Riflessi della grande pittura greca sui vasi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze
Il IV sec. a.C. e la memoria delle grandi opere di età classica
L’evoluzione della tecnica dei grandi autori di pìnakes o di affreschi è costante nel tempo e sui vasi attici cambiano sia la sensibilità che l’abilità nel rendere i particolari delle vesti o dei volti, nell’utilizzare la tecnica delle figure rosse e le sovra dipinture. In questo percorso, tuttavia, vogliamo soffermarci su quei vasi che ci possano restituire l’impressione della grande composizione pittorica riportata sulla circonferenza dell’oggetto da mensa. In questo senso è importante sottolineare l’unicità di un cratere come quello del c.d. Pittore degli Argonauti, che prende il nome proprio dalla scena della decorazione.
Esposto nella SALA 4, il cratere a campana (inv. 4026) è un’opera ritrovata a Chiusi e attribuita alla produzione etrusca di una bottega che deve aver avuto l’apporto sostanziale di un artista di formazione greca. La scena prescelta è tratta dalla saga di Giasone che parte da Iolco (odierna Vòlos, capoluogo della Tessaglia) sulla nave Argo alla volta della Còlchide, da dove, oltre al Vello d’Oro, riporterà il pericoloso amore di Medea. Le figure dei personaggi si muovono sulla superficie del vaso distribuite su più livelli, ognuno padrone dello spazio e definito da una linea funzionale che lo ritrae di scorcio, di profilo, in piedi, accucciato o seduto. L’opera del Pittore degli Argonauti è datata nel secondo quarto del IV sec. a.C., lontano dagli esperimenti ateniesi della metà del V sec. a.C. eppure legata proprio a quelle ricerche di movimento nello spazio che avevano caratterizzato l’opera di Polýgnotos e Mìkon e che ormai, in pieno IV sec. a.C., avevano lasciato il posto, nella grande pittura, alle esigenze delle rese chiaroscurali e dell’uso del colore e della luce. E’ quindi opinione comune che le figure del cratere degli Argonauti siano ottenute da cartoni che riproducevano la famosa scena dipinta da Mìkon per l’Anàkeion di Atene, la stessa che in altra maniera ma similmente troviamo riflessa sulla celebre cista Ficoroni e sul cratere del Pittore di Tàlos.
Il Sarcofago delle Amazzoni
In questa veloce carrellata delle testimonianze della grande pittura greca non può mancare il Sarcofago delle Amazzoni, recentemente tornato al Museo dopo un lungo restauro, ed esposto in SALA 7.
Tralasciando le controverse questioni relative al contesto di ritrovamento del Sarcofago proveniente da Tarquinia e acquistato a metà ‘800 dal Museo Archeologico di Firenze, è opportuno soffermarsi sulle considerazioni suscitate dalla decorazione pittorica dei suoi quattro lati. Le scene sono note, si tratta dello scontro fra Amazzoni e guerrieri ateniesi che su di un lato viene articolato in quattro coppie che si affrontano a duello disposte simmetricamente due a destra e due a sinistra del gruppo centrale, composto da un’amazzone a cavallo tra due greci. Sul lato opposto invece viene sfruttato lo schema con quadrighe, una a destra e una a sinistra condotte da Amazzoni, a convergere verso il centro dove due Greci spalla contro spalla e lancia in resta sono pronti all’impatto, mentre a terra rimangono altri due compagni. Sui lati brevi, invece, allo schema “Greco tra due Amazzoni” corrisponde un’Amazzone attaccata da un Greco e difesa da una compagna.
La descrizione schematica serve a visualizzare la complessa composizione che tuttavia è studiata nei minimi particolari e questo è stato osservato attentamente nel tentativo di riconoscere una bottega particolare incaricata della decorazione del sarcofago.
I confronti che sono stati cercati nella ceramica contemporanea hanno puntato soprattutto in ambito magnogreco, dove le opere di alcuni importanti autori come il Pittore di Dario o il Pittore della Nascita di Dioniso ritraggono spesso combattimenti con Amazzoni. Il tema dell’Amazzonomachia è diffuso nella ceramografia attica a figure nere soprattutto in quanto scontro tra Eracle e Ippolita o altri schemi ridotti di duelli o combattimenti a tre; nel V sec. a.C. conosce una certa fama soprattutto in seguito alle Guerre Persiane, mentre da un punto di vista tecnico deve molto all’opera di Mìkon che ispira i ceramografi contemporanei. Nel IV sec. a.C. lo ritroviamo spesso nella produzione àpula, particolarmente attenta alla resa dei volti e delle vesti e impegnata in un’attenta ricerca degli effetti di chiaroscuro affidati all’uso sapiente della tecnica pittorica. Anche alcuni schemi che sembrano innovativi per la saga delle donne guerriere, vale a dire le due quadrighe, troverebbero riscontro nel repertorio àpulo.
L’attuale conclusione degli studiosi è che l’opera, commissionata da una famiglia etrusca della zona di Tarquinia, deve essere stata affidata a una bottega che ha lavorato su di un sarcofago trasportato già semilavorato in Etruria; gli artigiani, le cui mani si possono ritrovare nei diversi particolari della resa delle figure, sono stati coordinati da un pittore, probabilmente tarantino, operante verso la metà del IV sec. a.C.
Alcuni hanno azzardato l’ipotesi che la composizione così particolare sia da intendersi tratta da un’opera più grande, forse ancora, a un secolo di distanza, la scena di Amazzonomachia che Mìkon aveva pensato per l’Anàkeion di Atene.
BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO
J. BOARDMAN, Vasi ateniesi a figure rosse. Periodo arcaico, Milano 1992.
AA. VV., VASI ATTICI, Guida dell’Antiquarium del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Firenze1993.
R. BIANCHI BANDINELLI, La pittura antica, Roma 1980.
A. TRENDAL, A. CAMBITOGLOU, The Red-Figured Vases of Apulia, II, Oxford 1982.
J.D. BEAZLEY, The Development of Attic Black-Figure, London 1951.
R. BIANCHI BANDINELLI, La pittura, in “Storia e civiltà dei Greci” X, Milano 1979.
Commenti
Lascia un commento:


