I GRECI A BANCHETTO
E LE REGOLE DEL SIMPOSIO
SUI VASI DEL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE
DI FIRENZE
Il termine simpòsio deriva da sýn, “con”, e pìno, “bere”: in occasione di un simposio alcune persone si riuniscono per bere insieme, chiacchierare di politica o
letteratura, oppure di questioni personali, per fare musica e per declamare versi
famosi o improvvisati, per incontrare l’amore o rimpiangere chi si è allontanato.
È comprensibile, quindi, che di un’occasione dalle tante implicazioni sociali noi
abbiamo molte testimonianze, letterarie e soprattutto artistiche: nel simposio si
usano i vasi di varie dimensioni e funzioni e questi vasi riproducono sulla loro
superficie proprio le scene di cui sono spettatori e comprimari. Non solo, i vasi
rendono spesso omaggio a chi ha reso possibile il simposio: Diòniso, il dio che
ha donato all’uomo il vino.
Il rito del simposio
Nella maggior parte dei casi il simposio è evocato da due o più personaggi semisdraiati su un letto (la klìne) con in mano una coppa, mentre la veste lascia il torso scoperto, di solito si tratta di uomini accompagnati da donne, che in qualche
caso sono anche musiciste. Questa scena tipica è solo un piccolo particolare di un
quadro ben più ampio, per capire il quale è opportuno conoscere bene i vari passaggi della preparazione di un simposio.
I Greci mangiavano tre volte al giorno, pasti piuttosto frugali a base di legumi e
cereali e, per chi poteva permetterselo, piatti di carne. In occasioni particolari era
piacevole invitare amici e conoscenti per un pasto serale che si consumava in
ampie sale (si utilizzava l’andròn, la sala degli uomini), che solo a partire dal VII
sec. a.C. accolgono i convitati su letti dai morbidi cuscini, in seguito a un uso
importato dall’Oriente (su un rilievo del palazzo assiro di Assurbanipal è la più
antica raffigurazione di banchettanti semisdraiati). L’arredamento poteva variare
a seconda della ricchezza del padrone di casa; certo non mancavano torce e candelabri e incensieri (per creare un’atmosfera gradevole e attenuare l’odore della
carne alla brace), anfore colme di vino, hydrìai che contenevano acqua, bassi tavolini (tràpezai).
Una volta finito di mangiare, gli inservienti sgomberavano la sala dagli avanzi e
preparavano tavolini con piatti di dolci a base di miele, oppure pistacchi e noci, il
cratere faceva il suo ingresso al centro della sala e qui, oppure in un dìnos o a
volte in uno stàmnos, era preparato il vino. Veniva eletto a dadi un simposiarca,
cioè un “capo del simposio”, il quale aveva il compito di decidere la proporzione
di acqua e vino da mescere agli ospiti, la quantità di vino da servire o il tipo di
brindisi, a volte anche i giochi, in generale le regole che permettevano a tutti di
divertirsi senza trascendere. Il vino era bevuto annacquato, perché schietto sarebbe stato troppo forte e avrebbe dato facilmente alla testa, rovinando l’atmosfera
gioiosa; a seconda del tipo di uva era opportuno aggiungere del miele oppure altre spezie, spesso anche del formaggio (in alcuni corredi da banchetto sono state
trovate grattugie di bronzo).
Una volta preparata la bevanda si rendeva omaggio agli dèi: il simposio era un
rito a tutti gli effetti poiché il vino era un dono di Dioniso e il dio aveva dato agli
uomini anche le indicazioni per poterlo bere senza averne danno; tuttavia era pur
sempre una bevanda pericolosa che rischiava di rompere gli equilibri del buon
vivere sociale e per questo era necessaria la protezione degli dei. La prima kýlix
era riempita con poche gocce di vino schietto da offrire a Dioniso, la coppa era
fatta passare in senso orario a tutti i partecipanti e ciascuno ne sorbiva solo un
sorso e poi libava lasciando cadere delle gocce a terra; quindi si dedicavano altre
kýlikes a Zeus padre, una agli eroi e una a Zeus Sotèr (salvatore) e si concludeva
con un canto (“peana”) di buon auspicio.
La sala aveva una struttura particolare: la porta era decentrata per ospitare tutti i
letti, e quello all’estrema destra dell’entrata era destinato al padrone di casa; le
klìnai erano disposte in modo che i convitati fossero a stretto contatto, con le testate che si toccavano quasi a formare un circolo, così che da qualsiasi punto era
possibile vedere e ascoltare gli altri. Generalmente in coppia, i simposiasti si incoronavano con ghirlande di edera, rosa, mirto o menta, alcune lunghe ghirlande
erano appese alla parete accanto a ceste o strumenti musicali e con altre si incoronavano anche i crateri.
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Gli strumenti del simposio
Il cratere (nome greco che deriva dal verbo kerànnymi, “mescolare”), il dìnos o
lo stàmnos sono i vasi di grandi dimensioni che servono per mescere il vino annacquato. In SALA 13 è esposto sul proprio sostegno un dìnos attico a figure nere (inv. 3785), datato al secondo quarto del VI sec. a.C.; è interessante notare la
raffigurazione di una ghirlanda di edera, altra pianta sacra a Diòniso, che corre
tutto intorno all’orlo del vaso e che, secondo alcuni studiosi, indicherebbe l’uso
di porre ghirlande di foglie o fiori anche attorno ai contenitori di vino nel simposio. I servi attingono con kýathoi o kýketra (ramaioli) oppure con oinochòai e òlpai, con le quali mescono il vino ai convitati che hanno in mano larghe coppe
(kýlikes) oppure skýphoi. L’acqua aveva un’importanza fondamentale per il corretto svolgimento del simposio: era conservata in hydrìai o in kàlpides. Le anfore
erano spesso presenti all’interno della sala e in esse era contenuto il vino che sarebbe stato diluito nel cratere.
L’uso di decorare i vasi potòri con scene di simposio si può dunque facilmente
comprendere: la funzione e la decorazione spesso si sovrappongono, per cui è
importante analizzare gli episodi via via raffigurati facendo attenzione alla forma
del vaso per capirli.
Un protagonista insostituibile
“La voce prende coraggio vicino al cratere”, Pindaro, Nemea IX, 49
Il vaso principale in una sala in cui è in
corso un simposio è sicuramente quello
che contiene il vino da mescere e gli artisti
scelgono spesso di raffigurare riunioni di
convitati attorno al vaso collettivo: il cratere è il punto di partenza per la distribuzione e la circolazione del vino, esso unisce il simposio al kòmos, quando il bere si
concretizza in una gioiosa sfrenatezza.
Il cratere può essere di materiale pregiato (uno dei più noti è l’esemplare di
bronzo ritrovato in una tomba di Dervèni
presso Salonicco, attuale capoluogo della Macedonia greca) oppure in ceramica;
la decorazione sfrutta l’ampia superficie e crea opere di grande suggestione. Nella SALA 11 del II piano del Museo Archeologico troviamo i due crateri più illustri delle Antiche Collezioni e con essi cominciamo un percorso che, attraverso
il materiale esposto, ci introdurrà nel simposio perfetto.
Il cratere a colonnette tardo-corinzio (inv. 4198) datato tra il 575 e il 500 a.C. raffigura ben quattro klìnai con un uomo e una donna distesi su ciascun letto: si tratta di una decorazione a figure nere con un uso del colore bianco per indicare nonsolo alcuni mobili e vesti ma soprattutto l’incarnato dei personaggi femminili,
una consuetudine dell’età arcaica; altri tocchi di vernice paonazza distinguono
cuscini e mantelli. Dietro ai convitati “galleggiano” sullo sfondo tre lire: si tratta
del codice iconografico usato per indicare che la scena si svolge in un luogo
chiuso e gli oggetti sono da intendere come
appesi alla parete.
Siamo dunque in una sala da simposio e,
considerando che il cratere è collocato al
centro della sala, possiamo leggere la scena sul vaso come un riflesso di ciò che accade intorno: uomini e donne impegnati a
bere e conversare.
