Il Pittore di Meidias nel Museo Archeologico di Firenze
Come si è detto, il Pittore di Meidìas rappresenta la più nota (anche se, probabilmente, non la maggiore) personalità della “Quinta Generazione” di ceramografi attici che dipingono “a figure rosse”. Si tratta, com’è noto, dell’ultimo gruppo di pittori vascolari ateniesi della produzione ceramografia figurata. Già da tempo quest’ultima era andata declinando nella qualità media.
Il motivo di tale declino va principalmente cercato nell’incapacità da parte della maggior parte dei ceramografi di seguire con successo gli enormi sviluppi tecnici e disegnativi perseguiti dai pittori dell’epoca, soprattutto per quanto riguarda la ricerca della terza dimensione. Non si tratta solo di scarsa cultura o di scarsa abilità dei ceramografi, ma anche delle limitate possibilità tecniche del mezzo ceramografico rispetto a quelle, ben più ampie, della “Grande Pittura” su tavola o su affresco. Il Pittore di Meidìas, comunque, “tiene bene” a livello tecnico, magari a discapito della profondità di ispirazione. In effetti, per quanto lezioso, ripetitivo e forse freddo, non manca di impressionare favorevolmente il fruitore per la grazia e la ricchezza compositiva, per l’eccellenza del disegno, soprattutto se le sue figurazioni pittoriche vengano paragonate alle altre, coeve, di vasi presenti al Museo Archeologico di Firenze. Dopo la battaglia navale di Cuma (474 a.C.), infatti, gli Etruschi perdono il controllo del Mar Tirreno e i loro commerci con i Greci si spostano nell’Adriatico, tramite il porto di Spina (FE). Succede, così, che i ritrovamenti vascolari greci nei centri dell’Etruria tirrenica (da cui provengono i vasi del Museo di Firenze) si fanno meno numerosi.
Il declino delle pòleis greche, il disinganno che accompagna le sconfitte ateniesi nel corso dell’interminabile “Guerra del Peloponneso” (431-404 a.C.) e, soprattutto, la progressiva laicizzazione della cultura greca, sono tutti elementi che comportano l’abbandono degli antichi temi mitici ed epici che avevano caratterizzato la ceramografia attica sino alla “Seconda Generazione” a figure rosse. Prevale adesso il mondo privato, che s’incentra nelle numerose scene di vita quotidiana, immagini di gineceo e commiati funebri. Tra gli dèi sono ormai rappresentati quasi unicamente Dioniso ed Afrodite, gli dèi del vino e dell’amore, cioè -a ben guardare- dei due aspetti della divinità più facilmente esperibili nella vita di tutti i giorni. D’altra parte, i progressi della sofistica diffondono una curiosità indagatrice in ambito religioso: ne viene ostacolata, a livello medio, la pura fede di un tempo, mentre si propaga l’indagine sull’origine dei miti stessi semmai “chiariti” con spiegazioni talora astruse o cervellotiche. L’arte del tempo viene influenzata da questa passione semantica per concetti e parole: divengono dunque frequenti le allegorie e le personificazioni di forze naturali (la “primavera”), di qualità giuridiche o morali (”l’armonia”) o di puri stati contingenti (per cui l’amore -Afrodite, nel nostro vaso- porta con sé Pannychìa, la “veglia amorosa notturna”, o Pòthos, il” rimpianto”, ecc.). Secondo la maggior parte degli studiosi, tale “concettualismo” non favorisce la creatività artistica: non a caso, il Pittore di Meidìas e tutta la produzione artistica ateniese dello scorcio del V secolo a.C. sono talora imputati di freddezza e di ripetitività.
La tarda produzione attica a figure rosse (475-400 a.C. circa)
Ci si limita, qui, a considerare lo sviluppo della tarda produzione attica a figure rosse (III-V “Generazione”), avvertendo tuttavia che anch’esso è dovuto, almeno indirettamente, all’influenza esercitata dalla “Grande Pittura” sulla ceramografia. La creazione di piani secondari in ceramografia, ad esempio, è normalmente attribuita all’influsso di Mìkon e Polignoto, due celebri pittori che operano all’epoca della III “Generazione” dei ceramografi “a figure rosse” (475-450 a.C. circa). Le figure in secondo piano vengono dapprima scaglionate nella parte alta della scena; poi (IV “Generazione”, 450- 425 a.C. circa) si adotta gradualmente la linea di fuga, su probabile influsso della scenografia teatrale. Le figure sullo sfondo si fanno, così, più piccole, secondo un sistema a fuochi multipli (giacché la pittura antica non raggiungerà mai il principio di un unico punto di fuga). L’abbandono dei vecchi katàgrapha è totale: occhi, volti, busti e gambe sono resi in modo sempre più naturalistico, a seconda dei movimenti contingenti delle figure. Tipica è l’evoluzione della resa degli occhi, tesi ormai all’espressione dei sentimenti. La capigliatura perde (IV “Generazione”) la sua compattezza ed è trattata come una massa sciolta, con ciocche separate, contorni ondulati e ricci vaporosi, tutti resi su uno sfondo ,”risparmiato”. Il panneggio diventa sempre più libero, con pieghe divergenti, rese talvolta a chiaroscuro; esse spesso si infittiscono, a suggerire la rotondità delle membra sottostanti. Diviene frequente l’adozione della cosiddetta “linea funzionale” (V “Generazione”), che sul nostro vaso è usata, ad es., per la resa dell’anatomia maschile. E’ frequente l’uso del fondo bianco, dell’argilla a rilievo, dei colori aggiunti (paonazzo, oro, ecc.). Le conquiste pittoriche del V sec. comportano, insomma, una complessità grafica e compositiva assai sofisticata. Essa si rivela per lo più superiore alle capacità, tecniche e culturali, della maggior parte dei ceramografi dell’epoca, ben pochi muniti del “mestiere” del Pittore di Meidìas e di pochi suoi colleghi della “Quinta Generazione” (il Pittore del Dînos; il Pittore di Thàlos). In realtà, come si è detto, la qualità media delle ultime “Generazioni” di ceramografi che dipingono “a figure rosse” declina rapidamente. La “Quinta Generazione” ed il Pittore di Meidìas rappresentano il canto del cigno della gloriosa produzione attica figurativa. Contemporaneamente, infatti, va affermandosi quella anicònica (cioè senza immagini) “a vernice nera”, che la sostituirà del tutto negli anni a cavallo tra V e IV sec. a.C.
BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO
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