e le classi d’età (le gare atletiche infatti, come altri avvenimenti, erano aperte a tre categorie: ragazzi, giovani e adulti) e recavano su uno dei due lati la rappresentazione di una gara. Il loro contenuto era olio di proprietà statale, estratto dagli olivi sacri dell’Attica. Nel Museo Archeologico è conservata un’anfora panatenaica attribuita al ceramografo Lydòs (inv. 97779, non esposta), che si distingue dalla maggior parte dei vasi della medesima categoria per almeno due aspetti: essa reca infatti sul retro, anziché sul lato principale come accade di consueto, l’iscrizione indicante la sua funzione: ton Athènethen àthlon, ‘[premio] delle gare di Atene’. Sul lato principale è inoltre raffigurato un personaggio nudo, con ogni probabilità il vincitore della gara richiamata nella figurazione opposta, che regge una benda davanti alla dea; è il solo caso in cui su un’anfora panatenaica compare un fedele al cospetto della figura di Athèna, di regola rappresentata sola, fra due colonne coronate da galli che simboleggiano lo spirito di competizione. La gara è quella della corsa dei carri tirati da quattro cavalli. Un auriga barbato, vestito del caratteristico chitone lungo e di una pelle di animale, stringe saldamente una frusta e le redini dei cavalli, lanciati verso destra. La complessa organizzazione della processione e dei giochi panatenaici era compito di un’apposita commissione; documenti epigrafici d’epoca arcaica, riferibili a quanto sembra alle Panatenee, parlano di hieropoiòi, affiancati o sostituiti nel V sec. a.C. da athlothètai, scelti a sorte uno per tribù quattro anni prima delle grandi Panatenee; d’altra parte, nuovi incarichi potevano essere introdotti o aboliti in concomitanza con revisioni o modifiche del programma della festa. I costi organizzativi erano sostenuti dai fondi pubblici e da cittadini ateniesi che si assumevano l’onere di finanziare determinati eventi, i choregòi. La fonte per noi più importante per quanto concerne la preparazione delle gare è la “Costituzione degli Ateniesi” di Aristotele. Documenti del II secolo parlano altresì di competizioni riservate ai cittadini ateniesi, più legate alle tradizioni locali, come l’anthippasìa (una battaglia simulata di cavalleria), l’apobàtes (in cui un armato doveva scendere da un carro in movimento, corrergli accanto per un tratto, infine risalirvi), l’éphippos stochastikòs akontismós (lancio del giavellotto contro un bersaglio, effettuato stando a cavallo) e di altre aperte a tutti (facevano parte di questa categoria le gare atletiche e le gare equestri canoniche, quelle cioè che si svolgevano anche ad Olimpia); ignoriamo però se tale distinzione valesse anche per il programma anteriore all’età ellenistica. Le manifestazioni equestri avevano luogo nell’ippodromo, fuori della città e vicino al Falero (antico porto di Atene); quelle atletiche, a partire dall’avanzato IV sec. a.C., nello stadio panatenaico. Prima di allora, un ruolo importante per lo svolgimento delle competizioni è probabile fosse svolto dall’agorà, centro religioso e civico della città, e in particolare da un tratto della via delle Panatenee, su cui sono stati ritrovati elementi che hanno suggerito agli scavatori l’esistenza di blocchi di partenza per la corsa e di tribune destinate agli spettatori. La medesima area ha restituito anche monumenti che commemorano vittorie equestri, e le iscrizioni attestano che la gara dell’apobàtes vi si svolgeva almeno fino al II secolo.

La corsa con i carri alle panatenee

Le gare equestri erano considerate quelle che risalivano più indietro nel tempo nel programma della festa. Vi erano corse per carri tirati da quattro cavalli (tèthrippon) o da due (synorìs); i cavalli potevano essere sia puledri che adulti. Il carro era un veicolo leggero e di dimensioni contenute costruito in legno e in vimini, adatto a trasportare il solo auriga, che impugnava le redini e una lunga frusta stando in piedi. Ad Atene esisteva una varietà della synorìs, rappresentata per es. anche sulla più antica anfora panatenaica, conservata a Londra, su cui il guidatore sedeva su un carro con ruote del tipo usato normalmente nei carri d’uso agricolo, tenendo i piedi appoggiati sopra un’assicella sospesa al timone. Nella maggior parte dei casi l’auriga e il proprietario non erano la stessa persona; in caso di successo andavano tuttavia a quest’ultimo il prestigio e la corona della vittoria.

La lampadedromía

La corsa con le torce (lampadedromìa) era una manifestazione a carattere cultuale, prima che sportivo, nota in varie città della Grecia; il suo significato rituale consisteva nel trasporto del fuoco sacro da un altare a un altro. La corsa non impegnava concorrenti singoli, ma si svolgeva come una gara a staffetta, nella quale risultava vincitrice la squadra che perveniva al traguardo, – cioé all’altare – con la propria fiaccola accesa. Ad Atene aveva luogo anzitutto alle Panatenee in occasione della pannychìs, la festa che si svolgeva la notte precedente la processione; vi prendevano parte squadre delle phylài e i premi consistevano in un bue, destinato alla staffetta vittoriosa, nonché in una hydrìa, forse di lamina bronzea, riservata al corridore che aveva coperto l’ultima frazione. Lampadedromìai facevano parte altresì del programma delle feste in onore del dio Efesto e di Prometeo (la gara in occasione dei Promètheia era anzi, con probabilità, la più antica di Atene) ed erano corse in onore di Pan, in ringraziamento dell’aiuto prestato dal dio agli Ateniesi nella battaglia di Maratona. Aristotele (“Costituzione degli Ateniesi” 57,3) c’informa che dell’allestimento della corsa con le fiaccole era incaricato l’arconte re. Secondo Pausania (I 30,2) la partenza avveniva sempre presso l’altare di Promèteo; solo per la gara delle Panatenee essa fu in un determinato momento trasferita all’altare di Èros, posto all’ingresso dell’Accademia. Il traguardo delle gare è ignoto, tranne per le Panatenee, in cui è verosimile che si trattasse dell’altare di Atena sull’Acropoli. E’ importante notare che, a parte le circostanze religiose, la corsa con le torce veniva praticata anche nell’ambito della palestra, come disciplina prettamente sportiva. Un cratere a campana fiorentino dello scorcio del V sec. a.C. (inv. 151520, SALA 15) illustra non già la competizione in atto, ma la premiazione del rappresentante della tribù vittoriosa. Un giovane nudo (l’iscrizione che lo designa non è leggibile con sicurezza), la fronte adorna di una tenia in cui sono inseriti raggi o piume, sta in piedi presso un altare reggendo una fiaccola nella mano sinistra. Da destra accorre verso di lui una Nìke (il nome è scritto accanto), che reca una tenia (una benda). Inquadrano la scena a sinistra un giovane con chiome fluenti ([L]ykon), a destra un personaggio barbato, entrambi con un mantello panneggiato intorno alla parte inferiore del corpo e appoggiati a un bastone.

BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO

G.E. MYLONAS, Eleusis and the Eleusinian Mysteries, Princeton 1961
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M. DETIENNE-J.-P. VERNANT, La cucina del sacrificio in terra greca, tr. it., Torino 1982

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