Le donne del simposio greco sono etère,
giovani ingaggiate per allietare i convitati
concedendosi a loro ma anche intrattenendoli con danze o canzoni, a volte suonando per loro (ma la professione di musicista o di danzatrice e acrobata spesso si
confonde con quella dell’etèra). In una
comunità in cui la moglie è confinata in
casa, spesso lasciata senza istruzione, destinata a organizzare il buon andamento
economico della famiglia e ad allevare le figlie e i bambini piccoli, l’etèra è una
donna che – nonostante un lavoro che la società condanna come non eticamente
accettabile – è istruita nella letteratura e nella musica, è in grado di confrontarsi
con l’uomo anche in campo politico: rimangono nella storia nomi famosi come la
compagna di Pèricle Aspàsia (per la quale, tuttavia, non è chiaro se fosse una
semplice etèra) oppure Frine, compagna e musa di Policléto. Donne emancipate,
dunque, che nel simposio si guadagnano gli apprezzamenti dei convitati, suscitando spesso amori impossibili.
Nella stessa SALA 11 vediamo la kýlix (inv. 91167) datata 580 – 570 a.C., opera
del Pittore di Falmouth e detta “dei comasti”. Una scena dipinta a figure nere
presenta tre personaggi in atto di ballare: uno di loro ha in mano un corno potorio, utilizzato per il vino e spesso in mano a Diòniso come vaso “rituale” (questo
particolare chiarisce che si tratta di un kòmos).
Il kòmos è il momento in cui, quando già più di un cratere è stato vuotato nelle
coppe dei simposiasti, si crea una sorta di corteo che danza e canta attorno al cratere: a volte i comasti creano scompiglio non solo nella casa che li ospita ma anche fuori, per strada, dove si lanciano spesso alla ricerca della casa dell’amato o
dell’amata, sperando di trarre dal vino il coraggio necessario per riconquistarli.
Il Cratere François (inv. 4209) campeggia al centro della SALA 11: l’opera del
vasaio Ergòtimos e del pittore Kleitìas (datata intorno al 570 a.C.) può essere
ammirata solo girando intorno alla sua circonferenza e seguendo le tante storie
raffigurate sulla superficie. Le didascalie, scelte opportunamente dall’artista per indicare non solo i personaggi ma anche alcuni oggetti, chiariscono gli episodi
mitici selezionati per decorare questo vaso da simposio.
Le decorazioni del cratere si articolano tutte su due lati, tranne quella
centrale e le scene del piede: le
nozze di Pelèo e Tèti, infatti, con il
corteo di divinità che giunge a rendere omaggio ai due sposi, sono
ritratte su una fascia che abbraccia
il punto di maggior espansione del
vaso, mentre Pigmèi e Gru si rincorrono tutt’intorno al piede. Il vaso stesso, in quanto cratere, è immerso nella realtà del simposio e, in
quanto simbolo in se stesso, è scelto per viaggiare dalla Grecia all’Etruria e infine per accompagnare l’illustre proprietario nella tomba. Tuttavia le scene che riguardano più direttamente il tema del simposio sono tre: la figura di Diòniso in
visita a Pelèo e Tèti, la scena del rientro di Efèsto sull’Olimpo (sul lato B del vaso, sotto il fregio con le nozze divine) e infine la lotta fra Centauri e Lapìti (sul
lato B al di sotto della decorazione dell’orlo).
Lo sguardo di Diòniso
Il dio del vino, figlio di Zeus e
della mortale Semèle, non è quasi
mai raffigurato in qualità di simposiasta (ma vedi l’òlpe inv. 3816
e l’ànfora inv. 3812, ambedue in
SALA 13); per lo più lo troviamo
in compagnia di satiri e mènadi, il
suo corteggio fatto di personaggi
semiferini o di donne dall’atteggiamento sfrenato. In SALA 13
troviamo su di un’anfora (inv.
