Amazzonomachìa
Letteralmente “battaglia delle Amazzoni”. Le Amazzoni, simbolo dell’oriente barbarico (la capitale del loro regno è l’orientale Temiscìra), rappresentano, per il Greco, il più anomalo e singolare esercito: un esercito di donne guerriere, armate come maschi, temibili arciere. Il mito delle donne guerriere è trattato da autori importanti come Esiodo ed Eschilo, tuttavia è lo storico Erodoto che cerca di dare una spiegazione etnografica alla leggenda, razionalizzando le poche notizie concrete e collocando geograficamente il regno delle Amazzoni (Erodoto, Storie IV 110-117).
Per quanto riguarda l’etimologia del nome “amazzone”, di origine incerta, la maggior parte degli autori classici lo lega a un alpha privativo cui si unirebbe il termine mazòs, mammella: sarebbe un’allusione alla pratica di asportare il seno destro alle fanciulle per facilitare l’impiego dell’arco.
Nella storia mitica ateniese la più nota Amazzonomachia era quella combattuta da Teseo, presso le mura di Atene, contro le compagne di Antiope, Amazzone da lui rapita e con la quale genererà Ippolito.
Riflessi della grande pittura greca sui vasi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze
La grande pittura – pittura murale o pittura da cavalletto – ha conosciuto in Grecia, durante l’epoca classica, una magnifica fioritura. Le fonti antiche tramandano i nomi di personalità artistiche di primo piano, il cui genio creativo sembra talvolta abbia superato quello dei maestri della grande plastica. Sfortunatamente però, se conosciamo molti aneddoti su Polýgnotos e Mikon, Zeusi e Parrasio e molti altri, se sappiamo ricostruire i molti temi che hanno trattato e i caratteri salienti della loro arte, ci manca l’essenziale contatto con le opere originali. Il supporto deperibile (di solito grandi tavole in legno) o la distruzione degli affreschi non ci hanno conservato i lavori dei grandi maestri, che possiamo rintracciare solo nelle trasposizioni dell’arte musiva o della decorazione vascolare.
Le botteghe dei ceramografi, nonostante la limitazione tecnica legata all’uso di pochi colori a base di argilla e alle dimensioni dei vasi, sono a volte il laboratorio di artisti che sperimentano lo scorcio, la prospettiva o composizioni articolate, e sono il riflesso puntuale delle opere su larga scala, i cui schemi circolavano attraverso agili cartoni.
Attraverso gli esemplari di ceramica attica esposti al Museo Archeologico di Firenze è possibile ripercorrere in tappe fondamentali l’evoluzione e i progressi della grande pittura greca.
L’età classica (480 a.C. – 330 a.C.)
Il periodo classico è quello in cui si realizzano alcune conquiste fondamentali rispetto alla ricerca greca della resa sempre più naturalistica del corpo umano e della sua collocazione nello spazio: negli anni intorno al 480 a.C. i pittori hanno raggiunto un alto livello di esattezza anatomica nella resa della figura umana, tuttavia sarà necessario il cammino di oltre un secolo per arrivare ad esprimere, con il chiaroscuro e con una diversa disposizione della figura nello spazio, sentimenti complessi e scene “psicologicamente” azzeccate.
La pelìke a figure rosse (inv. 3985) in SALA 14 è un buon punto di partenza nel nostro percorso: è datata al 490 a.C. ed è decorata con due episodi della saga di Teseo, l’uccisione del Minotauro sul lato A e la lotta con il brigante Sìnis sul lato opposto. Le figure dei protagonisti coprono l’intera superficie del vaso e Teseo è ritratto nel momento culminante dei due scontri, tuttavia la drammaticità della scena è espressa da una sorta di ieraticità dei personaggi, piuttosto che da una concitazione nei movimenti. Sono le caratteristiche della tecnica del Pittore di Berlino, cui il vaso è attribuito, famoso per la semplice solennità delle figure ritratte, tanto che spesso egli spezza la scena sui due lati di uno stesso vaso, concentrandosi sui singoli personaggi con un’arte più vicina a quella dello scultore.
