Il banchetto e il simposio
La musica del simposio
Sono numerose le scene di simposio in cui compaiono suonatori di aulòs (una sorta di flauto a due canne) o di lira, ad allietare i convitati; a volte basta lo strumento appeso alle spalle dei simposiasti a evocare la fondamentale presenza della musica.
Fin dalle prime testimonianze letterarie datate al VII sec. a.C. è chiaro che durante il simposio la musica forniva un dolce ritmo ai brindisi, ai canti e alle poesie recitate (skòlion è il canto conviviale): la lirica da banchetto nasce come genere letterario, adottato da Alcèo, Anacreònte, Archìloco, Stesìcoro e dai numerosi poeti di cui spesso abbiamo solo sparsi frammenti. I temi delle loro poesie spaziano dalla politica all’amore, dal senso della vita ai feroci scherzi tra rivali; in ogni caso è chiaro, dai riferimenti diretti, che la maggior parte delle poesie vanno intese come pronunciate davanti a un gruppo di simposiasti, e sono accompagnate da un sottofondo musicale, con uno strumento che può variare a seconda del tipo di composizione poetica.
Sui vasi l’identità dei suonatori non è chiara: spesso, soprattutto in età arcaica e classica, si tratta delle stesse etère oppure di giovani inservienti che si improvvisano musicisti: in età ellenistica invece si diffonde l’uso di ingaggiare delle compagnie di musici e acrobati per allietare le serate.Nelle raffigurazioni vascolari è statisticamente più diffuso l’aulòs, strumento che permette maggiore rilassatezza rispetto alla lira – adatta ad accompagnare canti di argomento elevato – e meno sfrenatezza rispetto agli strumenti a percussione: nel tondo interno di una kýlix a figure rosse (inv. 3946) in SALA 14 un simposiasta afferra la lira che gli porge un giovane servo. La scena sembra quasi un momento isolato dal contesto più ampio del banchetto che si svolge sul lato esterno della coppa: quattro klìnai e un giovane che serve i convitati, tutti uomini sia maturi che efèbi.Era inoltre abitudine che i convitati si cimentassero in composizioni improvvisate o in dotte citazioni: su un’altra kýlix a figure rosse (inv. 3949), nella stessa SALA 14, lo spazio del tondo interno è interamente dedicato alla figura di un simposiasta in atto di cantare. La coppa dipinta dal Pittore di Brýgos, importante ceramografo del primo quarto del V sec. a.C., presenta un giovane semisdraiato con il caratteristico gesto della testa reclinata all’indietro, che indica l’intensità del canto; dalla bocca escono alcune parole “p(h)ile kai…” (ama e…), molto probabilmente le prime di un canto d’amore, tema diffuso nei simposi. La ghirlanda che gli cinge la testa lo indica chiaramente come partecipante a un convito, il ramoscello che ha in mano è quello che i presenti si passavano per decidere il turno di chi avrebbe cantato, i calzari e il bastone sono deposti sotto la klìne; infine, alla parete è appeso un cesto, il recipiente portavivande che a volte i partecipanti portavano da casa, l’ospite in questo caso offriva solo il vino.
La musica esce dalla sala da banchetto e si riversa nelle strade insieme ai cortei dei convitati ormai ebbri: nelle scene di kòmos si vedono personaggi che danzano spesso accompagnati da flautisti o suonatori di lira.
È il caso della pelìke datata 490 – 480 a.C. (inv.76895) attribuita al Pittore dell’Angelo Volante e ritrovata a Chiusi: sul lato principale un suonator di lira cammina in precario equilibrio, con la testa all’indietro, preceduto da una donna che suona un aulòs; sul lato B l’efèbo ritratto con due vasi potori, uno skýphos e un’oinochòe, chiarisce che si tratta probabilmente di un corteo formatosi attorno al cratere di un simposio. Un’altra scena interessante si osserva sul cratere a figure rosse (inv. 4023) che presenta quattro figure: a sinistra un uomo che si volta verso destra a guardare lo strano corteo formato da due uomini e una donna in cammino verso destra, la donna suona l’aulòs mentre i suoi compagni hanno in mano degli skýphoi e così il terzetto è facilmente identificabile come appena uscito da una sala da simposio.