3826) a figure nere la scena più
tipica del dio tra i satiri. Un kàntharos o un corno potorio sono i suoi attributi più diffusi, la veste lunga, la barba e
spesso una corona di edera completano il personaggio che dona il vino agli uomini e ne regola la coltivazione e la lavorazione. È Diòniso, in una commedia di
Eubùlo, a dettare le norme del giusto bere, consigliando il numero di crateri da
vuotare durante il simposio.
Diòniso è anche tra i pochi personaggi a essere raffigurati con il volto di prospetto. Il fatto di abbandonare la più consueta raffigurazione di profilo indica una volontà precisa: lo sguardo di Diòniso è quasi ipnotico, il dio del vino si identifica
con il liquido scuro ed entra nel profondo dell’animo di chi lo “assaggia”. Il ritratto di prospetto è legato a quelle divinità che più di altre portano all’invasamento e alla perdita di controllo (altri rari esempi sono alcune Ninfe o Muse). Sul
vaso François Diòniso partecipa ai festeggiamenti delle nozze con un dono che
trasporta sulle spalle, è un’anfora vinaria naturalmente e, piegato sotto il peso del
suo regalo, il dio si volta verso di noi e il suo volto perde un poco di quella bellezza ideale olimpica, caricandosi di una leggera inquietudine con gli occhi sbarrati sulla lunga barba.
Su un’anfora frammentaria esposta in SALA 13 (inv. 141802) l’effetto ipnotico
dello sguardo di Diòniso è ancora più evidente: l’anfora a collo distinto, datata
alla fine del VI sec. a.C., fa parte di una produzione caratteristica degli ultimi anni della tecnica a figure nere; si tratta infatti di un’anfora “a occhioni” (nella stessa SALA troviamo alcune kýlikes con la decorazione incorniciata da due grandi
occhi). In questo caso, perciò, la maschera dionisiaca risulta quasi duplicata nei
due occhi che la accompagnano e lo sguardo moltiplicato crea ancora di più quel
senso di straniamento che gli antichi greci associavano al vino e al dio che lo
aveva inventato.
Gli occhi della Gòrgone
La decorazione “a occhioni” ci introduce in un altro aspetto del simposio, scaramantico ma importante. Nel portare la kýlix alle labbra il simposiasta distoglie lo
sguardo dagli altri convitati e per qualche momento è esposto agli eventuali attacchi di chi lo circonda: il gesto di bere, tuttavia, fa sì che gli occhi dipinti sull’esterno della coppa “controllino”
chi gli sta davanti, creando una
sorta di maschera apotropaica che
allontana i pericoli di un tradimento.
Alcuni studiosi hanno stabilito una
relazione molto stretta tra gli occhi
sbarrati delle coppe e alcune immagini della gorgone Medusa: lo
sguardo del mostro ucciso da
Persèo ha il potere di pietrificare e
la testa tagliata, con gli occhi sbarrati e la lingua che pende tra le zanne, diventa l’emblema che la stessa
Athena si appunta sulla sua egida.
Lo sguardo può pietrificare il nemico o allontanare il malintenzionato, lo stesso
motivo spinge alcuni ceramografi a decorare l’interno delle kýlikes con un Gorgòneion (il volto di Medusa). Un esempio caratteristico è nell’interno della kýlix
“a occhioni” in SALA 13 (Inv. 3895): chi beve dalla coppa trova sul fondo del vino, che gli sta dando piacere, un simbolo che lo trattiene dal superare i limiti. Il
volto della Gòrgone è un monito che dissuade dal lasciarsi andare al bere sfrenato
che può scatenare liti furibonde: in effetti una delle versioni del mito racconta
che il mostro si presentava ad atterrire il re Polidètte nel bel mezzo dei suoi banchetti.
