CONCEZIONI E LUOGHI DI CULTO
Il tempio
Vitruvio, autore latino vissuto tra la fine del I sec. a.C. e gli
inizi del I sec. d.C., nella sua opera De Architectura dedica due
libri (III e IV libro) ai metodi costruttivi usati per gli antichi edifici
sacri e alla spiegazione delle proporzioni e le raffinate armonie. E’
soltanto grazie a questo testo che oggi possediamo qualche concreto dato sull’edilizia sacra etrusca. Infatti gli Etruschi, come spesso
utilizzavano materiali deperibili per la costruzione delle loro abitazioni, così facevano pure per gli edifici destinati al culto. I loro
templi erano talvolta costruiti su alti basamenti in pietra, podî, mentre l’alzato era realizzato con mattoni crudi e legno. Tutto ciò che
rimane oggi di queste costruzioni sono perciò le fondazioni in pietra. In un unico caso possediamo ancora buona parte dell’alzato
del tempio, cioè nell’edificio sacro di Fiesole; si tratta tuttavia di
una superfetazione d’età romana, quando il tempio fu rialzato per
permetterne un aumento di dimensioni che le proporzioni tra
i lati del
tempio dovevano
mantenersi entro un rapporto di 6 a 5; la lunghezza del tempio era divisa in due parti: quella anteriore, con scalinata di accesso, era riservata al vestibolo; quella posteriore risultava
chiusa e ripartita all’interno in tre celle (Fig.
2). Queste erano disposte in una sequenza di
rapporti 3:4:3. Talvolta però, come nel caso del
tempio di Fiesole, c’era una sola cella centrale
con due àlae laterali: si tratta del tempio che
Vitruvio denomina àntico sine pòstico (munito, cioè, della parte anteriore ma non di una
parte posteriore distinta). Le colonne tuscaniche
non recavano scanalature decorative e il capitello era costituito semplicemente da un anello, un echìno, cioè, molto compresso. Anche
la copertura dell’edificio era regolata da una
serie di precisi rapporti matematici: per quanto possiamo ricostruire attraverso i dati fornitici dallo scavo
archeologico e dagli scarsi modellini di tempio etrusco
che sono pervenuti fino a noi, essa era costituita da uno
scheletro di travi di legno, coperto da embrici e coppi (Dia
10). A questo si aggiungeva, inoltre, una decorazione fìttile
a vivaci colori: antefisse con rilievi figurati mascheravano e facevano da protezione alle testate delle travi in legno (Fig. 3); sul còlumen del tetto e sugli acroterî dei
frontoni venivano poste decorazioni, dapprima semplici,
poi sempre più complesse (statue e gruppi statuari fìttili)
(Dia 11). Il frontone, all’inizio aperto con rivestimenti di
terracotta sulle testate dei travi lunghi, in età arcaica si chiude come sui templi greci (Dia 12); nella
parte posteriore non compaiono decorazioni. Ciò è dovuto, probabilmente, al fatto che per gli Etruschi
era importante contemplare l’edificio sul davanti, e non anche sugli altri lati, come invece per i Greci.
Davanti al tempio sorgeva l’altare, su cui si svolgevano i sacrifici in onore degli dèi (vedi l’altare
di Pieve a Sòcana – AR). Il suo aspetto monumentale è dovuto all’importanza che si dava al sacrificio
che vi si compiva; affiancata ad esso si colloca, in alcuni casi, un’ara a base cilindrica, fornita di un
condotto interno che comunicava col sottosuolo ed era usato, dunque, per offrire le libagioni alle
divinità ctonie.
Molta importanza era prestata all’orientamento e alla posizione di un tempio. L’altare doveva
essere rivolto verso oriente e collocato tra la facciata del tempio e il punto cardinale corrispondente.
Vitruvio (De Architectura, I, VII, 1-2) c’informa sulla dislocazione di alcuni edifici pubblici importanti e, in particolare, su quelli sacri: i templi di Venere, Vulcano e Marte, come dicono gli scritti degli
aruspici etruschi, dovevano essere collocati al di fuori della città, per non disturbare la quiete pubblica.
E’ probabile che non tutti i culti si svolgessero all’interno di edifici monumentali. Vi erano anche
santuari di più modeste dimensioni, come quello di Monte Acuto Ragazza (BO) del V sec. a.C., il cui
recinto sacro con l’altare era costituito da soli 4 m di
lato, a cielo aperto.
I testi etruschi stessi ci forniscono il maggior numero di informazioni riguardo al carattere delle cerimonie religiose.
La tegola iscritta di S. Maria Capua Vetere (CE) e il
libro di tela etrusco che fu riutilizzato per fasciare una
mummia egizia, oggi conservato al Museo di Zagabria
(capitale della Croazia), contengono: la prima, una serie
di formule rituali che iniziano ciascuna con un nome di
divinità; la seconda, una descrizione di particolari riti da
compiersi in date prestabilite. Inoltre, su una laminetta
in piombo proveniente da Magliano (GR) sono incise
alcune disposizioni cultuali circa i riti in onore delle principali divinità etrusche (Dia 13).
Nei sacrifici venivano spesso offerti animali: la
più antica rappresentazione di cerimonia di questo tipo è
raffigurata su una situla d’argento dorato proveniente da
Chiusi (SI) e datata alla metà del VII sec. a.C.
Le stipi e i bronzetti votivi
Vicino ai templi, ai santuari e ai luoghi di culto in genere, vi era quasi sempre una stipe votiva.
Questo termine italiano deriva dal latino stips (dono, offerta), e viene usato dagli archeologi per indicare il deposito entro cui erano raccolti i doni votivi, offerti dai devoti alle divinità, una volta che non
era più possibile contenerli nell’interno del santuario.
Una stipe poteva essere costituita da una fossa scavata nel terreno, talvolta rivestita in muratura,
oppure da una cavità naturale o artificiale nella pietra, di varia forma e dimensione, come un pozzo o
uno stretto canaletto scavato nella roccia nativa. Qualche volta, le stipi erano vere e proprie celle
sotterranee, come quelle che in latino vengono chiamate favisae. Entrambi i vocaboli, “stipe” e “favissa”, sono usati per indicare le fosse (gr. bòthroi) destinate a
ricevere i resti dei sacrifici; con lo stesso uso, in Etruria, sono stati trovati a Monte
Acuto Ragazza (BO), a Veio (RM), a Pyrgi (RM), nonché, forse, a Marzabotto
(BO). Talvolta la fossa sacrificale veniva preparata con un ordine particolare e
allora è preferibile chiamarla con il termine greco thysìa. Ne sono state trovate per
esempio a Bolsena (VT), nel santuario della dea Northia (una di esse ne fu smontata, per essere poi rimontata nel giardino del Museo Archeologico di Firenze).
Alcune volte, le stipi potevano essere lontane dai
templi e contenere ex-voto offerti a cielo aperto, depositati direttamente dai fedeli. Questa pratica risulta diffusa
soprattutto per il culto delle acque, nelle quali venivano
gettati gli oggetti votivi, come accadde al “Lago degli
Idoli” sul monte Falterona (AR). Può anche accadere che il deposito precedesse nel tempo la costruzione di un santuario, evidentemente edificatovi a
causa di un culto da tempo esistente.
In Italia sono state rinvenute numerose stipi, appartenenti a un periodo di tempo che va dall’Età del
Bronzo al tardo Impero romano. Esse sono particolarmente utili agli archeologi per determinare la durata di
vita di un luogo di culto, in quanto attraverso lo studio
dei doni votivi si può stabilire il periodo di
frequentazione di un “santuario”. E’ bene ricordare,
inoltre, che i templi e i luoghi di culto molto spesso continuano a essere frequentati anche quando gli abitanti hanno abbandonato le eventuali città vicine al santuario. I doni votivi (gli ex-voto) potevano essere di
vario tipo, dal vasellame fìttile o in metallo, alle armi,
agli utensili domestici, ed erano in genere dotati di piccole dimensioni proprio perché rivestivano un significato simbolico. Talvolta possono essere stati offerti
anche cippi, are o vasi provvisti di dediche, monete e
oggetti simbolici, quali riproduzioni di attributi divini.
Più spesso erano donate piccole statue, fìttili o in bronzo, da cui deriva il
nome, a esse fornito dagli archeologi, di “bronzetti”. Presso i santuari delle
divinità salutari è comune trovare ex-voto anatomici (Fig. 5) che riproducono membra o parti di corpo umano, offerti in dono alle divinità nella speranza di ottenere la guarigione
dell’arto o dell’organo rappresentato o come ringraziamento per l’ottenuta guarigione (Dia 14). Alcuni di questi bronzetti, di provenienza sconosciuta, sono conservati nel Museo Archeologico di Firenze.
I tipi arcaici principali raffigurano guerrieri (Dia 15) (Fig. 6), donne velate offerenti (Dia 16)
(Fig. 7) e bòvidi (Dia 17) (Fig. 8), serie votive che evidentemente riassumevano in sé gruppi e funzioni modello della compagine sociale etrusco-arcaica. In particolare, i bronzetti della classe dei guerrieri
comprendono due serie di statuette maschili, quella dei guerrieri veri e propri che indossano un perizoma
rilevato in corrispondenza del sesso, e quella dei gladiatori, contraddistinti da un perizoma a fascia. La
diversità del costume corrisponde ad una differente datazione: il primo compare dal VII sec. a.C., il
secondo è ascrivibile al VI sec. a.C.
