Il corredo funerario

dicembre 17, 2009 scritto da Stefania Berutti
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La stele funeraria
La stele funeraria aveva lo scopo di assicurare le preghiere, il cibo, le bevande e tutto ciò di cui poteva aver bisogno l’anima per continuare a vivere, mediante la “formula dell’offerta”, una specie di formula magica. Sulla stele compare il defunto, spesso accompagnato dalla moglie e dai figli, di fronte a una tavola colma di pani, verdure, pezzi di carne di bue, uccelli, frutti, dolci, brocche di birra, ecc. La forma delle stele può essere semplicemente rettangolare (le più antiche), oppure a forma di “falsa porta”, attraverso la quale poteva uscire l’anima, o infine centinata, cioè arcuata in alto. Dal Nuovo Regno in poi compaiono spesso anche scene di adorazione da parte del defunto a varie divinità. Le stele di erano in pietra, ma in Epoca Tarda prevalgono quelle in legno dipinto.
Scendendo nel pozzo scavato nella roccia si arriva alla stanza funeraria che accoglieva il corpo del defunto e il suo corredo, costituito da tutti gli oggetti personali utilizzati in vita, compreso il mobilio, gli abiti, gli oggetti per toilette, ecc., perché potesse usufruirne in eterno. Numerose erano anche le derrate alimentari, che dovevano nutrire la sua anima per sempre. Ma del corredo facevano parte anche alcune categorie di oggetti che avevano esclusivamente una funzione funeraria. Si tratta innanzi tutto della statua che raffigura il defunto, nella quale si potrà reincarnare la sua anima: di materiali e dimensioni diverse, le statue di solito tendevano a idealizzare estetico del personaggio, che spesso è accompagnato dalla moglie o dai figli. Un’altra categoria di statue presenti nel corredo erano quelle di piccole dimensioni dei servitori, che dovevano preparare il cibo e servire l’anima del defunto per l’eternità; vi sono comprese anche le statuette delle cosiddette “concubine del morto”, destinate a rallegrare la sua vita nell’aldilà.

Gli ushabti
Una funzione molto particolare era quella delle statuette chiamate ushabti, dal verbo usheb che in egiziano significa “rispondere”. Poiché infatti l’anima del defunto era obbligata a lavorare nei campi dell’aldilà, il compito degli ushabti era quello di rispondere alla chiamata al lavoro al posto dell’anima del morto. Le statuette, di materiali diversi, si presentano dunque a forma di mummia, con in mano zappa e aratro e sulle spalle il sacchetto con i semi da seminare; sul corpo è dipinta o incisa un’iscrizione con il nome del defunto e una formula per animare l’ushabti.
Ogni dieci ushabti era deposta nella tomba una statuetta con l’abito dei viventi, che doveva sorvegliare gli ; inoltre spesso le statuette venivano raccolte in cassette dipinte.

Il Libro dei Morti e la pesatura del cuore
Nel corredo funerario non poteva poi mancare il rotolo di papiro con il “Libro dei Morti”, una serie di istruzioni per affrontare e superare i pericoli dell’aldilà, che culminava con la scena della pesatura del cuore sulla bilancia di fronte al dio Osiride, re del regno dei morti. Il cuore del morto infatti doveva pesare come una piuma, il simbolo della verità e della giustizia; se pesava più di una piuma l’anima sarebbe stata divorata da un mostro. Per evitare questa sciagura, cioè l’annientamento della continuazione a vivere dopo la morte, gli egiziani deponevano sul cuore del defunto un grosso scarabeo con una formula magica che faceva pesare automaticamente il loro cuore come una piuma.

Il sarcofago
Arriviamo infine all’oggetto più importante del corredo funerario: il sarcofago che contiene il corpo del defunto. Chi poteva permetterselo economicamente, si faceva mummificare secondo un procedimento che durava circa 70 giorni: mediante un taglio su un fianco venivano asportati i polmoni, lo stomaco, il fegato e gli intestini, che venivano conservati dentro quattro vasi, chiamati vasi canopi. Quindi con un trattamento sotto natron (una specie di sale) il corpo veniva completamente disidratato e poi avvolto in bende di lino impregnate di sostanze conservanti e profumate. Fra le bende venivano inseriti i gioielli personali del defunto e numerosi amuleti che dovevano proteggere le varie parti del corpo.

I vasi canopi
I vasi canopi, di solito in pietra, presentano i coperchi a forma di testa umana che raffigurano i quattro figli del dio Horo. Con il Nuovo Regno i coperchi si differenziano: Amset, protettore del fegato, rimane a forma di testa umana, mentre Hapi, protettore dei polmoni, assume l’aspetto di testa di babbuino, Duamutef, che protegge lo stomaco, ha testa di sciacallo, e infine Kebekhsenuf, che protegge gli intestini, testa di falco. I vasi canopi spesso erano racchiusi dentro cassette con quattro scomparti.
I sarcofagi più antichi erano a forma di parallelepipedo, e solo con il Medio Regno compaiono quelli di forma antropoide, che in Epoca Tarda potevano essere contenuti in un altro sarcofago a parallelepipedo. La superficie dei sarcofagi, di solito in legno o in pietra, è completamente decorata con iscrizioni, che riportano preghiere per il defunto, e con immagini di divinità. In compare anche l’uso del cosiddetto cartonnage, un involucro di bende impregnate di gesso che veniva applicato direttamente sulla mummia e, una volta seccato, era completamente dipinto e decorato anche con foglia d’oro.

In Epoca Romana sul volto delle mummie veniva collocato un ritratto vero e proprio del defunto, eseguito appena morto. Questi ritratti sono chiamati del Fayum perché la maggior parte di essi sono stati trovati in questa oasi.

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