Storia della produzione ceramica greca
Le botteghe ceramografiche attiche risultano attive dal periodo submiceneo (XII-XI sec. a.C.) fino al periodo ellenistico (III-I sec. a.C.). I prodotti delle officine attiche abbracciano, si può dire, lo sviluppo intero della vicenda artistica greca, alternando momenti di intensa fioritura nonché di sperimentazione tecnica e formale a momenti di chiusura e ripiegamento, interpretabili talora quali riflesso diretto delle vicende storiche cittadine.
Protogeometrico (X sec. a.C.) e geometrico (IX-VIII sec. a.C.)
Nel periodo protogeometrico e poi soprattutto geometrico, Atene rappresenta forse il più importante centro di produzione di ceramiche decorate. Si può dire che le formule dello stile geometrico vengono sperimentate e messe a punto ad Atene. Centri quali Argo, Corinto, la Beozia o l’isola di Eubea subiscono il decisivo influsso delle botteghe ateniesi, pur sviluppando forme vascolari (la kotyle a Corinto) o formule decorative (il meandro a scala ad Argo) peculiari e locali. Carattere precipuo delle officine attiche è la singolare coerenza con la quale il repertorio decorativo ubbidisce e si adegua alla tettonica vascolare. Il repertorio decorativo stesso, in un primo momento esclusivamente astratto, successivamente (geometrico tardo, cioè fine VIII sec. a.C.) accoglie scene di carattere narrativo (guerrieri, carri, scene di esposizione, compianto e trasporto del defunto in vasi, soprattutto anfore colossali e crateri, di destinazione funeraria). Con la fine dell’VIII sec. a.C. la fortuna del repertorio decorativo geometrico è rimarcata dalla sua diffusione nel bacino del Mediterraneo. Ne sono responsabili coloni e mercanti eubòici, abili navigatori e protagonisti della prima colonizzazione greca, che esportano in Etruria e in Siria i prodotti delle loro botteghe ceramografiche favorendo, soprattutto in Etruria, la nascita di locali stili geometrici. Accanto alle botteghe euboiche la fine dell’VIII sec. a.C. registra la fioritura delle botteghe corinzie destinate a dominare, con le loro esportazioni, i mercati del Mediterraneo per tutto il successivo periodo orientalizzante (VII sec. a.C.).
Protoattico (VII sec. a.C.)
Alla fioritura delle botteghe corinzie e alla fortuna dei loro prodotti -essenzialmente miniaturistici vasi per unguenti (arýballoi e alàbastra) decorati, a partire dagl’inizi del VII secolo, nella nuova tecnica delle figure nere – corrisponde per tutto il periodo orientalizzante una certa chiusura e indifferenza delle botteghe attiche per le novità sperimentate a Corinto e un evidente disinteresse per l’esportazione dei prodotti ceramici al di fuori del territorio propriamente ateniese. Lo stile protoattico, nel rifiuto del decorativismo miniaturistico proprio delle botteghe corinzie coeve, si colloca nel solco della produzione geometrica tarda, culminata nella produzione del Pittore del Dìpylon e dei suoi più prossimi seguaci. La progressiva dissoluzione del coerente repertorio astratto e l’aggiornamento in senso orientalizzante dei motivi decorativi unitamente alla preferenza accordata ad ampie superfici vascolari e a figure monumentali, spesso esorbitanti dai campi decorativi di pertinenza determina una certa insensibilità per la tettonica vascolare e la creazione di uno stile la cui prorompente vitalità colpisce con vigore, specie se si pensa al più castigato stile corinzio coevo. Con il protoattico medio (metà del VII sec. a.C. circa) e con personalità quali il Pittore di Polifemo, pur senza che venga meno la vitale monumentalità protoattica, si cominciano a registrare i primi deboli influssi della ceramografia corinzia, nell’impiego discreto di incisioni e nell’elementare policromia limitata a ritocchi biancastri. Con il protoattico tardo (fine del VII sec. a.C.) e con personalità quali il Pittore di Nèttos, l’influsso della ceramica corinzia si fa sentire nel rinnovato repertorio decorativo animalistico e floreale e soprattutto nell’adozione della tecnica delle figure nere, senza che la tipica protoattica monumentalità ne risulti sostanzialmente compromessa.
Nomi e forme di vasi attici
Gli studiosi distinguono generalmente le antiche forme dei vasi greci secondo l’uso cui venivano adibiti. Anche qui seguiamo questo tipo di classificazione, distinguendo tra recipienti per attingere e versare, recipienti per bere e recipienti per usi vari.
La nomenclatura
Non tutti i nomi con cui si designano oggigiorno le varie forme di vasi greci corrispondono al loro nome antico. Non sempre, infatti, questo è giunto fino a noi, sicché ci sono vasi di cui non conosciamo il nome greco. D’altra parte, gli scrittori antichi nominano talora dei vasi senza specificarne la forma e l’uso. Così gli studiosi moderni designano talvolta le forme di vaso di cui si è perso il nome, con nomi che non sappiamo più a quale forma abbiano corrisposto. Ad esempio, il termine greco pelìke è usato in modo contraddittorio dagli scrittori antichi, che comunque lo associano a forme aperte (coppe o bacili); gli archeologi lo hanno invece usato per designare convenzionalmente quella sorta di anfora chiusa il cui corpo raggiunge la massima espansione nella parte inferiore (vd. inv. 72732 SALA 13).
Vasi per attingere e versare
Il nome della hydrìa è testimoniato dal “Vaso François”, dove il vaso caduto ad una giovane è designato appunto col termine di hydrìa. Il nome (in italiano, “idrìa”) deriva chiaramente dal greco hydor (“acqua”) ed indica esplicitamente l’uso cui era adibita la hydrìa. Si tratta di un vaso a corpo ovoidale, munita di tre anse: una, verticale, sul retro del recipiente, per versare l’acqua e per poterla trasportare; le altre due, orizzontali, sui lati, per attingere l’acqua e per sollevare la hydrìa all’altezza del capo. Le donne greche, infatti, erano solite trasportarla sulla testa, in modo da lasciare le mani libere. Un prototipo di hydrìa, non troppo diverso da quello “canonico” del VI sec. a.C., si trova già nel Protogeometrico (X sec. a.C.). La forma canonica della hydrìa (vd. inv. 3792 SALA 13) viene dapprima sviluppata in bronzo ed, in seguito, trasposta in ceramica: le hydrìai più antiche del VI sec. a.C. mostrano, perciò, segni tangibili della loro origine metallica. Nel VI secolo a.C. la hydrìa è fabbricata col collo nettamente distinto dal corpo. Dalle tarde “figure nere” in poi, collo e corpo formano un profilo dalla linea continua; gli archeologi distinguono spesso questo nuovo tipo di hydrìa col nome di kàlpis.
La lèkythos è un vaso dal collo stretto, il corpo allungato ed una singola ansa sul retro. Anche in antico era denominata col termine che usiamo noi oggi, come tra l’altro testimonia l’iscrizione su un vaso conservato al “British Museum” di Londra: “Io sono la lèkqthos di Tatàie; chiunque mi rubi diventerà cieco” (si noti l’incertezza ortografica nella resa del nome del vaso). I testi antichi descrivono la lèkythos come vaso per olii e unguenti: era adoperato sia per usi domestici, sia dagli atleti in palestra per tergersi il corpo d’olio, che infine per cerimonie funebri. L’etimologia del nome potrebbe ricondursi ad un termine antico che significava “uovo”; in tal caso si spiegherebbero bene sia l’originaria forma sferico-ovoide della lèkythos che la sua funzione funeraria. L’uovo era infatti frequentemente connesso col culto dei morti e veniva perciò deposto spesso nelle tombe (come in Etruria avvenne, ad es., alla “Montagnola” di Quinto Fiorentino).
La lèkythos compare ad Atene già nel Submiceneo (XII-XI sec. a.C.) ed è quindi uno dei vasi greci di più lunga continuità, essendo stato oltretutto adottato dai ceramisti italioti del V-III sec. a.C. Limitandosi, tuttavia, alle forme che la lèkythos assume dal VI al IV secolo, se ne distinguono tre tipi, successivi l’uno all’altro:
1) Tipo a profilo continuo fra collo e corpo:
a) sottotipo più antico, denominato “Deianira”, sferico;
b) sottotipo ovoide, più recente (inv. 3740 SALA 11);
2) Tipo con spalla e corpo separati, che compare dal 550 a.C. circa ed è comune per buona parte del secolo successivo. Il profilo è snello e allungato;
3) Tipo tozzo, di dimensioni più ridotte e piede largo. Il tipo è usuale dalla fine del V sec. a.C. e si afferma in Magna Grecia.
Il frequente uso funerario della lèkythos la rende il vaso più spesso usato nella tecnica a fondo bianco. Relativamente diffusi nell’ultimo periodo della tecnica a figure nere, i vasi a fondo bianco divennero molto frequenti al tempo delle figure rosse.