I guerrieri, in genere, hanno la mano sinistra sull’anca e la destra tiene una lancia o una patera,
ecc. nel gesto tipico dell’offerta, come viene rappresentato nel mondo etrusco.
I “gladiatori” possono raffigurare devoti nell’atto di presentare o dedicare le armi; le “velate”
recano nella mano destra un’offerta.
Le serie votive dei guerrieri, delle donne velate e degli animali in genere, esprimono simbolicamente l’immagine di una società nella quale l’attività bellica, quella cultuale, e quella agricola costituiscono gli aspetti principali dell’esistenza.
La classe sacerdotale
Il ruolo della classe sacerdotale comincia a definirsi più chiaramente nella città-stato etrusca a
partire dal VI sec. a.C.
Attributo distintivo del sacerdote era il lituo, un bastone di piccole dimensioni e ricurvo a un’estremità, del quale si ha testimonianza fin dalla prima metà del VI sec. a.C. Si tratta di un’insegna già
conosciuta dagli storici degli Annales: l’augure che accompagnò a Roma il re Numa Pompilio stringeva nella mano destra, secondo la descrizione che ne viene fatta, proprio questo “bastone” (Fig. 8).
Personaggi così raffigurati si trovano di frequente in Etruria a cominciare dalla fine del VI sec. a.C.,
riprodotti sia in bronzetti votivi che sulle stele funerarie (vedi a questo proposito il bronzetto -Dia 18-
proveniente da Isola di Fano presso Fossombrone -PS-, conservato al Museo Archeologico, Piano I,
Sala XIV, teca, inv.72725). Nelle lastre architettoniche della “dimora” di Murlo (SI) il lituo è un
attributo distintivo del capo-signore, che evidentemente era investito -oltre che del potere politicoanche di quello religioso.
Possiamo formulare l’ipotesi che questo nuovo “ceto sociale” (sacerdotale) sia venuto formandosi nelle città quando il potere del “re” cominciava a sgretolarsi, come diretta emanazione quindi della
classe aristocratica. Possiamo inoltre supporre che, col tempo, si sia costituita anche una gerarchia
all’interno del sacerdozio. Nel III sec. a.C. compare una serie di monete che recano, sul diritto, l’immagine di una testa di aruspice (netsvis) con berretto conico (tùtulus) e, sul rovescio, la scure e il
coltello, ossia gli strumenti sacrificali. I sacerdoti addetti al culto erano chiamati cepen (pron. chepen):
è probabile che fra di loro vi fosse una gerarchia dotata di cariche specifiche (spurana cepen: sacerdote pubblico). Come a Roma i sacerdoti erano depositari di varie forme di scienza, così presumibilmente
accadeva anche per quelli etruschi. Sappiamo infatti da Censorino, erudito latino del III sec. d.C., che
nei Libri rituali era contenuta anche una dottrina specifica per il computo del tempo (saecula) non solo
degli esseri viventi, ma anche degli stati: il massimo tempo concesso all’Etruria sarebbe stato di dieci
saecula. Il numero di anni compreso in un saeculum non era fisso, ma stabilito da prodigi spesso
astronomici. La ninfa Vegoia aveva profetizzato che nell’VIII secolo qualcuno, per avidità, avrebbe
cercato di aumentare i propri possedimenti; tale “secolo” sembrerebbe corrispondere agli inizi del I
sec. a.C.: i sacerdoti etruschi avrebbero dunque previsto la fine dell’Etruria con poco margine di errore!
La scienza divinatoria
Con il termine etrusca disciplina i Romani intendevano tutta la complessa dottrina che concerneva l’interpretazione della volontà divina. Il volere degli dèi si manifestava attraverso segni celesti,
prodigi che gli uomini dovevano cercare d’interpretare, anche al fine di trovare i rimedi che potessero
servire per allontanare gli effetti negativi di un presagio sfavorevole. La “comprensione” dei fenomeni
naturali deve aver conseguentemente portato anche all’osservazione della dinamica degli accadimenti,
ma gli Etruschi non elaborarono per questo una “scienza” razionale sullo studio di tali fenomeni: se ne
interessarono soltanto per interpretare il volere divino.
Frequente oggetto di osservazione era il cielo, la dimora degli dèi. Abbiamo già visto come si
ritenesse suddiviso lo spazio celeste e come risultasse importante determinare da quale parte giungessero i presagi (v. D 4). Si riteneva che le divinità manifestassero il loro volere scagliando fulmini (Fig.
