Nomi e forme di vasi attici

giugno 9, 2010 by Redazione · Leave a Comment
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Gli studiosi distinguono generalmente le antiche forme dei vasi greci secondo l’uso cui venivano adibiti. Anche qui seguiamo questo tipo di classificazione, distinguendo tra recipienti per attingere e versare, recipienti per bere e recipienti per usi vari.

La nomenclatura

Non tutti i nomi con cui si designano oggigiorno le varie forme di vasi greci corrispondono al loro nome antico. Non sempre, infatti, questo è giunto fino a noi, sicché ci sono vasi di cui non conosciamo il nome greco. D’altra parte, gli scrittori antichi nominano talora dei vasi senza specificarne la forma e l’uso. Così gli studiosi moderni designano talvolta le forme di vaso di cui si è perso il nome, con nomi che non sappiamo più a quale forma abbiano corrisposto. Ad esempio, il termine greco pelìke è usato in modo contraddittorio dagli scrittori antichi, che comunque lo associano a forme aperte (coppe o bacili); gli archeologi lo hanno invece usato per designare convenzionalmente quella sorta di anfora chiusa il cui corpo raggiunge la massima espansione nella parte inferiore (vd. inv. 72732 SALA 13).

Vasi per attingere e versare

Il nome della hydrìa è testimoniato dal “Vaso François”, dove il vaso caduto ad una giovane è designato appunto col termine di hydrìa. Il nome (in italiano, “idrìa”) deriva chiaramente dal greco hydor (“acqua”) ed indica esplicitamente l’uso cui era adibita la hydrìa. Si tratta di un vaso a corpo ovoidale, munita di tre anse: una, verticale, sul retro del recipiente, per versare l’acqua e per poterla trasportare; le altre due, orizzontali, sui lati, per attingere l’acqua e per sollevare la hydrìa all’altezza del capo. Le donne greche, infatti, erano solite trasportarla sulla testa, in modo da lasciare le mani libere. Un prototipo di hydrìa, non troppo diverso da quello “canonico” del VI sec. a.C., si trova già nel Protogeometrico (X sec. a.C.). La forma canonica della hydrìa (vd. inv. 3792 SALA 13) viene dapprima sviluppata in bronzo ed, in seguito, trasposta in ceramica: le hydrìai più antiche del VI sec. a.C. mostrano, perciò, segni tangibili della loro origine metallica. Nel VI secolo a.C. la hydrìa è fabbricata col collo nettamente distinto dal corpo. Dalle tarde “figure nere” in poi, collo e corpo formano un profilo dalla linea continua; gli archeologi distinguono spesso questo nuovo tipo di hydrìa col nome di kàlpis.

La lèkythos è un vaso dal collo stretto, il corpo allungato ed una singola ansa sul retro. Anche in antico era denominata col termine che usiamo noi oggi, come tra l’altro testimonia l’iscrizione su un vaso conservato al “British Museum” di Londra: “Io sono la lèkqthos di Tatàie; chiunque mi rubi diventerà cieco” (si noti l’incertezza ortografica nella resa del nome del vaso). I testi antichi descrivono la lèkythos come vaso per olii e unguenti: era adoperato sia per usi domestici, sia dagli atleti in palestra per tergersi il corpo d’olio, che infine per cerimonie funebri. L’etimologia del nome potrebbe ricondursi ad un termine antico che significava “uovo”; in tal caso si spiegherebbero bene sia l’originaria forma sferico-ovoide della lèkythos che la sua funzione funeraria. L’uovo era infatti frequentemente connesso col culto dei morti e veniva perciò deposto spesso nelle tombe (come in Etruria avvenne, ad es., alla “Montagnola” di Quinto Fiorentino).

La lèkythos compare ad Atene già nel Submiceneo (XII-XI sec. a.C.) ed è quindi uno dei vasi greci di più lunga continuità, essendo stato oltretutto adottato dai ceramisti italioti del V-III sec. a.C. Limitandosi, tuttavia, alle forme che la lèkythos assume dal VI al IV secolo, se ne distinguono tre tipi, successivi l’uno all’altro:

1) Tipo a profilo continuo fra collo e corpo:

a) sottotipo più antico, denominato “Deianira”, sferico;

b) sottotipo ovoide, più recente (inv. 3740 SALA 11);

2) Tipo con spalla e corpo separati, che compare dal 550 a.C. circa ed è comune per buona parte del secolo successivo. Il profilo è snello e allungato;

3) Tipo tozzo, di dimensioni più ridotte e piede largo. Il tipo è usuale dalla fine del V sec. a.C. e si afferma in Magna Grecia.

