L’abbigliamento nell’antica Grecia
Fogge esotiche e “barbariche”
Entrando in contatto con popoli stranieri i Greci, e fra essi gli Ateniesi, finiscono per mutuarne pratiche e usanze e, non da ultimo, ne vengono influenzati nella confezione di vesti e di capi d’abbigliamento, come documenta chiaramente tutta una serie di immagini vascolari. La presenza in Atene di Sciti (provenienti dalla regione asiatica della Scizia, nella zona dell’odierna Russia meridionale) e di Traci (dalla Grecia settentrionale) non mancò d’imporre in Attica una moda “scitica” e “tracia”, soprattutto verso la fine del VI sec. a.C. Sciti vengono regolarmente arruolati ad Atene nei corpi di guardia: non è sempre chiaro, tuttavia, se gli arcieri scitici raffigurati sui vasi attici nelle loro esotiche, caratteristiche fogge (“casacche”, “tute” e “calzoni” in pelle, alti copricapi conici) siano effettivamente Sciti oppure Ateniesi in abbigliamento “militare” scitico. I Traci si caratterizzano, solitamente, per un rozzo copricapo in pelle di volpe (la cosiddetta alopekìs), degli stivaletti in pelle (i cosidetti embàdes) e un lungo mantello ornato di ricami e allacciato al petto (la cosiddetta zeirà) che molti giovani ateniesi non mancano d’indossare. Sul frammento di kylix a figure rosse n. inv. 151306, del Pittore di Brygos, databile al 490-480 a.C. circa (non esposto) è raffigurato un guerriero in costume tracio (alopekìs, zeirà, embàdes) con il proprio cavallo. Anche i Lidî non mancano d’influenzare la moda attica: l’abbigliamento lidio, caratterizzato da turbante (mìtra), morbidi stivali di pelle (kòthornoi) e bàrbiton (strumento musicale simile a una lyra ma dotato di bracci più lunghi e curvati alle estremità verso l’interno) e qualche volta parasole, doveva sembrare agli Ateniesi quasi degno di una donna, tanto che il termine di lydopathés (colui che segue “mode” lidie) appariva sinonimo di effemminato. Sul lato A della pelìke a figure rosse n. inv. 3984, non attribuita, databile al 510-500 a.C. circa (non esposta) è raffigurato il prototipo di un lydopathés che indossa un lungo chitone e l’himàtion, in maniera non dissimile da una donna, suona il bàrbiton e reca i capelli raccolti in una cuffia ricamata. Sul lato A della kylix a figure rosse n. inv. 3922, di Dòuris, databile al 490-480 a.C. circa (SALA 14), sono invece raffigurati tre uomini distesi a banchetto su tre klìnai. Il simposiasta di sinistra si distingue per un caratteristico copricapo orientale: per il resto il personaggio indossa, non diversamente da un “ateniese”, un lungo mantello che gli fascia completamente la gambe e gli lascia scoperta la spalla destra.
Calzari, sandali e bastoni da passeggio
Tra gli elementi, per così dire, accessori dell’abbigliamento non possiamo dimenticare le calzature. Conosciamo molti nomi antichi di calzature ma, come frequentemente capita nello studio delle antichità classiche, non è sempre facile ricollegare i nomi attestati nelle fonti letterarie a immagini determinate. In linea generale possiamo distinguere due tipi di calzature: “stivaletti” in pelle di diversa altezza che, comunque, fasciano e chiudono interamente il piede (embàdes, endromìdes, kòthornoi) e sandali (krepìdai e blàutai). Per quanto riguarda gli embàdes, termine generico che “descrive” una calzatura nella quale il piede letteralmente “entra” (embàino significa entrare), si tratta di stivaletti in pelle, talvolta raffigurati senza lacci, caratterizzati, in alto, da un risvolto (ptèryx): quest’ultimo manca nell’endromìs la quale, per il resto simile a un embàs, poteva fasciare il polpaccio (endromìs bassa) o sfiorare il ginocchio (endromìs alta). I kòthornoi sono invece calzari di origine orientale larghi e comodi (fasciano interamente il piede e risalgono talvolta la gamba fino al polpaccio). Calzari femminili per eccellenza, adatti a camminare in ambienti chiusi, domestici, anche gli uomini, per ciò stesso tacciati di effemminatezza, non mancano di calzare kòthornoi. La krepìs è invece un sandalo che lascia trasparire il piede dietro un reticolo spesso molto semplice di legacci che non supera mai le caviglie. Le dita del piede sono generalmente mantenute ferme da una correggia che passa fra il pollice e l’indice. Il tallone è protetto da una serie di legacci in pelle che si staccano dalla suola. Talvolta, invece, le krepìdai sono chiuse da un reticolo di legacci (polyschidés) che avvolge tutto quanto il piede. Le blàutai sono invece sandali maschili di lusso, come i sandàlia delle donne, caratterizzati, come i krepìdes, da un sistema di cinghie. Sul tondo interno della kylix a figure rosse n. inv. 3949, del Pittore di Brygos, databile al 490-480 a.C. circa (SALA 14) è raffigurato un giovane, disteso su di una klìne, in atto di cantare. Il giovane, prima di sdraiarsi a banchetto, si è tolto le scarpe: il ceramografo le raffigura effettivamente sotto la klìne. Non si tratta di sandali bensì di calzari privi di allacciatura e di risvolto, simili a endromìdes. Si noti, inoltre, il bastone da passeggio, nodoso e con l’estremità superiore ricurva, che il banchettante ha appoggiato dietro la klìne. Sui vasi compaiono bastoni di ogni tipo, muniti di impugnature ricurve o a testa di stampella: di lunghezze variabili, sono spesso alti fino alle spalle e oltre (in questo caso i personaggi vi si appoggiano con le ascelle e il bastone viene raffigurato obliquo). Il bastone da passeggio era considerato un segno di benessere sociale. Si trattava di un accessorio quasi indispensabile nella tenuta di un Ateniese alla moda.
BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO
D.J. SIMONS, Costume of Ancient Greece, London 1987
G. LOSFELD, Essai sur le costume grec, Paris 1991
A. PEKRIDOU-GORECKI, Come vestivano i Greci, Milano 1993
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