Athena Poliàde
Così è definita Athèna in quanto divinità eponima della città, protettrice della polis di Atene.
Il tempio di Athèna Poliade, eretto sull’Acropoli e distrutto dai Persiani nel 480/479 a.C., sopravvisse, a livello di basse fondamenta, nell’area compresa fra il Partenone e l’Eretteo che ne rappresenta, in un certo senso, il sostituto (nell’Eretteo era infatti conservato lo xòanon di Athèna Poliade, il più arcaico simulacro della dea). Il grande altare di Athèna Poliade era situato, in periodo classico, immediatamente a est delle rovine del “vecchio tempio”, in diretto rapporto con queste ultime.
Pittore di Dario
Ceramografo tra i più importanti del gruppo àpulo della fine del V secolo a.C., specializzato nella decorazione di vasi di grandi dimensioni.
Il cratere a volute che ne ha determinato il nome è conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e vi è raffigurato il re persiano Dario I.
Cipro
Isola del Mediterraneo orentale a sud della Turchia e a ovest della Siria, Cipro è caratterizzata da una complessa orografia e da coste alte e prive di approdi. E’ soprattutto durante la fase matura dell’età del Bronzo che Cipro esce dal suo isolamento e conosce un momento di grande prosperità e di estesi contatti commerciali. Intorno al 1600 a.C. i rapporti con l’Egitto diventano stretti e verso il 1500 a.C. i Ciprioti assimilano dal mondo minoico una scrittura simile alla lineare A cretese. Sull’isola si sviluppano, durante il XIV sec., importanti città come Enkomi, sulla costa orienale, Kition, Arpera, Kourion su quella meridionale, Palaepaphos su quella occidentale. Intorno al 1200 a.C. i cosiddetti “Popoli del Mare”, provenienti da ovest e solitamente identificati con gli Achei, si stabiliscono a Cipro in approdi fortificati: nel corso dell’XI sec. a.C. si insediano in nuove città come Salamina, dove introducono la propria architettura funeraria, diffondendo le loro usanze e il loro stile anche nella ceramica. Un paio di secoli dopo vediamo a Cipro lo sviluppo di città-stato, avvenuto dietro la spinta economica del nuovo apporto fenicio. Dopo il dominio fenicio a Cipro giungono gli Assiri, sotto i quali (nei secoli VIII e VII a.C.) i sovrani ciprioti godono di una larga autonomia. Nel VI sec. a.C. agli Assiri subentrano i Persiani, il cui dominio è invece caratterizzato da una serie di guerre di liberazione, che vedono impegnate anche forze greche. Il coinvolgimento greco negli affari ciprioti porta ad una dipendenza culturale e artistica. Alla fine del V a.C. il re cipriota Evagora I introduce l’alfabeto greco (artisti greci erano attivi alla sua corte e opere d’arte greche furono importate sull’isola). Alessandro Magno libera l’isola dalla dominazione persiana con l’aiuto dei re ciprioti, ma l’antagonismo tra i suoi successori porta alla distruzione della famiglia reale di Salamina. Cipro passa sotto il dominio romano nel 58 a.C., mantenendo una cultura ellenistica. Gli imperatori romani, Traiano e Adriano in particolare, favoriscono le città greche di Cipro; nella nuova capitale Paphos sono state portate alla luce alcune eleganti ville romane. I terremoti succedutisi verso la metà del IV sec. d.C. segnano la fine dell’antichità e della religione pagana.
Cimone
Figlio di Milziade, l’artefice della vittoria degli Ateniesi a Maratona, rivestì varie cariche, finanziò con le proprie ricchezze opere pubbliche e nel 475 conquistò l’isola di Sciro, insediandovi coloni ateniesi e riportandone in patria le supposte ossa di Teseo. La sua influenza crebbe e divenne capo del partito aristocratico, in opposizione a Temistocle e, più tardi, a Efialte e a Pericle. Il suo successo militare di maggior importanza fu la vittoria sui Persiani presso l’Eurimedonte, conseguita intorno al 468. Nel 461 venne bandito da Atene e dopo il suo ritorno, avvenuto di lì a qualche anno, non svolse un ruolo particolarmente attivo nella vita politica ateniese. Morì nel 449 durante una spedizione contro i Persiani.
Maratona
La pianura di Maratona, sulla costa orientale dell’Attica, fu teatro nel 490 di uno sbarco dei Persiani al comando del generale Datis. Con l’aiuto dei rinforzi inviati da Platea, gli Ateniesi guidati da Milziade li affrontarono e li volsero in fuga prima che costoro marciassero su Atene; essi conseguirono così la prima vittoria dei Greci contro i Persiani. Sul luogo della battaglia venne eretta una tomba per i 192 ateniesi caduti nello scontro, i cui nomi erano registrati, secondo le tribù, su lastre di pietra; il sepolcro è normalmente identificato con un tumulo emergente sulla pianura, del diametro di circa 180 metri e alto circa 10 metri.
