La partenza del guerriero verso la battaglia
Il congedo dell’oplita dalla famiglia e la partenza per la battaglia
Nella ceramica attica le rappresentazioni relative al congedo di un guerriero dalla famiglia superano complessivamente quelle che presentano opliti in azione sul campo di battaglia, e si articolano in varie scene: la consegna delle armi; l’applicazione degli schinieri; la preparazione del carro; la partenza del guerriero sopra un carro, rappresentato di profilo o di prospetto; la partenza a cavallo; l’extispicio; la partenza a piedi; la libagione; guerrieri che raccolgono o recidono una ciocca di capelli.
La formulazione originaria di alcune delle rappresentazioni sopra ricordate (così per la consegna delle armi, per quella del guerriero che indossa uno schiniere, per la partenza su carro) non si deve ai ceramografi ateniesi, ma trova precedenti nell’arte corinzia del VII sec. a.C. La loro comparsa nell’iconografia attica, inoltre, non è simultanea; le attestazioni note dell’extispicio, per esempio, rientrano fra le più tarde. E’ degno d’interesse che di una parte rilevante delle situazioni considerate esistano testimonianze anteriori alla metà del VI sec. a.C., recanti iscrizioni che identificano i personaggi con figure attinte al mito. Almeno le prime tre scene sopra ricordate (consegna delle armi, applicazione degli schinieri, preparazione del carro) risultano legate ad Achille: magari, perché si tratta dell’eroe principale dell’Iliade, la cui popolarità era forse inferiore solo a quella di Eracle (gli Ateniesi avevano familiarità con i poemi epici, provata per esempio dal fatto che Ipparco, il figlio di Pisistrato, introdusse la recitazione di poemi omerici nelle Panatenee [Platone, Ipparco 228 b-c]). In immagini di partenza su carro con il veicolo rappresentato di prospetto, le possibilità sono diverse: incontriamo infatti, identificati tramite iscrizioni, non solo Achille ma anche Ettore, Diomede e altri eroi. Le rappresentazioni in cui le figure non sono indicate per nome possono rinviare, sull’esempio degli ‘archetipi’ mitici sopra ricordati, alla sfera mitica, oppure a situazioni della vita d’ogni giorno, ponendo in tal caso in risalto il cittadino pronto a indossare le armi per difendere la famiglia e la città natia. L’equipaggiamento del cittadino-guerriero, costituito dall’elmo, dalla corazza, dagli schinieri, dalla lancia e dallo scudo circolare (hòplon), è quello caratteristico dell’oplita addestrato a combattere nella falange, la formazione militare tipica del tempo. Quanto alle figure che simboleggiano la famiglia, si può immaginare che il personaggio anziano rappresenti la precedente generazione di cittadini-soldati, che trasmette il suo esempio all’attuale. Questa, raccogliendolo, deve a sua volta svolgere la stessa funzione nei confronti della futura generazione di guerrieri, simboleggiata in talune scene dalla figura di un giovane nudo. La donna, infine, rappresenta la madre o la moglie, disposte a lasciar partire il proprio congiunto per la guerra; in qualche caso vediamo questo personaggio mentre cura l’aspetto rituale del commiato, con l’offerta di una libagione. Potremmo dire, in definitiva, che nelle immagini di congedo si rispecchia quella disponibilità e quella preparazione a combattere, che lo stato richiedeva ai propri cittadini.
Uno sguardo, se pure rapido, alle componenti essenziali delle scene di congedo non può trascurare aspetti che, a parte le scene corredate d’iscrizioni, segnalano ancora un livello d’interferenza fra ambito reale e sfera mitica e fanno sì che eroe e cittadino-guerriero appaiano quasi intercambiabili: si tratta delle partenze su carro, estranee alle consuetudini militari del periodo arcaico e interpretabili in definitiva come relitti dei poemi omerici, e della presenza di elementi antiquari quali lo scudo beotico, anch’esso anacronistico, per esempio su un’anfora con scena d’armamento conservata a Londra. Questo tipo di scudo, noto peraltro solo da documenti figurati, non era infatti più impiegato all’epoca in cui fu dipinto il nostro vaso. Potremmo forse supporre, che un ateniese chiamato alle armi nel VI sec. a.C. riconoscesse in immagini siffatte un modello di comportamento e uno stimolo a fare proprio il valore degli eroi del mito.
Viaggi, viaggiatori e mezzi di trasporto
Nel mondo antico non si viaggia né ci si sposta frequentemente: gli orizzonti del greco sono necessariamente ristretti e la conoscenza del mondo è forzatamente limitata all’esperienza di rari viaggi o alle parole di chi, avendo “sperimentato” il mondo, diffonde su di esso racconti spesso mirabolanti.
La vicenda di Esìodo è, in questo senso, emblematica: come il poeta stesso racconta nelle Opere e giorni (vv. 635-640) il padre “qui (ad Ascra in Beozia, nella Grecia centrale) giunse una volta lasciata l’eolica Cuma (città greca sulla costa anatolica), sulla sua nera nave, non beni fuggendo, né ricchezza, né prosperità ma la malvagia miseria che Zeus agli uomini manda; e venne ad abitare vicino all’Elicòna, in un tristo villaggio, ad Ascra, d’inverno cattiva, aspra d’estate, piacevole mai”. L’orizzonte d’Esìodo è fortemente limitato ai campi di Ascra e il poeta si vanta di “non aver mai, finora, su nave l’ampio mare percorso” se non per recarsi una volta in Eubèa (vv. 650-659), notoriamente separata dal continente da un brevissimo tratto di mare.
Pochi “privilegiati” si spostano, conoscono il mondo, ne affrontano i pericoli. Viaggiano i guerrieri che portano ma che talora trovano, lontano dalle case, morte. Viaggiano, con le loro merci, su navi proprie o altrui i mercanti e sperimentano, con coraggio, come Ulisse, l’indole degli uomini. Viaggiano i pellegrini diretti talora verso lontani santuari panellenici. Viaggiano, o meglio abbandonano le terre d’origine “fuggendo -come il padre di Esìodo- la malvagia miseria che Zeus agli uomini manda” maestranze artigiane in cerca di lavoro e intere popolazioni in cerca di una terra lontana che li nutra.
Si viaggia e ci si sposta per necessità, affrontando l’ignoto e consapevoli dei rischi e pericoli. Non diverso è il comportamento di chi abita ad Atene. L’ateniese medio risiede in città e si sposta periodicamente verso la campagna nella quale possiede una casa generalmente posta al centro di un limitato appezzamento di terra; ma non oltrepassa i confini dell’Attica se non quando maggiori necessità lo trasformano in soldato e lo spingono verso lontani teatri di guerra. Anche lo sguardo dei ceramografi attici non sembra spingersi frequentemente al di là dei confini dell’Attica: l’esperienza del mondo pare mediata attraverso i racconti del mito che hanno per protagonisti eroi viaggiatori (si pensi a Ulisse). L’attenzione del ceramografo attico, per comprensibili motivi (centralità della figura umana, carattere allusivo e “simbolico” delle notazioni d’ambiente), si sofferma per lo più sulla figura del viaggiatore (molto spesso un guerriero in procinto di partire) o, comunque, di colui che si sposta e sul mezzo di trasporto. Spesso la raffigurazione del mezzo di trasporto manca (ovviamente anche perché nell’antichità si viaggiava soprattutto a piedi) e solo la “tenuta” da viaggio (corto mantello, stivaletti, cappello a larghe tese, chiamato pètasos) individua il viaggiatore.