Ho pais kalòs
Su molte kýlikes leggiamo iscrizioni che forniscono indicazioni relative alla scena rappresentata, oppure frasi che escono dalla bocca dei personaggi raffigurati (famosa è la coppa con un simposiasta che pronuncia i versi iniziali di un componimento di Saffo), oppure si tratta di esclamazioni che non hanno nulla a che vedere con l’episodio ritratto.
Vi sono ceramografi, infatti, che tracciano sulle loro opere chiari apprezzamenti per la bellezza di alcuni giovani, forse efèbi noti nell’Atene del tempo: il nome del ragazzo è associato all’aggettivo kalòs che ne indica la bellezza fisica e morale.
La decorazione di una coppa (inv. 3922) nella SALA 14 (è esposta in una vetrina a parete e il tondo interno è visibile dalla SALA 4) non lascia dubbi: il pittore è Douris, famoso ceramografo del primo quarto del V sec. a.C., che rappresenta sulla superficie esterna una scena di banchetto, con sei convitati disposti su klìnai. Sono sdraiati ognuno su di un letto e sorprende vedere che tra di loro vi è un orientale dal caratteristico copricapo; i banchettanti sono serviti da un giovane, alla parete alcuni vasi appesi sottolineano l’atmosfera del simposio e, quasi discosto dai compagni, nel tondo interno della coppa è raffigurato un solitario simposiasta che ha posato sul tavolo dinanzi a sé la corona di edera. Accanto al giovane si legge “ho pàis kalòs” (il ragazzo bello), un’esclamazione che si ritrova su kýlikes di altri artefici (vedi anche il tondo di kýlix inv. 3909, ma in un contesto diverso), spesso accompagnata da un nome proprio, ad esempio Lèagros oppure, sulla kýlix di Òltos (inv. 3923) sempre in SALA 14, Memnòn o ancora Timòxenos (ànfora nolana inv. 4017). Talvolta, se l’efèbo divenne poi una figura storica nell’Atene del tempo, l’acclamazione aiuta a datare il vaso, calcolando l’epoca della giovinezza del personaggio.
L’amore e il simposio
Il tema dell’amore è forse tra i più diffusi sia nella lirica arcaica che tra gli epigrammi di età ellenistica raccolti nella c.d. Antologia Palatina; non a caso è in un Simposio che Platone colloca la variopinta compagnia protagonista di uno dei dialoghi più famosi in cui si affrontano le tante facce dell’amore. Dai famosi versi di Saffo (VII sec. a.C.) alle elegie di Teògnide (VI sec. a.C.) passando per molti altri autori che affrontano gli argomenti più vari nelle loro poesie, per tutti l’amore è un sentimento che ispira emozioni profonde e il simposio è l’occasione per esprimerle, complice il dono di Dioniso che scioglie le lingue e induce ad abbandonarsi alle proprie emozioni.
Nel libro V dell’Antologia Palatina sono riunite le poesie erotiche che spaziano dall’amore per l’etèra appena vista danzare, a quello dell’amante di sempre, all’amore per un ragazzino incontrato per caso al mercato; il libro XII è dedicato invece esclusivamente all’amore omosessuale e ancora una volta il simposio è il luogo eletto per le schermaglie fra amanti.
Sui vasi a figure rosse della SALA 14 non si trovano riferimenti espliciti o scene erotiche ma i gruppi di satiri e menadi spesso fanno riferimento alla sfrenatezza del vino, oppure, come nel caso dello skýphos (inv. 4228) del Pittore di Lewis (450 a.C.), una scena di kòmos (lato B) chiarisce il contesto della decorazione del lato principale: una scena di inseguimento amoroso. I protagonisti del kòmos sono solitamente i simposiasti che, allontanatisi dalla sala del banchetto, ormai ebbri di vino si lanciano in festosi cortei notturni, oppure rimangono a danzare e cantare attorno al cratere.