L’inganno del dio
La scena del ritorno di Efèsto sull’Olimpo riprodotta sul cratere François e su una
kýlix in SALA 13 (inv. 3900) è il momento conclusivo di un curioso episodio
mitico: la madre degli dèi, Hera, in un accesso di rabbia per la bruttezza del figlio
Efèsto, scaglia il bimbo giù dall’Olimpo e il piccolo cade in acqua e viene allevato dalle ninfe figlie di Oceano. Una volta cresciuto, apprese le arti della metallurgia, Efèsto fa trovare alla madre un trono d’oro e Hera si siede ignara del tranello
in agguato; il trono infatti possiede degli invisibili lacci impossibili da sciogliere
e Hera rimane prigioniera senza potersi più muovere. Efèsto non intende liberare
la madre che lo ha rifiutato e reso zoppo, ma Diòniso interviene e cerca di convincerlo dandogli del dolce vino che a poco a poco lo inebria rendendolo più
malleabile: la scena ritratta sui vasi è l’esito positivo della vicenda, quando Efèsto si lascia convincere e rientra nell’Olimpo a cavallo di un asino – animale particolarmente legato a Diòniso – in mezzo a un corteo di satiri fra urla e risate. Hera accoglie il figlio nuovamente
nella famiglia divina e così, da ingannatore, Efèsto risulta ingannato
e piegato dal dono di Diòniso.
Sul cratere François è evidente il corteggio di satiri in preda al
vino. Sulla kýlix , datata 530-520
a.C., al lato A con il ritorno di Efèsto corrisponde un lato B con satiri
vendemmianti: il vino dona piacere, ma il potere di Diòniso e della
sua bevanda può essere pericolosamente fuorviante.
Le norme del simposio e i pericoli del vino
La lotta tra Centauri e Lapìti alle nozze di Ippodamìa e Pirìtoo è un episodio direttamente legato all’uso di bere con moderazione il vino annacquato: il mito
racconta che i Centauri, esseri semiferini per metà uomini e per metà cavalli, abituati a vivere fra le montagne e a nutrirsi di animali selvatici e latte di capra, invitati al banchetto di nozze del lapita Pirìtoo assaggiano il vino. Essendo selvaggi e
non civilizzati essi non conoscono le regole di Dioniso, non sanno che il vino
non va bevuto puro e il passaggio dal latte di capra è troppo brusco per loro; si ubriacano velocemente e aggrediscono le donne
dei Lapìti: ne scaturisce uno scontro feroce che si
risolve a favore di Pirìtoo e dei suoi compagni,
fra i quali è l’amico Tesèo.
Fra i vasi del Museo Archeologico questa scena
si ripete non solo sul vaso François, ma anche su
un cratere a figure rosse in SALA 14 (Inv.
3997): eponimo del Pittore di Firenze, il vaso è
datato 470- 460 a.C. e raffigura un momento di
lotta concitata. L’inciviltà dei Centauri, già evidente nell’ubriachezza aggressiva e sfrenata, è
sottolineata dal tipo di combattimento che ingaggiano contro i Lapìti; i Centauri infatti utilizzano
tavoli e vasi oppure grossi massi, armi non convenzionali e anzi, in qualche caso, gli strumenti
stessi del banchetto che vengono snaturati da chi
– lontano dalla civiltà – non ne comprende il
senso.
Il cattivo rapporto dei Centauri con il vino è ribadito in un episodio della saga di Eracle raffigurato
su un’anfora a figure nere (Inv. 3812) in SALA
13: Eracle, diretto in Acàia (regione del Peloponnèso) verso il monte Erimànto alla ricerca del
cinghiale da abbattere, giunge nella caverna di
Phòlos, un centauro che, pur vivendo tra le montagne e nutrendosi di selvaggina, ha compreso il
potere devastante del vino e ne tiene un pìthos nascosto e coperto nello suo antro. Eracle vorrebbe
essere accolto da ospite e attingere al vino del padrone di casa, ma il centauro è restio, non vuole
rischiare di attirare i suoi compagni più selvatici.
Alla fine cede: la scena che vediamo colloca in
un’ambientazione agreste i due convitati che utilizzano un kàntharos e un corno potorio, come in
una tipica sala da banchetto; il coperchio del pìthos è già tolto ma un quadro così piacevole prelude alla tragedia inevitabile.
L’episodio mitico si conclude infatti con l’arrivo dei Centauri inebriati e resi folli
dall’odore del vino, Eracle ingaggia uno scontro in cui ha la meglio ma a scapito
dello stesso Phòlos, coinvolto suo malgrado nella furia dell’eroe.

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