La partenza del guerriero verso la battaglia

giugno 10, 2010 scritto da Redazione
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L’extispicio

La tecnica dell’extispicio, ignota ai poemi omerici, fu probabilmente introdotta in Grecia dall’Oriente nel VII sec. a.C. e conobbe grande diffusione anche in Etruria. Fonti letterarie attestano il ricorso alla ieroscopìa come procedura corrente fra i comandanti di spedizioni militari desiderosi di conoscere l’esito dell’impresa cui si accingevano, che si servivano di un veggente per l’interpretazione dei segni. Secondo alcuni studiosi la particolarità e la difficoltà interpretativa di immagini di divinazione come quella sulla nostra anfora inv. 3856 (SALA 13) in cui un oplita esamina i visceri di una vittima sacrificale, che gli viene presentata da un giovane schiavo fra un vecchio canuto appoggiato a uno scettro e una figura femminile, o su un esemplare a figure rosse conservato a Würzburg, è data dal fatto che la lettura dei visceri non viene eseguita da un veggente di professione, per conto di tutto l’esercito e sul campo di battaglia, bensì da un singolo oplita al momento del distacco dai famigliari: appare poco verosimile che tutti gli opliti disponessero delle cognizioni necessarie per compiere correttamente l’esame dei visceri. Ci si potrebbe chiedere pertanto se immagini di epatoscopìa come la nostra esprimano l’aspirazione da parte del singolo cittadino-oplita a un’interrogazione personale riguardo al futuro – o all’opportunità del momento per affrontare la partenza – o se invece pongano in risalto il significato, valido per il singolo, di un’interpretazione dei segni cui nella realtà si procedeva in funzione di tutto l’esercito.

La libagione

Un aspetto rituale documentato di rado nella tecnica a figure nere, ma ricorrente nella tecnica a figure rosse è quello della libagione. Su un frammento di hydrìa (inv. 151235, non esposta) un anziano personaggio regge lo scudo poggiato a terra di un guerriero, che stringe a sua volta due lance. La metà destra dell’immagine è occupata da una figura femminile che versa del vino nella phiàle protesa di un guerriero, seduto sopra un blocco quadrangolare con l’elmo sollevato sopra la fronte e lo scudo poggiato a terra. Costui tiene la coppa inclinata, spagliando a terra una parte del liquido e compiendo con la sinistra un gesto di preghiera. Un’atmosfera che evoca l’ambito della famiglia caratterizza altresì le raffigurazioni sui lati esterni di una coppa d’età classica (inv.151534 [PD 372], non esposta). Sul lato A una figura femminile regge l’elmo e lo scudo di un giovane guerriero appoggiato a un’asta, che volge il capo verso un’altra donna, intenta a versare del vino in una phiàle. Un personaggio barbato assiste alla libagione, appoggiato a uno scettro. Quest’ultima figura si ripete sul lato opposto, in cui non troviamo invece la donna che regge le armi; l’altra figura femminile protende la phiàle verso un giovane, che in questo caso sta accanto al suo cavallo.

Il taglio di una ciocca di capelli

Come corollario al nostro esame dell’iconografia connessa con il congedo del guerriero, sembra opportuno richiamare l’attenzione su una particolarità delle scene d’armamento degli inizi del V sec. a.C., nelle quali vediamo figure che avvicinano ai propri capelli la lama di una spada: è quanto accade su un frammento attribuito al Pittore di Kleophràdes (inv.151553 [8 B 6] non esposto), in cui riconosciamo a destra parte del corpo di un guerriero, che stando in equilibrio su una gamba aggiusta la posizione di uno schiniere; a sinistra è invece l’estremità della lunga chioma di un’altra figura, con parte della sua mano destra che impugna una spada. Data l’incompletezza della rappresentazione, non è possibile determinare il contesto né il gesto esatto del guerriero a sinistra, intento a raccogliere i capelli per praticità prima di indossare l’elmo oppure a reciderne una ciocca in atto di dedica. Nei casi in cui il contesto è riconoscibile con sicurezza, occorre trasferirsi dal piano dell’esperienza quotidiana al mondo degli eroi: si tratta infatti dell’armamento che precede la spedizione o, più probabilmente, l’ultimo assalto dei Sette a Tebe (cfr. i frammenti di una coppa, anch’essa assegnata al Pittore di Kleophràdes, trovati sull’Acropoli di Atene). In quella circostanza, la recisione di una ciocca di capelli acquista il senso di un atto di dedica. (I Sette – Adrasto, Partenopeo, Polinice, Tideo, Anfiarao, Ippomedonte, Capaneo – mossero contro Tebe al comando di Adrasto, signore di Argo, per riportarvi sul trono Polinice. Sapendo che solo Adrasto sarebbe tornato vivo, i partecipanti compirono un sacrificio e appesero al suo carro ciocche di capelli, da recare in ricordo ai congiunti; cfr. Eschilo, Sette a Tebe, 42-50).

Il ritorno di un caduto

In un percorso che tratta delle rappresentazioni connesse con il distacco del guerriero dalla famiglia, vale la pena di spendere una parola sulle immagini relative a una circostanza a esso complementare e opposta dal punto di vista del contenuto: quelle del ritorno. In particolare, accenniamo qui alle scene in cui il ritorno di un guerriero avviene da morto. Si veda il medaglione di una coppa del Pittore di Heidelberg (inv. 3893, SALA 11): il corpo inanimato del guerriero vi è trasportato sopra le spalle da un compagno. Anche questo episodio, successivo alla nobile morte (thànatos kalòs) sul campo di battaglia, può venire trasferito dal piano dell’esperienza reale nel passato eroico; e anche in questo caso, come per la consegna delle armi, l’applicazione degli schinieri e la preparazione del carro, il modello mitico è rappresentato da Achille: abbiamo l’opportunità di osservarne esempi sicuri – e illustri – sui tratti esterni delle anse del Cratere François (inv.4209, SALA 11), in cui il gigantesco corpo nudo di Achille (Achilèus) grava sopra le spalle del cugino Aiace (Aias). Alle immagini di Aiace con la salma di Achille si ricollega anzitutto il medaglione interno di una coppa all’incirca coeva al Cratere François; il medesimo gruppo compare inoltre sul frammento d’anfora inv.141814 (non esposto), composto però secondo uno schema diverso – il cadavere appare trasportato dal compagno non già sulle spalle, ma sulla schiena. E’ probabile che l’invenzione di quest’ultimo schema si debba a una delle personalità più alte della ceramografia attica a figure nere, Exekìas, che ne ha lasciato esempi su anfore conservate a Monaco e a Berlino.

BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO

W. WREDE, “Kriegers Ausfahrt in der archaisch-griechischen Kunst” in Deutsches Archäologisches Institut, Athenische Mitteilungen 41, 1916, pp. 221 e sgg.
A.B. SPIESS, Der Kriegerabschied auf attischen Vasen der archaischen Zeit, Francoforte 1992

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