Il frequente uso funerario della lèkythos la rende il vaso più spesso usato nella tecnica a fondo bianco. Relativamente diffusi nell’ultimo periodo della tecnica a figure nere, i vasi a fondo bianco divennero molto frequenti al tempo delle figure rosse.

I soggetti della ceramica attica: vita, religione e mito

maggio 28, 2010 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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La ceramica attica rappresenta, per noi, una finestra aperta sull’Atene arcaica e classica. Le scene figurate sui vasi attici, spesso stupefacenti per complessità costruttiva, sembrano capaci di illuminare ogni aspetto del quotidiano, ivi compresi gli ideali e le speranze di una pòlis, che ben emergono e si esprimono attraverso il linguaggio allusivo del mito.

La ceramica attica racconta
Se i ceramografi attici nel corso del VII sec. a.C. si liberano, lentamente, dalle convenzioni e dai rigori del periodo geometrico (IX-VIII secc. a.C.) che impedivano lo sviluppo di un’arte concretamente narrativa, è solo nel corso della seconda metà del VI sec. a.C. che il quotidiano, con tutta la sua dirompente complessità, sembra far ingresso nel repertorio delle botteghe ceramografiche attiche. D’altra parte, contemporaneamente e non senza reciproco influsso, il repertorio dei miti si amplia indefinitamente: quanto Omero e i rapsodi o, comunque, i poeti, con parole ornate e ritmi erano capaci di narrare, i ceramografi sanno concretamente rappresentare sulle superfici dei vasi attici, con tecniche e artifici via via affinati dall’esperienza del lavoro quotidiano.

Non si tratta solo della capacità di raccontare storie, spesso complesse e articolate, mettendo, per così dire, in scena i protagonisti e individuando fra essi relazioni di tipo solo obbiettivamente gestuale e mimico. Si tratta della capacità, già evidente in Exekìas, di isolare i momenti più drammatici e di stabilire relazioni di tipo psicologico fra i personaggi, evidenti in un incrocio di sguardi, in una smorfia di dolore, in un’eccitazione del volto (ira, concupiscenza): un tipo di pittura che gli antichi definivano ethographìa ritenendone “inventore” Polygnotos. La crescita di consapevolezza nelle proprie capacità e possibilità espressive da parte dei ceramografi attici nel corso del VI sec. a.C. si esprime, tra l’altro, proprio nell’ampliamento del repertorio iconografico, con il prepotente ingresso del quotidiano a fianco del tradizionale repertorio di miti, del resto profondamente rinnovato.

Momenti di vita religiosa: la pervasività del sacro
Non è difficile, pertanto, isolare nel repertorio di immagini della ceramica attica, specchio fedele del quotidiano, momenti significativi di vita religiosa. Si pensi solo alla pervasività del sacro nella vita della collettività e dell’individuo all’interno della società ateniese, che nemmeno la critica aspra e dirompente dei sofisti al complesso delle credenze tradizionali poteva in alcun modo “laicizzare”. In una società che fonda le proprie radici e la propria ragione d’esistere sul “sacro”, fondamentale doveva apparire, ed era, il rapporto fra gli uomini liberamente associatisi in una collettività cittadina e gli dèi, garanti e partecipi di quel contratto sociale.

Sacrificio e libagione
In questo senso, il sacrificio e la libagione rappresentano momenti significativi e cruciali del rituale religioso e della vita stessa di una comunità cittadina. Indirizzati agli dèi della pòlis, celesti e sotterranei, permettono di impostare correttamente il rapporto. E’ un modo, innanzitutto, di comunicare con gli dèi e di raggiungerli, quindi di ingraziarseli: gli dèi che tutto possono, fatti oggetto di pressanti richieste dagli individui e dalle collettività, debbono sempre essere “lusingati” per propiziare un eventuale benefico intervento nelle questioni umane.

Tecnica e preparazione dei vasi greci

dicembre 13, 2009 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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La preparazione del vaso
Le diverse parti del vaso (collo, corpo, piede e anse) venivano lavorate separatamente sul tornio, ed unite in un secondo tempo mediante argilla semifluida.
Strumenti in legno od osso servivano al ceramista per modellare al tornio la forma del vaso nei suoi dettagli.
Dopo la tornitura si lisciava il corpo del vaso con uno straccio umido, prima di aggiungervi le anse e le altre parti accessorie. Il vaso veniva poi immerso in un bagno di ocra gialla liquida, che gli forniva una sorta di verniciatura preliminare.

