Nomi e forme di vasi attici

giugno 9, 2010 scritto da Redazione
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Il cratere (kratér), provvisto di bocca larghissima e corpo capace, era destinato a contenere il vino che vi veniva mescolato con acqua. I Greci non bevevano vino puro, ma lo mescolavano all’acqua in ragione di una parte a tre, con aggiunta di miele.

Si distinguono quattro tipi di cratere:

a) “cratere a colonnette”, chiamato kelébe in greco, provvisto come indica il nome di un paio di manici cilindrici per parte, uniti in alto da una piccola placchetta orizzontale, congiunta all’orlo con cui forma un’unica membratura (vd. inv. 3758 SALA 11). La kelébe si crea probabilmente a Corinto e raggiunge l’Attica nel Protoattico Tardo, all’epoca del Pittore di Nessos, attivo nel 620-600 a.C. circa.

b) “cratere a volute”, che si distingue dalla kelébe per le anse cilindriche che, come indica il nome, terminavano a volute appoggiandosi sull’orlo del vaso. La forma, in uso dal 570 a.C. dura con alcune varianti, fino al IV sec. a.C. Il primo esempio noto è senza dubbio il “Vaso François“, forse effettivamente il vaso per cui venne sviluppata la nuova forma.

c) “cratere a calice”, con corpo a forma di calice di fiore, diviso in due parti, la inferiore a profilo convesso, la superiore leggermente concava (vd. inv. 4002 SALA 15); le anse sono impostate dal basso in alto, con una elegante curva all’infuori. La forma, creata all’epoca delle tarde “figure nere” (540 a.C. circa), avrà successo nel quinto e quarto secolo a.C.

d) “cratere a campana”, con corpo simile a una campana rovesciata e labbro arrotondato in fuori compare dall’inizio del V e continua nel IV secolo, incontrando grande popolarità nella ceramica di Magna Grecia (vd. inv. 151520 SALA 15).

Il dinos (chiamato lébes nell’antichità) un recipiente di bocca sferica, sagomata da un basso orlo verticale (la forma deriva da prototipi bronzei); privo di piede, il lebete veniva per lo più collocato su un tripode o un sostegno variamente sagomato (vd. inv. 3785 SALA 13). Come il cratere, serviva a mescolare l’acqua al vino. Era spesso destinato come premio ai vincitori di gare e Omero parla di tripodi e lebeti allestiti per i giuochi funebri in onore di Patroclo (si veda, a questo proposito, la rappresentazione di tali giochi sul “vaso François”).

Lo stàmnos è un vaso dalle alte spalle e dal collo molto basso (vd. inv. 4005 SALA 14). Il termine era sinonimo di anfora e non serviva quindi a designare il vaso che adesso invece viene così denominato. Anche questo comunque serviva prevalentemente come l’anfora, a contenere il vino, come indicano diverse figurazioni vascolari. Gli stàmnoi compaiono alla fine del VI e continuano per tutto il V secolo a.C.

La pisside (in greco pyxis) era una scatola rotonda con coperchio, che serviva per cosmetici od oggetti da toeletta femminile. Talvolta, all’interno di pyxides sono state trovate tracce di antichi cosmetici, mentre le figurazioni che le adornano riguardano regolarmente scene di vita femminile. Tipi di pyxides (diversi da quelli del periodo classico) compaiono già nel periodo Geometrico; la pyxis tuttavia diventa particolarmente popolare ad Atene dalla metà del V sec. a.C.

Si distinguono quattro varietà di pyxides, di cui il tipo canonico non è rappresentato al nostro museo. A Firenze è invece presente il tipo di pyxis cilindrica, con coperchio piatto e privo di manico. Di forma eccezionale risulta la pisside di Nikosthénes, il prolifico vasaio che sperimenta diverse forme peculiari di vaso.

Per la lekanìs nell’antichità sono attestati diversi usi, da recipiente per cibi cotti, a pisside per gioielli (donati dai padri alle figlie che vanno spose); da recipienti da toeletta femminile, a contenitori per dolciumi destinati alle spose novelle. Effettivamente, lekanìdes sono rappresentate con una certa frequenza in raffigurazioni vascolari relative alla vita femminile (vd. inv. 151518 SALA 15). Forma poco frequente, la lekanìs compare già in ambito corinzio, ma si fa meno rara nel V e nel IV secolo a.C., anche in Magna Grecia.

Decisamente raro il kérnos, vaso multiplo cultuale costituito da una ciambella di base su cui sono applicati tanti piccoli calici. I kérnoi servivano per le offerte alla divinità; frequenti nel culto di Demetra ad Elèusi, dalla madrepatria passarono anche in Magna Grecia (vd. inv. 73132 SALA 6). In Etruria si sviluppano tipi maestosi di kèrnoi, ben diversi dai prototipi greci. Si tralasciano qui altre forme rare di vasi greci (quali la plemochòe, il rhytòn, il mastòs, la loutrophòros, l’epìnetron, lo psyktér, il lèbes gamikòs) in quanto esse non sono presenti al Museo Archeologico di Firenze.

BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO

G.M.A. RICHTER, M.J. MILNE, Shapes and Names of Athenian Vases, New York 1935.
AA.VV., Vasi attici, Firenze 1993.

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