Intensa è la scena di simposio ritratta su di una kýlix (inv. V48) a figure rosse del sensibile Douris: l’artista raffigura infatti una tipica situazione in una sala da simposio con quattro klìnai dai ricchi cuscini, i bassi tavolini sui quali sono appoggiate alcune coppe, le scarpe lasciate sotto i letti insieme ad alcune ceste che dovevano contenere i cibi. I partecipanti al simposio sono quatto coppie di uomini maturi, serviti da due giovani ragazzi posti simmetricamente nel fregio circolare della superficie esterna della kýlix: l’artista ha scelto di cogliere in maniera pudica alcuni gesti affettuosi tra i banchettanti o tra questi e i giovani inservienti, regalandoci un tocco di spontaneità inserito in una composizione quasi geometrica.
Il gioco nel simposio
Tra i tanti giochi che i convitati organizzano per trascorrere la serata quello del kòttabos è tra i più raffigurati sulle coppe a figure rosse e anche sulla kýlix di Douris (inv. 3922) – analizzata in precedenza – uno dei simposiasti, quello orientale, è ritratto in un momento del gioco.
La pratica del kòttabos si annoverava, per i Greci, fra le grandi scoperte dell’umanità ed era sentita e tramandata come una scoperta dei Sìculi. Il termine kòttabos, infatti, appare come la resa greca di una parola non greca: guttus che diventa kott- e -abos, un suffisso non greco.
Il gioco è testimoniato tra il VI e il III sec. a.C., ed è noto in due versioni: il tipo classico (kòttabos kataktòs) che prevedeva il lancio del residuo di vino contro la plàstinx, il piattello più alto posto in equilibrio precario in cima alla rhàbdos kottabikè (un’asta in bronzo), in modo che cadesse sul mànes, il piattello più in basso, producendo rumore.
Una variante è il kòttabos en lekànei, in cui si lanciava il vino contro piccoli vasi che galleggiavano in un recipiente (la lekanìs): chi colpiva di più vinceva di più.
Nel kòttabos l’abilità del giocatore sta nella mira e nella sicurezza del gesto, qualità difficili da mantenere nel bel mezzo di un simposio. Nella kýlix di Douris è il personaggio vestito all’orientale che tiene in mano la kýlix reggendola per un’ansa e appoggiandola con la base al polso, poco distante davanti a lui è l’asta in bronzo con il piattello che deve essere colpito.
Il kòttabos serviva a dedicare all’amato l’attenzione, il brindisi, l’invito, ma anche a prevedere la risposta della persona amata il cui nome di solito viene annunciato prima del lancio. Era una sorta di m’ama non m’ama, la trasposizione in ambito amoroso di qualche interrogazione oracolare di tradizione religiosa sicula.
Il piacere del simposio
Le decorazioni vascolari rappresentano per lo più il simposio attico ma le fonti letterarie spesso confrontano le sfrenatezze ateniesi con la severità dei syssìtia, i pasti comuni consumati a Sparta. Anche nella città laconica, tuttavia, rimane costante uno dei principi fondamentali del simposio: lo stare insieme e il condividere un’esperienza, che ha la funzione di cementare le amicizie e il senso di appartenenza ad una comunità. Ad Atene il simposio può servire anche a sfogare alcune tensioni sociali e soprattutto diviene un luogo di scambio che ispira composizioni poetiche e riflessioni politiche.
“Non ci si reca a un simposio presentandosi come un vaso da riempire ma per discorrere seriamente e per scherzare, per ascoltare e per esprimere considerazioni su quegli argomenti che vengono proposti, visto che i convenuti devono trarre piacere dal conversare fra loro.” (Talete in Plutarco, “Simposio dei Sette Sapienti”, II 147 e).
BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO
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