Diventare un eroe: la formazione del guerriero
I vasi di produzione attica esposti nel Museo Archeologico di Firenze sono decorati da immagini ispirate soprattutto dalle grandi saghe epiche, oppure da episodi del mito – a volte poco anche conosciuti – e infine da scene di vita quotidiana che spesso riecheggiano la vita mitica dei grandi eroi.
La scelta dei temi raffigurati è legata a volte alle esigenze particolari di chi commissiona l’opera, oppure è semplicemente l’espressione di una moda e/o di un’epoca: il mito racconta l’uomo e ne svela le intenzioni più nascoste.
È dunque possibile seguire alcune trasformazioni nella società greca (e in quella attica in particolare, dato che ad Atene è prodotta la maggior parte dei vasi figurati che conosciamo) soprattutto in relazione ai diversi modi in cui alcuni gruppi sociali scelgono di autorappresentarsi nelle diverse occasioni della vita quotidiana: l’educazione dei giovani, il matrimonio e il ruolo della donna, ma soprattutto la difesa della città e la partecipazione a imprese militari; e se la tragicità della guerra rimane costante attraverso i secoli, cambia il modo di combattere e di conseguenza la figura del guerriero.
I miti raffigurati sui vasi sono simboli universali, che a volte possono assumere un’importanza specifica a seconda del contesto in cui vengono citati: è quindi interessante notare che le figure maggiormente presenti nelle decorazioni vascolari sono quelle dell’«eroe», un uomo che compie azioni straordinarie e spesso viene premiato dagli déi con l’immortalità.
Vi sono diversi tipi di eroi ma solo alcuni ritornano più spesso sui vasi dipinti a indicare il paradigma della figura eroica, il modello da cui i giovani adolescenti e i guerrieri maturi traggono ispirazione nelle fasi della vita. In questo percorso tematico andremo alla ricerca di tali modelli attraverso le decorazioni vascolari del Museo Archeologico di Firenze.
L’età arcaica
Le grandi famiglie aristocratiche di VII sec. a.C., titolari di tombe principesche segnalate dai tumuli di terra, guardano alle mitiche figure degli eroi della guerra di Troia riconoscendovi dei possibili antenati e tessendo improbabili genealogie: l’analisi del rito funerario, per noi più facile da ricostruire, spesso si riferisce alle cerimonie del campo acheo, così come poi le leggeremo nei poemi messi per scritto nel secolo successivo, ad Atene, sotto Pisistrato.
Il Cratere François (inv. 4209), nella SALA 11, è un grandioso vaso da banchetto modellato da Ergòtimos e decorato da Kleitìas, poi giunto sul mercato etrusco (si data al 570 a.C.): un’opera speciale (se non addirittura creata su speciale richiesta) che, giunta in una famiglia aristocratica dell’Etruria interna, conclude degnamente come corredo funebre la sua funzione di simbolo culturale di collegamento fra due mondi. La decorazione ricopre tutta la superficie del vaso e gli episodi mitici sono chiariti dalle “didascalie” in greco, che denominano non solo i personaggi ma anche alcuni oggetti; gli episodi si susseguono su fasce sovrapposte, tre sul lato A e tre sul lato B; poi vi è quello centrale, le nozze di Peleo e Teti, che corre tutt’intorno al punto di maggior espansione del cratere; si svolgono infine il fregio di animali e la decorazione del piede, anch’essa un’unica fascia con i Pigmei e le Gru. La scelta dei miti raffigurati è stata letta dagli studiosi nell’ottica di una sorta di repertorio caro alla classe aristocratica greca e in effetti possiamo individuare alcuni temi che si riferiscono alla educazione dei giovani Ateniesi di buona famiglia.
La caccia
Il mito della caccia al cinghiale di Kalydòn (cittadina dell’Etolia, nella Grecia occidentale) è sull’orlo del lato A del Cratere: l’animale ormai braccato è al centro della scena e attorno a esso sono riuniti tutti i giovani eroi che hanno partecipato alla caccia, ognuno con il nome iscritto. Nel racconto mitico il giovane Meleàgro chiama a raccolta i più valenti suoi coetanei per abbattere un enorme cinghiale che Artemide ha inviato a devastare i campi, per punire il re della città, Oinèo. La caccia di un animale feroce è il momento migliore per mettere alla prova abilità e destrezza; inoltre i nomi illustri dei compagni di Meleàgro intrecciano le proprie storie valorose con quella dello sfortunato principe di Kalydòn, destinato a morire subito dopo. Il tema della caccia al cinghiale calidonio entra dunque nell’immaginario dei nobili rampolli e non solo: sulla kylix di tipo Siana (inv. 3890) esposta nella stessa SALA 11 e datata al 560 a.C., si vede la riproposizione del tema iconografico sul lato principale, mentre il lato B presenta alcuni cavalieri che forse fanno riferimento ai cacciatori partiti per l’impresa. In questo secondo caso non ci sono i nomi iscritti: si potrebbe dunque trattare di una caccia non mitica ma diffusa tra i boschi della Grecia, in ogni caso è una scena che evoca l’abilità e il prestigio di chi la conduce.