La vernice
I colori rosso o nero che contraddistinguono i vasi attici derivano in realtà dalla stessa vernice, che veniva ricavata nelle vicinanze di Atene. L’ossido ferrico, rosso, di cui era ricca questa vernice si trasformava in ossido ferroso nero, qualora venisse cotta in un forno privo di ossigeno.
Il processo era reversibile e, purché si reintroducesse l’ossigeno in forno, la vernice da nera tornava rossa. La trasformazione di colore richiedeva però un certo tempo di cottura, che era maggiore quanto più spessa era stata data la vernice.

La pittura
Nei vasi a figure nere, il ceramografo stendeva lo sfondo, vi schizzava le figure col punteruolo, riempiendole poi di un secondo strato di vernice ed incidendone i dettagli.
Nei vasi a figure rosse, il pittore stendeva lo sfondo, vi schizzava le figure col punteruolo delineandone poi i contorni e dettagli a vernice in rilievo, riverniciava infine lo sfondo, risparmiando unicamente le figure.

La cottura
La cottura avveniva in tre fasi, tutte fra gli 800 e i 1000 gradi di temperatura.
La prima fase serviva a fornire all’argilla un uniforme color rosso brillante.
La seconda fase (senza ossigeno) serviva a colorare in nero indistintamente tutte le parti dipinte.
La terza fase (di nuovo con ossigeno) serviva a riportare in rosso le zone dipinte in modo meno spesso. Così, nella tecnica a figure nere, tornava in rosso lo sfondo, dipinto una sola volta; invece, nella tecnica a figure rosse erano queste che cambiavano colore, mentre lo sfondo, dipinto due volte, restava nero.

BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO
Per la tecnica:
P. MINGAZZINI, in Enciclopedia dell’Arte Antica II, Roma 1959, pgg. 490-91 e 499 (sotto la voce “Ceramica”).
G.M.A. RICHTER, in Ch. Singer e altri, Storia della tecnologia II, Torino 1962, pgg. 263-270; bibliografia a pg. 284.
T. EMILIANI, La tecnologia della ceramica, Firenze 1971.
I. SCHEIBLER, Griechische Töpferkunst. Herstellung, Handel und Gebrauch der Antiken Tongefäße, München 1983.

Per il mondo dei ceramisti attici, si vedano:
G.M.A. RICHTER, The Craft of Athenian Pottery, New Haven 1923.
P. CLOCHE, Les classes, les métiers, le trafic, Paris 1931, pgg. 40-52, tavv. 18-22.
J.D. BEAZLEY, “Potter and Painter in Ancient Athens”, in Proceedings of the British Academy 30, 1944.
R.M. COOK, Greek Painted Pottery, London 1960.
A. BURFORD, Craftsmen in Greek and Roman Society, Ithaca-London 1972.
T.L.B. WEBSTER. Potter and Patron in Classical Athens, London 1972.
J. ZIOMECKI, Les representations d’artisans sur les vases attiques, Wroclaw (Breslavia) ecc., 1975.

Pittore di Epimèdes

dicembre 12, 2009 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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Ceramografo attico attivo alla metà del V sec. a.C.

Pittore di Antiphon

dicembre 12, 2009 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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Ceramografo ateniese, attivo fra il 500 e il 475 a.C. Deve il suo nome ad un sostegno per dinos conservato a Berlino, sul quale è riportata due volte l’esclamazione Antiphon kalòs. Il pittore di Antiphon collabora con Euphrònios e Oltos, di lui sono note almeno un centinaio di kylikes, tra cui quelle “a occhioni”, egli è infatti l’ultimo artista a decorare quel tipo di produzione.

Pittore di Berlino

dicembre 12, 2009 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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Ceramografo attico, attivo fra 500 e 470 a.C. L’anfora eponima è conservata nei Musei Statali di Berlino.

Kachrylion

dicembre 12, 2009 by Stefania Berutti · Leave a Comment
Filed under: Glossario, K, Strumenti 

E’ il nome di un ceramista, dunque di un vasaio proprietario di una bottega in cui lavorano importanti decoratori: Euphronios ed Oltos tra quelli che è stato possibile riconoscere. Kachrylion opera ad Atene tra la fine del VI e gli inizi del V sec. a.C. e firma 29 kylikes e un piatto.

Pittore di Heidelberg

dicembre 7, 2009 by Stefania Berutti · Leave a Comment
Filed under: Glossario, H, P, Strumenti 

Autore di una sessantina di coppe attiche a figure nere tra il 570 e il 550 a.C.