Riflessi della grande pittura greca sui vasi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze
La grande pittura – pittura murale o pittura da cavalletto – ha conosciuto in Grecia, durante l’epoca classica, una magnifica fioritura. Le fonti antiche tramandano i nomi di personalità artistiche di primo piano, il cui genio creativo sembra talvolta abbia superato quello dei maestri della grande plastica. Sfortunatamente però, se conosciamo molti aneddoti su Polýgnotos e Mikon, Zeusi e Parrasio e molti altri, se sappiamo ricostruire i molti temi che hanno trattato e i caratteri salienti della loro arte, ci manca l’essenziale contatto con le opere originali. Il supporto deperibile (di solito grandi tavole in legno) o la distruzione degli affreschi non ci hanno conservato i lavori dei grandi maestri, che possiamo rintracciare solo nelle trasposizioni dell’arte musiva o della decorazione vascolare.
Le botteghe dei ceramografi, nonostante la limitazione tecnica legata all’uso di pochi colori a base di argilla e alle dimensioni dei vasi, sono a volte il laboratorio di artisti che sperimentano lo scorcio, la prospettiva o composizioni articolate, e sono il riflesso puntuale delle opere su larga scala, i cui schemi circolavano attraverso agili cartoni.
Attraverso gli esemplari di ceramica attica esposti al Museo Archeologico di Firenze è possibile ripercorrere in tappe fondamentali l’evoluzione e i progressi della grande pittura greca.
L’età classica (480 a.C. – 330 a.C.)
Il periodo classico è quello in cui si realizzano alcune conquiste fondamentali rispetto alla ricerca greca della resa sempre più naturalistica del corpo umano e della sua collocazione nello spazio: negli anni intorno al 480 a.C. i pittori hanno raggiunto un alto livello di esattezza anatomica nella resa della figura umana, tuttavia sarà necessario il cammino di oltre un secolo per arrivare ad esprimere, con il chiaroscuro e con una diversa disposizione della figura nello spazio, sentimenti complessi e scene “psicologicamente” azzeccate.
La pelìke a figure rosse (inv. 3985) in SALA 14 è un buon punto di partenza nel nostro percorso: è datata al 490 a.C. ed è decorata con due episodi della saga di Teseo, l’uccisione del Minotauro sul lato A e la lotta con il brigante Sìnis sul lato opposto. Le figure dei protagonisti coprono l’intera superficie del vaso e Teseo è ritratto nel momento culminante dei due scontri, tuttavia la drammaticità della scena è espressa da una sorta di ieraticità dei personaggi, piuttosto che da una concitazione nei movimenti. Sono le caratteristiche della tecnica del Pittore di Berlino, cui il vaso è attribuito, famoso per la semplice solennità delle figure ritratte, tanto che spesso egli spezza la scena sui due lati di uno stesso vaso, concentrandosi sui singoli personaggi con un’arte più vicina a quella dello scultore.
Con il Pittore di Kleophràdes, invece, si nota un maggiore interesse a problemi di movimento e di colore: il frammento di skýphos (inv. 4218) esposto nella stessa sala, è decorato con una scena molto intensa di Iris insidiata dai Centauri, una variante che sostituisce i tradizionali Sileni giunti a bloccare la messaggera degli dèi nel tragitto per portare le vittime sacrificate agli abitanti dell’Olimpo. L’artista sceglie di cimentarsi con una scena di movimento che lo spinge a sperimentare tutte le possibilità della nuova tecnica “a figure rosse”: il profilo nitido di Iris si distingue tra i volti animaleschi dei Centauri, per uno dei quali il pittore azzarda la resa di prospetto; con pennellate veloci di vernice diluita, la concitazione del momento è palpabile nelle espressioni dei protagonisti, mentre la superficie del vaso sembra in effetti troppo piccola per contenere il movimento nervoso del centauro con il braccio alzato e della dea bloccata da ambedue le parti, le cui ali spiegate non riescono a spiccare il volo.
Contemporaneo al Pittore di Kleophràdes è il Pittore di Brýgos, di cui è esposta una kylix (inv. 3949) decorata con scene di kòmos in cui si riconoscono le stesse spinte verso una rappresentazione più articolata che abbandoni la ieraticità delle figure della generazione precedente.
Tuttavia si tratta di esempi isolati: in generale nel secondo quarto del V sec. a.C. i ceramografi non sono ancora pronti ad abbandonare le caratteristiche dell’età arcaica e solo di rado si incontrano personalità particolari che ci fanno intravedere quanto la “grande pittura” stesse evolvendosi nei temi e nella tecnica.
La kylix su fondo bianco (inv. 75409) detta del Pittore di Lýandros dal nome iscritto all’interno, è datata 470 e 460 a.C. ed è uno degli esempi di tecnica policroma su vasi, che avrà una maggiore fortuna qualche decennio più tardi nella produzione quasi seriale di lèkythoi funerarie. La figura di Afrodite campeggia in grande solennità, affiancata da amorini, e quindi, ancora una volta, il riferimento alla pittura su tavola o degli affreschi contemporanei va rintracciato più nella tecnica che nella composizione.