9); secondo Seneca solo nove degli dèi potevano lanciare le folgori, ma Tinia poteva usufruirne di tre.
Il primo a venire lanciato, per avvertimento, era il fulmen praesagum; il secondo, quello ostentorium
(che impauriva), veniva scagliato dopo un consulto tra Tinia e le altre divinità; vi era infine quello
peremptorium, che aveva un effetto devastante. La folgore era il segno più importante attraverso il
quale gli dèi si manifestavano e i suoi effetti venivano considerati tenendo presente il luogo che era
colpito, il momento della caduta ecc. Una parte della scienza divinatoria era rivolta agl’insegnamenti
relativi ai riti espiatori. Il luogo in cui cadeva il fulmine veniva considerato infausto e da fuggire; sul
posto veniva eretta una “tomba” per il fulmine, nella quale venivano deposti gli oggetti che ne erano
stati colpiti. Tutto ciò che sappiamo di questa disciplina lo dobbiamo agli autori latini, che talvolta
risultano troppo concisi o contraddittori, anche perché molto probabilmente si era in presenza di credenze che si erano stratificate nel tempo e in cui risultava ormai difficile distinguere il nucleo originario dalle aggiunte successive.
Secondo gli Etruschi, la divisione del cielo aveva una corrispondenza precisa sulla terra: così,
tutta quest’ultima poteva riflettersi anche in uno
spazio minimo, come per es. nel fegato di un animale. Un famoso modellino in bronzo, scoperto a
Settimo vicino a Piacenza, riproduce il fegato di
un ovino (Dia 1) (Fig. 9). Quest’oggetto è legato
alla disciplina etrusca dell’epatoscopìa (Dia 19),
una scienza divinatoria peculiare del popolo etrusco, forse più ancora dell’ars fulguratòria (che troviamo anche presso gli Italici e i Romani).
Per la scienza antica il fegato era la sede più
importante del corpo umano, non solo da un punto
di vista fisiologico ma anche psicologico, in quanto lo si considerava la sede degli affetti. La parte
piatta in cui compaiono le emergenze della
cistifellea ecc. era ritenuta la più importante. Il Fegato di Piacenza rappresenta una specie di modello
didattico: la sua superficie, divisa in sedici “regioni” (quanti i settori del cielo), reca incisi i nomi delle
divinità più importanti e doveva servire ad apprendere dove ogni divinità domiciliata sul modellino
avesse la propria sede “in cielo”.
La consultazione dei visceri risultava piuttosto complessa: veniva scelto un animale da sacrificare, sano; se esso seguiva docilmente il sacerdote era sacrificato, altrimenti scartato. Una volta ucciso
l’animale, se ne considerava il fegato e lo si esaminava nelle dimensioni e nel colore. Come la volta
celeste era divisa in due parti da nord a sud, così anche l’organo dell’animale veniva idealmente
spartito nel lobo di destra favorevole e in quello di sinistra sfavorevole. Il luogo di osservazione di un
presagio, in cui si ponevano il sacerdote e il consultante, costituiva il templum, punto essenziale di
riferimento. Colui che compiva l’operazione di lettura del fegato oppure osservava i presagi doveva
mettersi idealmente al centro dell’incrocio delle due rette perpendicolari che dividevano i settori della
volta celeste, con le spalle rivolte a nord (in modo da avere alla propria destra i presagi sfavorevoli).
Un altro campo interpretativo dei segni naturali era riservato all’osservazione, e poi quindi al
reperimento, di spiegazioni di tutto ciò che poteva accadere in natura. I sacerdoti dovevano interpretare il segno anomalo (un prodigio innaturale, un’anomalia fisica di un animale, oppure semplicemente
il volo degli uccelli) e dare poi una risposta riguardo al modo d’espiazione (giacché si riteneva che,
evidentemente, qualcosa dell’ordine “naturale” fosse stato, in qualche modo, trasgredito).
A Roma, nel I sec. a.C., tutta la scienza divinatoria era denominata aruspicìna; questo termine, in
origine, dovette essere usato solo per l’interpretazione dei visceri degli animali sacrificati. Sappiamo
che gli aruspici del I sec. a.C. erano organizzati in un collegio sacerdotale, forse voluto dallo stesso
Senato romano già dal IV sec. a.C. Ciò serviva per dare continuità a un sapere che si trasmetteva di
padre in figlio. Nelle singole città dell’Etruria, ai fanciulli di nascita aristocratica, era impartito questo
insegnamento atto a permettere loro un successivo accesso all’ “ordo dei sessanta arùspici”.

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