Viaggi, viaggiatori e mezzi di trasporto

giugno 5, 2010 by Redazione · Leave a Comment
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Nel mondo antico non si viaggia né ci si sposta frequentemente: gli orizzonti del greco sono necessariamente ristretti e la conoscenza del mondo è forzatamente limitata all’esperienza di rari viaggi o alle parole di chi, avendo “sperimentato” il mondo, diffonde su di esso racconti spesso mirabolanti.

La vicenda di Esìodo è, in questo senso, emblematica: come il poeta stesso racconta nelle Opere e giorni (vv. 635-640) il padre “qui (ad Ascra in Beozia, nella Grecia centrale) giunse una volta lasciata l’eolica Cuma (città greca sulla costa anatolica), sulla sua nera nave, non beni fuggendo, né ricchezza, né prosperità ma la malvagia miseria che Zeus agli uomini manda; e venne ad abitare vicino all’Elicòna, in un tristo villaggio, ad Ascra, d’inverno cattiva, aspra d’estate, piacevole mai”. L’orizzonte d’Esìodo è fortemente limitato ai campi di Ascra e il poeta si vanta di “non aver mai, finora, su nave l’ampio mare percorso” se non per recarsi una volta in Eubèa (vv. 650-659), notoriamente separata dal continente da un brevissimo tratto di mare.

Pochi “privilegiati” si spostano, conoscono il mondo, ne affrontano i pericoli. Viaggiano i guerrieri che portano ma che talora trovano, lontano dalle case, morte. Viaggiano, con le loro merci, su navi proprie o altrui i mercanti e sperimentano, con coraggio, come Ulisse, l’indole degli uomini. Viaggiano i pellegrini diretti talora verso lontani santuari panellenici. Viaggiano, o meglio abbandonano le terre d’origine “fuggendo -come il padre di Esìodo- la malvagia miseria che Zeus agli uomini manda” maestranze artigiane in cerca di lavoro e intere popolazioni in cerca di una terra lontana che li nutra.

Si viaggia e ci si sposta per necessità, affrontando l’ignoto e consapevoli dei rischi e pericoli. Non diverso è il comportamento di chi abita ad Atene. L’ateniese medio risiede in città e si sposta periodicamente verso la campagna nella quale possiede una casa generalmente posta al centro di un limitato appezzamento di terra; ma non oltrepassa i confini dell’Attica se non quando maggiori necessità lo trasformano in soldato e lo spingono verso lontani teatri di guerra. Anche lo sguardo dei ceramografi attici non sembra spingersi frequentemente al di là dei confini dell’Attica: l’esperienza del mondo pare mediata attraverso i racconti del mito che hanno per protagonisti eroi viaggiatori (si pensi a Ulisse). L’attenzione del ceramografo attico, per comprensibili motivi (centralità della figura umana, carattere allusivo e “simbolico” delle notazioni d’ambiente), si sofferma per lo più sulla figura del viaggiatore (molto spesso un guerriero in procinto di partire) o, comunque, di colui che si sposta e sul mezzo di trasporto. Spesso la raffigurazione del mezzo di trasporto manca (ovviamente anche perché nell’antichità si viaggiava soprattutto a piedi) e solo la “tenuta” da viaggio (corto mantello, stivaletti, cappello a larghe tese, chiamato pètasos) individua il viaggiatore.

Ginnasio e palestra

giugno 5, 2010 by Redazione · Leave a Comment
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Atleti impegnati in prove agonistiche compaiono spesso su immagini vascolari attiche a figure nere e a figure rosse. Le prime risultano sovente imperniate su individui adulti e sembrano sottolineare la forza e l’agilità (particolarmente nel caso di pugili e lottatori), mentre le altre conferiscono evidenza sempre maggiore a figure di giovani che praticano discipline in cui la forza fisica appare combinata con un armonioso sviluppo del corpo. L’ambientazione delle scene dipinte a figure rosse rimanda al ginnasio e alla palestra; circostanza non casuale, se si tiene presente l’importanza del ginnasio nel quadro dell’educazione degli efèbi  (i giovani che, raggiunti i diciotto anni, venivano chiamati a compiere il servizio militare) e, più in generale, della vita della pòlis. Resoconti di eventi sportivi ci sono noti attraverso i poemi omerici: nel XXIII libro dell’Iliade vengono descritti i giochi funebri indetti per commemorare Patroclo, e nell’VIII dell’Odissea Ulisse coglie l’occasione per dimostrare le sue qualità atletiche ai giovani Feaci. E tuttavia, appare chiaro che in quei casi non si tratta ancora di allenamenti, né di vere e proprie competizioni organizzate.

Il ginnasio e la palestra

La comparsa del ginnasio come istituzione, nel VI sec. a.C., è la conseguenza dell’affermarsi dell’esercizio atletico come parte integrante del sistema educativo.

La destinazione basilare del ginnasio riguardava le discipline ‘leggere’ (la corsa, il salto, il lancio del disco e del giavellotto); la palestra era invece un edificio destinato all’allenamento fisico per le gare ‘pesanti’ (la lotta, il pugilato, il pankràtion). È da notare peraltro che, almeno in una parte delle fonti letterarie antiche, l’uso dei termini ‘ginnasio’ e ‘palestra’ risulta abbastanza elastico. Quanto alle discipline leggere, la corsa era praticata in uno xystòs, una pista coperta, o all’aperto in una paradromìs; ciò che occorreva per il salto erano una corsia per la rincorsa e una fossa ripiena di sabbia, detta skàmma. L’area (rettangolare) in cui avveniva il lancio del giavellotto era chiamata balbìs.

L’organizzazione della palestra

Una descrizione accurata della palestra si deve all’architetto romano Vitruvio (De architectura V 11,127). Costui osserva che la palestra si organizza intorno a un cortile circondato da portici, alle spalle dei quali si trovano esedre con banchine e ambienti con funzioni specifiche. Sebbene Vitruvio scriva in epoca augustea, la sua trattazione trova numerosi punti di riscontro nei complessi ellenistici, i cui caratteri fondamentali sembrano, a loro volta, concordare con la descrizione di strutture di maggiore antichità.

Fra i locali della palestra, l’apodytèrion fungeva da spogliatoio e l’ephebèion era, con probabilità, una sorta di ritrovo per i frequentatori; nel konistèrion gli atleti si cospargevano di polvere prima dell’esercizio, mentre nel korykèion venivano probabilmente praticati esercizi con un kòrykos, un sacco riempito di sabbia (o con miglio o farina, come raccomanda lo scrittore di medicina Antillo) con funzione di “punchbag”. L’elaiothèsion viene interpretato come luogo per il deposito dell’olio, che com’è noto svolgeva un ruolo importante nell’atletica (gli atleti, specialmente i lottatori, usavano ungersi il corpo prima dell’esercizio); il loutròn era l’ambiente destinato al bagno. Il cortile era coperto da sabbia fine, e al suo interno si esercitavano coloro che praticavano la lotta.

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Teseo

giugno 2, 2010 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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Se Eracle  è un eroe panellenico, che per compiere le sue imprese deve raggiungere regioni lontane e chiude una travagliata esistenza terrena per essere ammesso nell’Olimpo, per quanto riguarda Tèseo le fonti insistono sulla sua cittadinanza ateniese; teatro delle avventure di questo eroe, caratterizzato da un’immagine giovanile, non sono terre remote ma in primo luogo il territorio compreso fra la natia Trezène e l’Attica; i suoi avversari non sono mostri favolosi, ma briganti. A differenza di quella di Eracle la sua fine non è gloriosa, anzi avviene in maniera violenta e lontano da Atene. Inoltre, mentre Eracle si può considerare essenzialmente un eroe solitario, è un motivo ricorrente della carriera mitica di Teseo la compagnia dell’amico Pirìtoo, specialmente nella sua dimensione di rapitore di donne.

Cenni sulla biografia mitica di Teseo
Come Eracle, secondo la leggenda anche Tèseo aveva un padre divino, Poseidone, dio del mare, oltre ad uno mortale, il re attico Egeo. Sua madre Etra, figlia del signore di Trezène, lo crebbe presso di sé fino al compimento del sedicesimo anno: in questa occasione ella gli indicò una pietra sotto la quale erano conservati una spada e un paio di sandali, segni che Tèseo avrebbe dovuto mostrare ad Egeo per essere da lui riconosciuto come suo figlio. Incamminatosi verso Atene, Tèseo sgominò vari briganti incontrati lungo la strada; giunto in domò il toro di Maratona, che aveva causato gravi danni nelle campagne (secondo una versione del mito, si trattava dell’animale catturato da Eracle e lasciato libero dopo la consegna a Euristeo) e l’offrì in sacrificio ad Apollo Delfinio (secondo un’altra versione, ad Athèna). Infine, giunto ad Atene, liberò la città dal tributo che prevedeva l’invio di sette fanciulle e altrettanti giovani al re cretese Minosse, da esporre nel Labirinto costruito da Dedalo, dal quale nessuno riusciva a uscire. Tèseo penetrò nel Labirinto, uccidendo il Minotauro che vi abitava (il mostro era frutto dell’unione di Pasìfae, moglie di Minosse, e di un toro inviato da Posidone), e lo ripercorse fino all’uscita seguendo il filo di una matassa datagli da Ariadne (Arianna), la figlia di Minosse. Dopo la morte del suo genitore mortale, Tèseo compì il cosiddetto sinecismo, vale a dire l’unione dei distretti dell’Attica, e combatté il rivale Pallante, che aspirava alla signoria dell’Attica sostenuto dai suoi cinquanta figli (l’impresa è posta da alcuni mitografi prima di quella del toro, da altri dopo l’avventura cretese). Prese inoltre parte alla spedizione di Eracle contro le Amazzoni (secondo la tradizione più antica, si trattava di un’impresa autonoma dell’eroe ateniese) e rapì Antìope, respingendo vittoriosamente la spedizione organizzata dalle Amazzoni contro Atene per punirlo di tale ratto. Antìope cadde per la difesa della nuova patria. Insieme all’amico tessalo Pirìtoo, principe dei Lapìti da lui conosciuto in occasione della cattura del toro di Maratona, Tèseo combatté contro i centauri, rapì Elena giovanissima a Sparta e scese nell’Ade per rapire la dea Persèfone, moglie del re dell’Oltretomba. I due empî (Tèseo e Pirìtoo, appunto) sarebbero stati condannati a restare nell’Ade, se non fosse intervenuto Eracle che, secondo la versione più diffusa del mito, liberò il solo Tèseo. Poiché Menesteo si era impadronito del potere ad Atene, Tèseo lasciò l’Attica rifugiandosi a Sciro, dove venne assassinato dal re Licomede, timoroso della sua rivalità, che lo precipitò da una roccia. Nel 475 a.C. Cimone, politico ateniese, compì un’importante gesto di propaganda recuperando quelle che venivano identificate come le ossa di Tèseo: le reliquie vennero deposte in un santuario presso l’agorà ateniese. A partire da allora, divennero una festività statale anche i Thesèia, le feste in onore dell’eroe che si svolgevano nel mese di Pyanepsiòn (il quarto del calendario ateniese, tra ottobre e novembre), una data tradizionalmente legata a Poseidone. In quell’occasione avevano luogo un corteo e un sacrificio, nonché gare atletiche.

Hephaistèion

giugno 1, 2010 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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Tempio dorico dedicato a Efesto (Hephàistos) e ad Atena. L’edificio, eretto su una bassa collina sul lato ovest dell’agorà di Atene, è stato a lungo identificato dagli studiosi con il tempio dedicato a Teseo (Thesèion), ma la puntuale lettura di Pausania ha permesso la corretta attribuzione. Il tempio venne iniziato nel 449 a.C. e la decorazione scultorea fu eseguita in varie fasi; i frammenti riferibili ai frontoni sono di discussa attribuzione, mentre le metope raffigurano le imprese di Eracle e di Teseo. I fregi rappresentavano divinità e scene di battaglia (lato Est) e la centauromachia (lato Ovest) cui partecipava nuovamente Teseo.

Eracle

giugno 1, 2010 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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I MITI DI ERACLE
Eracle è l’eroe per eccellenza del mondo greco e romano; secondo le leggende contribuì in maniera decisiva alla battaglia degli dèi contro i Giganti, guidò spedizioni a Troia e contro le Amazzoni, e grazie soprattutto alla forza, la sua qualità caratteristica, compì imprese che liberarono l’umanità da calamità naturali e d’origine divina. La venerazione che gli veniva riservata e la sua popolarità nelle arti figurative superarono quelle di tutti gli altri eroi e divinità; a partire da Alessandro Magno, fu assimilato come modello mitico da sovrani e imperatori.

Cenni sulla biografia mitica di Eracle
Nato dall’unione di Zeus con Alcmena, la moglie del re tebano Anfitrione, Eracle fu oggetto dell’odio di Hèra. Poiché un giorno Zeus aveva deciso che il primo discendente di Pèrseo che fosse nato sarebbe divenuto re di Argo e Micene, la dea -strettamente connessa con l’Argòlide (regione del Peloponneso)- ritardò le doglie di Alcmena e così nacque prima il cugino di Eracle, Euristeo, al cui servizio l’eroe dovette più tardi sostenere dodici fatiche. Hèra non si fermò qui ma fu sempre accanita avversaria di Eracle: famoso l’episodio dello stragolamento dei serpenti inviati dalla dèa nella culla che il piccolo Eracle condivideva con il fratello gemello, Ificle; mentre da adulto l’eroe venne assalito da un raptus di follia, suscitato dalla stessa Hèra, che lo portò a uccidere i propri figli, nati dalle nozze con Mègara. La follia di Eracle era narrata nei Canti Ciprî dall’anziano Nestore, re di Pilo, e costituiva un argomento dell’Eraclèide composta dal poeta epico Paniassi. Le nozze funeste perseguitarono Eracle fino alla fine, sopraggiunta proprio a causa del dono di un’altra consorte, Deianira, figlia del sovrano ètolo Enèo: Eracle la salvò, infatti, dalle insidie del centauro Nesso ma Deianira accettò il subdolo consiglio del centauro morente e imbevve una veste nel suo sangue, con l’idea che possedesse qualità magiche. In seguito, mossa da una forte gelosia, Deianira regalò la veste avvelenata a Eracle, sperando di riconquistarlo, ma in effetti condannando l’eroe a atroci dolori. Eracle si preparò una pira funebre sul monte Eta (su cui si tennero poi sacrifici e gare atletiche in suo onore) e nel fuoco che ardeva le sue spoglie mortali egli passava definitivamente dalla condizione mortale a quella immortale, accolto da suo padre Zeus e dagli altri dèi sull’Olimpo e riconciliato con Hèra che accondiscese a dargli in moglie la figlia Ebe, coppiera degli dèi e dèa essa stessa della giovinezza.

Il ruolo di Eracle nell’iconografia attica fra il VI e il V secolo
L’iconografia di Eracle è il risultato degli apporti di varie regioni della Grecia, ma la normalizzaione di alcuni modelli iconografici e la grande maggioranza delle scene in cui è protagonista si devono ad Atene, dove la “fortuna” iconografica di Eracle tocca l’apice tra il 560 e il 510 a.C. ca.
Oltre ai numerosi documenti della pittura vascolare, l’eroe figurava fra i personaggi principali di non meno di quattro composizioni frontonali di edifici ateniesi databili intorno alla metà del VI a.C. situati in un luogo di grande preminenza quale l’Acropoli: Eracle vi compariva in due casi impegnato nella lotta con Tritone, una volta ciascuna contro l’Idra di Lerna e una sull’Olimpo, nella presentazione a Zeus.

Per quanto riguarda la ceramica dipinta, si è calcolato che le rappresentazioni di Eracle coprano poco meno della metà di tutte le figurazioni a carattere mitologico su vasi a figure nere; per misurare tale popolarità in cifre, basti dire che conosciamo non meno di settecento raffigurazioni della lotta con il leone nemeo, e oltre quattrocento dell’amazzonomachia. Nessuna impresa di Eracle tocca Atene o l’Attica, eppure la predilezione per l’eroe può spiegarsi con lo speciale rapporto, attestato nella tradizione letteraria fino da Omero, che lo legava ad Athèna. La dea lo assisteva nelle Fatiche (prendendo raramente parte attiva, almeno nella documentazione figurata, a fianco del suo protetto), lo introduceva al cospetto di Zeus e gli era vicina nelle assemblee di divinità che si svolgevano sull’Olimpo; era inoltre raffigurata insieme a lui nelle scene che lo proponevano nella veste di banchettante o di musicista, e in altre in cui manca un preciso intento narrativo. Il rapporto tra Eracle e la dèa figlia di Zeus è stato spesso al centro di interessanti riflessioni, volte a trovare un parallelo tra il momento di maggiore diffusione dell’iconografia di Eracle e il periodo storico, che corrisponde grosso modo ai principali avvenimenti della tirannide di Pisistrato. In particolare, le fonti letterarie attestano il palese intento de tiranno di stabilire un parallelismo tra la sua figura e quella del semidio, lo storico Erodoto, infatti, racconta di come Pisistrato organizzò il proprio rientro ad Atene dall’esilio del 549 a.C. sulla falsariga dele numerose raffigurazioni dell’ingresso di Eracle nell’Olimpo. Pisistrato abbigliò una donna forse trace, comunque di aspetto imponente, con un peplo, un elmo, una lancia e una sorta di egida, quasi a rappresentare la dèa Athèna, così accompagnato entrò in città su di un carro e facendosi precedere da araldi che invitavano i cittadini ad accogliere il protetto della dèa. Nella stessa prospettiva, è stato altresì fatto notare che, come informa ancora Erodoto, dopo aver simulato un ferimento Pisistrato aveva ottenuto una guardia del corpo formata da uomini armati non di lance, ma di clave, l’attributo tipico di Eracle.
La figura di Eracle sarebbe stata usata dal governo di Atene anche in altri casi per fini propagandistici: la mitica contesa con Apollo per il tripode delfico avrebbe perciò adombrato gli interessi ateniesi nella Prima Guerra Sacra di Delfi; la iniziazione ai misteri di Eleusi, invece, cui Eracle si sottopone, secondo il mito, prima della discesa nell’Ade, sarebbe stata un riferimento alle ingerenze di Atene nel culto del santuario eleusinio, luogo di potere politico oltre che religioso. Infine, nella figura di Eracle musagete (legato all’arte delle Muse) viene letto un ulteriore riferimento alla politica di Pisistrato e dei suoi figli che avrebbero introdotto le competizioni musicali nella festa ateniese delle Panatenee (Ipparco, figlio di Pisistrato, introdusse nel programma della Festa recitazioni dei poemi omerici). Le testimonianze figurate connesse con Eracle conoscono in ogni modo un’ondata di popolarità nel periodo pisistràtide, facendo poi registrare una flessione allo scorcio del VI secolo, anche se l’eco dell’importanza dell’associazione dell’eroe con la dea per le sorti di Atene non si spegne nemmeno nel secolo successivo. Sappiamo ad esempio che nella Stoà Poikìle, il più celebre portico ateniese in cui erano esposte pitture concernenti vittorie militari ateniesi, sia mitologiche che storiche, Eracle compariva insieme alla dea in un dipinto (perduto) raffigurante la battaglia di Maratona. In esso figuravano anche l’eroe Marathòn, dal quale prendeva nome la pianura, e l’eroe attico per eccellenza, Tèseo.

Eracle nelle rappresentazioni vascolari del Museo Archeologico di Firenze
L’eroe figura di norma barbato, con chiome ricciute tagliate corte. Gli attributi che lo rendono immediatamente riconoscibile sono la pelle tolta al Leone Nemeo, la leonté, indossata con le zampe del leone annodate davanti al petto e il capo della fiera portato alla maniera di un cappuccio, e una clava ricavata dal tronco di un albero d’olivo. Oltre a quest’arma intonata alla rusticità della veste, Eracle può portare una spada, una lancia o un arco; in generale, anzi, le fonti letterarie e iconografiche ce lo presentano prima di tutto come arciere. Quest’ultimo aspetto appare sottolineato da una coppa a occhioni a figure nere (inv.151105, non esposta) sulla quale Eracle compare a fianco di un’ansa, intento a incordare l’arco; sul lato opposto rispetto all’ansa vediamo invece un personaggio nudo che stringe una clava: verosimilmente Iolào, il nipote e auriga dell’Eroe.

Tritone

maggio 30, 2010 by Stefania Berutti · Leave a Comment
Filed under: Glossario, Strumenti, T 

Creatura marina con busto umano e corpo pisciforme, che i monumenti figurati mostrano mentre lotta con Eracle. Sostituisce prima della metà del VI secolo a.C. una figura simile per aspetto, il dio marino Nereo, che, come indicano ancora le manifestazioni figurative, si differenzia dal Tritone per la capacità di trasformarsi, per esempio in serpente o in leone. Secondo la leggenda, Eracle aveva dovuto catturare Nereo, per apprendere da lui la strada che conduce al giardino delle Esperidi.

Aspìs

maggio 30, 2010 by Stefania Berutti · Leave a Comment
Filed under: A, Glossario, Strumenti 

Il termine greco significa Scudo e dà il titolo ad un poemetto che narra la lotta di Eracle con Kyknos. La tradizione, dubbiosa già presso gli antichi, lo associava al nome di Esiodo.
Il titolo fa riferimento allo scudo di Eracle, descritto sulla falsariga dello scudo di Achille (libro XVIII dell’Iliade) e con rimandi al repertorio iconografico della prima metà del VI sec. a.C.

Leontè

maggio 28, 2010 by Stefania Berutti · Leave a Comment
Filed under: Glossario, L, Strumenti 

Termine che indica la pelle del leone nemeo, trofeo della prima fatica di Eracle. Per sconfiggere la feroce bestia, Eracle non poté usare armi – inefficaci contro la pelle invincibile – ma solo la forza dei propri muscoli. Una volta strangolato il leone, l’eroe si rivestì con la pelle: la leontè indica perciò un attributo fondamentale per il riconoscimento della figura di Eracle.

Cerinèa

aprile 23, 2010 by Stefania Berutti · Leave a Comment
Filed under: C, Glossario, Strumenti 

Località dell’Acaia, nel Peloponneso, presso cui si trovava il monte omonimo, sul quale viveva la leggendaria cerva, detta cerinite, catturata da Eracle.

Diventare un eroe: la formazione del guerriero

dicembre 7, 2009 by Stefania Berutti · Leave a Comment
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I vasi di produzione attica esposti nel Museo Archeologico di Firenze sono decorati da immagini ispirate soprattutto dalle grandi saghe epiche, oppure da episodi del mito – a volte poco anche conosciuti – e infine da scene di vita quotidiana che spesso riecheggiano la vita mitica dei grandi eroi.
La scelta dei temi raffigurati è legata a volte alle esigenze particolari di chi commissiona l’opera, oppure è semplicemente l’espressione di una moda e/o di un’epoca: il mito racconta l’uomo e ne svela le intenzioni più nascoste.
È dunque possibile seguire alcune trasformazioni nella società greca (e in quella attica in particolare, dato che ad Atene è prodotta la maggior parte dei vasi figurati che conosciamo) soprattutto in relazione ai diversi modi in cui alcuni gruppi sociali scelgono di autorappresentarsi nelle diverse occasioni della vita quotidiana: l’educazione dei giovani, il matrimonio e il ruolo della donna, ma soprattutto la difesa della città e la partecipazione a imprese militari; e se la tragicità della guerra rimane costante attraverso i secoli, cambia il modo di combattere e di conseguenza la figura del guerriero.
I miti raffigurati sui vasi sono simboli universali, che a volte possono assumere un’importanza specifica a seconda del contesto in cui vengono citati: è quindi interessante notare che le figure maggiormente presenti nelle decorazioni vascolari sono quelle dell’«eroe», un uomo che compie azioni straordinarie e spesso viene premiato dagli déi con l’immortalità.
Vi sono diversi tipi di eroi ma solo alcuni ritornano più spesso sui vasi dipinti a indicare il paradigma della figura eroica, il modello da cui i giovani adolescenti e i guerrieri maturi traggono ispirazione nelle fasi della vita.     In questo percorso tematico andremo alla ricerca di tali modelli attraverso le decorazioni vascolari del Museo Archeologico di Firenze.

L’età arcaica
Le grandi famiglie aristocratiche di VII sec. a.C., titolari di tombe principesche segnalate dai tumuli di terra, guardano alle mitiche figure degli eroi della guerra di Troia riconoscendovi dei possibili antenati e tessendo improbabili genealogie: l’analisi del rito funerario, per noi più facile da ricostruire, spesso si riferisce alle cerimonie del campo acheo, così come poi le leggeremo nei poemi messi per scritto nel secolo successivo, ad Atene, sotto Pisistrato.
Il Cratere François (inv. 4209), nella SALA 11, è un grandioso vaso da banchetto modellato da Ergòtimos e decorato da Kleitìas, poi giunto sul mercato etrusco (si data al 570 a.C.): un’opera speciale (se non addirittura creata su speciale richiesta) che, giunta in una famiglia aristocratica dell’Etruria interna, conclude degnamente come corredo funebre la sua funzione di simbolo culturale di collegamento fra due mondi. La decorazione ricopre tutta la superficie del vaso e gli episodi mitici sono chiariti dalle “didascalie” in greco, che denominano non solo i personaggi ma anche alcuni oggetti; gli episodi si susseguono su fasce sovrapposte, tre sul lato A e tre sul lato B; poi vi è quello centrale, le nozze di Peleo e Teti, che corre tutt’intorno al punto di maggior espansione del cratere; si svolgono infine il fregio di animali e la decorazione del piede, anch’essa un’unica fascia con i Pigmei e le Gru. La scelta dei miti raffigurati è stata letta dagli studiosi nell’ottica di una sorta di repertorio caro alla classe aristocratica greca e in effetti possiamo individuare alcuni temi che si riferiscono alla educazione dei giovani Ateniesi di buona famiglia.

La caccia
Il mito della caccia al cinghiale di Kalydòn (cittadina dell’Etolia, nella Grecia occidentale) è sull’orlo del lato A del Cratere: l’animale ormai braccato è al centro della scena e attorno a esso sono riuniti tutti i giovani eroi che hanno partecipato alla caccia, ognuno con il nome iscritto. Nel racconto mitico il giovane Meleàgro chiama a raccolta i più valenti suoi coetanei per abbattere un enorme cinghiale che Artemide ha inviato a devastare i campi, per punire il re della città, Oinèo. La caccia di un animale feroce è il momento migliore per mettere alla prova abilità e destrezza; inoltre i nomi illustri dei compagni di Meleàgro intrecciano le proprie storie valorose con quella dello sfortunato principe di Kalydòn, destinato a morire subito dopo. Il tema della caccia al cinghiale calidonio entra dunque nell’immaginario dei nobili rampolli e non solo: sulla kylix di tipo Siana (inv. 3890) esposta nella stessa SALA 11 e datata al 560 a.C., si vede la riproposizione del tema iconografico sul lato principale, mentre il lato B presenta alcuni cavalieri che forse fanno riferimento ai cacciatori partiti per l’impresa. In questo secondo caso non ci sono i nomi iscritti: si potrebbe dunque trattare di una caccia non mitica ma diffusa tra i boschi della Grecia, in ogni caso è una scena che evoca l’abilità e il prestigio di chi la conduce.

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