Con il Pittore di Kleophràdes, invece, si nota un maggiore interesse a problemi di movimento e di colore: il frammento di skýphos (inv. 4218) esposto nella stessa sala, è decorato con una scena molto intensa di Iris insidiata dai Centauri, una variante che sostituisce i tradizionali Sileni giunti a bloccare la messaggera degli dèi nel tragitto per portare le vittime sacrificate agli abitanti dell’Olimpo. L’artista sceglie di cimentarsi con una scena di movimento che lo spinge a sperimentare tutte le possibilità della nuova tecnica “a figure rosse”: il profilo nitido di Iris si distingue tra i volti animaleschi dei Centauri, per uno dei quali il pittore azzarda la resa di prospetto; con pennellate veloci di vernice diluita, la concitazione del momento è palpabile nelle espressioni dei protagonisti, mentre la superficie del vaso sembra in effetti troppo piccola per contenere il movimento nervoso del centauro con il braccio alzato e della dea bloccata da ambedue le parti, le cui ali spiegate non riescono a spiccare il volo.
Contemporaneo al Pittore di Kleophràdes è il Pittore di Brýgos, di cui è esposta una kylix (inv. 3949) decorata con scene di kòmos in cui si riconoscono le stesse spinte verso una rappresentazione più articolata che abbandoni la ieraticità delle figure della generazione precedente.
Tuttavia si tratta di esempi isolati: in generale nel secondo quarto del V sec. a.C. i ceramografi non sono ancora pronti ad abbandonare le caratteristiche dell’età arcaica e solo di rado si incontrano personalità particolari che ci fanno intravedere quanto la “grande pittura” stesse evolvendosi nei temi e nella tecnica.
La kylix su fondo bianco (inv. 75409) detta del Pittore di Lýandros dal nome iscritto all’interno, è datata 470 e 460 a.C. ed è uno degli esempi di tecnica policroma su vasi, che avrà una maggiore fortuna qualche decennio più tardi nella produzione quasi seriale di lèkythoi funerarie. La figura di Afrodite campeggia in grande solennità, affiancata da amorini, e quindi, ancora una volta, il riferimento alla pittura su tavola o degli affreschi contemporanei va rintracciato più nella tecnica che nella composizione.
Pittore di Tàlos
Ceramografo attico, attivo alla fine del V sec. a.C.
Sperimenta, in un cratere conservato a Ruvo (Ba), l’uso del chiaroscuro nel dipingere il corpo metallico del gigante Tàlos incantato dalle arti magiche di Medea.
Linea funzionale
Linea tremolante, di volta in volta spessa o sottile, capace di suggerire la rotondità di un corpo umano immerso nello spazio. Secondo la celebre definizione di Plinio il Vecchio:
“La linea periferica deve come rotare e girare su se stessa e terminare in modo da creare, in chi osserva, l’aspettativa di un ulteriore sviluppo sì da mostrare anche ciò che la pittura è costretta a occultare” (Naturalis Historia, XXXV, 67).
Pittore di Firenze
Ceramografo attivo nel secondo quarto del V sec. a.C., gli si attribuiscono numerosi crateri. A Firenze è conservato il vaso eponimo.
Pittore di Lyandros
Nome dato al ceramografo che decora la kylix a fondo bianco con Afrodite, esposta al Museo Archeologico di Firenze.
Sull’esterno del vaso, infatti, tra i personaggi ritratti si legge il nome Lyandros e per questo tale coppa è da considerarsi eponima dell’artista.
Di lui sappiamo che è attivo intorno alla metà del V sec. a.C. ma non ci rimangono molti vasi: sembra vicino ad altri artisti contemporanei e, insieme ad essi, ispirato dalle opere di Doùris, le sue figure sono statiche e maestose.
Età classica
Con il termine “età classica” si intende un periodo della storia greca che copre all’incirca due secoli, il V e il IV a.C.
Le vicende storiche e i progressi nell’architettura e nelle arti hanno spinto gli storici latini a individuare in questa epoca il massimo raggiungimento, in fatto di civiltà e cultura, da parte soprattutto di Atene.
Ceramista
Termine che designa colui che lavora l’argilla e fabbrica vasi, dal greco kéramos (argilla).
Su alcuni vasi greci figurati, accanto al nome del ceramista compare il termine epòiesen, che significa “fece” (dal verbo greco poièin =fare)
Ceramografo
Termine che designa colui che decora un vaso, dal greco kèramos (argilla) e gràphein (scrivere o disegnare).
Il termine ègrapsen, che a volte compare su vasi greci figurati, segue il nome proprio di chi ha provveduto alla decorazione del vaso; si tratta, infatti, del verbo gràphein coniugato alla terza persona singolare del passato.

