Il c.d. Apollo Milani

luglio 2, 2010 scritto da Stefania Berutti
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Storia della scoperta

Il ritrovamento dei due kouroi Milani è documentato dallo scambio epistolare tra Annibale degli Abbati Olivieri e il canonico osimano Luca Fanciulli, tra il 1769 e il 1805. L’Olivieri, nel suo soggiorno a Osimo nel 1741, in visita al Vescovo Pompeo Compagnoni, vide nel giardino dell’Episcopio due statue in marmo arcaiche. Il confronto con reperti del Museo Nazionale di Atene le individuò ben presto come greche e furono battezzate Apollo e Apollino, in virtù della grande somiglianza dei tratti ma della chiara differenza di dimensioni. Alla curiosità del dotto pesarese non corrisponde però né l’attenzione dei cronachisti dell’epoca, né tantomeno l’interesse, da parte del Vescovo, di trovare una giusta collocazione alle due statue.
Solo sulla fine dell’800 giunge nelle Marche Luigi Adriano Milani, allora Direttore del Museo Archeologico di Firenze, intenzionato a procurare al proprio Museo i reperti più interessanti di arte italica, da porre a confronto con le collezioni etrusche fiorentine. Nel 1895 egli preleva dalla collezione Rilli di Numana oggetti pieni e nel 1902, passando da Osimo, visita il palazzo della facoltosa famiglia Briganti-Bellini. Qui, in mezzo alla varia raccolta di antichità, viene colpito dai due kouros arcaici in marmo che nella vendita, subito concordata, il proprietario Fabrizio Bellini disse entrati nella collezione da oltre un secolo, facendoli così supporre provenienti dal mercato antiquario.
L’acquisizione dei kouroi dalla Famiglia Briganti – Bellini non appare chiaramente definita, il loro passaggio dalla proprietà ecclesiastica ala collezione di antichità privata può essere stato facilitato nel biennio 1774-76 a causa della sede vescovile nella Chiesa osimiana vancate dalla morte del Compagnoni alla nomina del Cardinale Calcagnini, o nel corso del pontificato diquesti – fino all’agosto del 1807 – per interferenza di uno dei personaggi influenti della Famiglia Bellini. Il palazzo, inoltre, era molto vicino all’Episcopio e il trasferimento delle statue ne risultava facilitato.
Un’ipotesi suggestiva sull’origine dei kouroi li colloca a Numana già nell’antichità, quando la cittadina alle falde meridionali del Conero era, come più a nord presso la foce del Po l’etrusca Spina e sulla costa dei Veneti Adria, l’emporio commerciale della Grecia, da dove giungevano manufatti antichi in marmo e in bronzo e particolarmente le ceramiche che poi passavanoall’interno del territorio piceno; oppure l’importazione delle due statue greche arcaiche fu dovuta al proprietario romano dell’ultimo tempo della Repubblica della Villa di Monte Torto (località dove si situerà poi la Mensa Vescovile di Osimo), collezionista di sculture e cimeli dell’antichità greca.

Se le due statue sono oggi note come “Milani” si deve quasi certamente ad Antonio Minto che, nel pubblicarle nel 1943, attribuì in modo del tutto arbitrario a Luigi Adriano Milani il meito di aver riconosciuto per primo la loro importanza. In verità il Milani si limitò a confermare lo straordinario interesse di questi due marmi greci che gli erano stati segnalati dal conte osimano G. Battista Gallo e dal sig. M. Campodonico.
Le diverse traversie che portarono le due statue dalla Curia di Osimo alla collezione della famiglia Bellini (1808), determinarono , tra l’altro, la perdita della testa del c.d. Apollino. Giunte a Firenze con Milani, rimasero nell’abitazione del Direttore del Museo fiorentino fino alla sua morte (1914); in seguito, sorse un contenzioso tra gli eredi e lo Stato, in merito alla donazione delle due statue, ovvero alla loro vendita, al Museo Archeologico di Firenze. La vicenda si risolse a discapito degli eredi dell’illustre Direttore: il tribunale stabilì come il fascino di questi marmi avesse fatto compiere a Milani scelte giudicate al di fuori della legalità.

La scultura greca nel museo fiorentino

“Le due straordinarie sculture” (l’Apollo e l’Apollino Milani) ”appaiono tanto più strane e singolari per essere apparizioni addirittura uniche nel patrimonio artistico dell’Italia continentale. E’ un fatto che anche le grandi città elleniche del Golfo di Taranto non ci hanno dato che frammenti di questa classe di sculture così centrali nella produzione plastica greca dei primi secoli: kouroi. Potrei ricordare solo un frammento di capigliatura da Locri e un torso ben noto ed apprezzato da Metaponto, dove certamente un’officina di insigni scultori è documentata alla fine dell’arcaismo e nella prima metà del V sec. a.C. Tuttavia, al fine di conoscere una statua di kouros completamente apprezzabile con la sua testa sulle spalle bisogna scendere fino ad Agrigento, dove la piccola statua che ha il nome dalla città offre il suo incomparabile messaggio. Può essere, quindi effetto di certa nostra mancanza di familiarità con opere del genere se ai due kouroi è mancato non dico il travolgente, imprevedibile successo popolare delle due statue di bronzo di Riace, ma anche un apprezzamento generoso e comprensivo degli studiosi.” (Enrico Paribeni, cit. dal catalogo “La Sala Milani dell’Antiquarium”, pg. 1).

Il kouros Milani è stato inserito dalla Richter nel Gruppo di Tenea – Volomandra, che comprende un certo numero di sculture datate nel secondo venticinquennio del VI sec. a.C., opere nelle quali si avvertono una più precisa correlazione dei volumi ed una costruzione anatomica improntata da un maggior naturalismo. Pur senza raggiungere l’armonico equilibrio tra le forme monumentali e il delicato vigore giovanile che caratterizza il corinzio kouros di Tenea, la statua Milani si avvicina decisamente al kouros di Volomandra. Pertanto la Richter la inserisce nel gruppo delle sculture attiche.

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