IL BANCHETTO IN ETRURIA
Il banchetto come momento socialmente importante nella comunità è un’usanza che gli Etruschi
derivano nelle sue caratteristiche principali dal mondo greco.
Possediamo numerose raffigurazioni antiche di scene di banchetto; tuttavia, nella maggior parte
dei casi, si tratta di contesti legati al mondo funerario, dalle pareti affrescate di tombe, come a Tarquinia,
ai bassorilievi dei segnacoli funerari (stele e cippi) o delle urne cinerarie.
Gli studiosi, riguardo al significato di tali raffigurazioni, hanno avanzato varie ipotesi che possono riassumersi in quattro teorie fondamentali:
I – Il banchetto raffigurato sarebbe la rievocazione delle cerimonie funebri
tenute in onore del defunto.
II – Il banchetto sarebbe l’immagine della vita dei beati nell’aldilà.
III – Il banchetto sarebbe il ricordo della vita terrena vissuta.
IV – Il banchetto avrebbe la funzione di rallegrare il defunto durante la vita
vissuta da quest’ultimo nell’aldilà, cioè nella propria tomba.
Probabilmente nessuna di queste ipotesi, presa singolarmente, può essere
accettata in toto, ma ognuna contiene una parte di verità. Alcuni studiosi
(S. de Marinis) interpretano le scene di convivio come rievocazione del
reale banchetto che doveva essere consumato, nel giorno dei funerali e
probabilmente in ricorrenze fisse, in onore del defunto, presso o all’interno
della tomba medesima. Per alcune raffigurazioni di banchetti, come quelle
della Tomba “della Caccia e Pesca” a Tarquinia (Dia 30), non si devono
ricercare significati particolari, ma visti i contesti delle pitture in un ambito di vita quotidiano, queste
scene vanno interpretate come strettamente legate alla vita di ogni giorno. La seconda ipotesi, evidenziata
da alcuni studiosi, non risulta valida per i monumenti funebri del VI-V secc. a.C. Infatti, nelle tombe
di questo periodo non vi sono elementi che indichino che l’azione si svolge nell’aldilà. Più tardi, per
rappresentare il banchetto negli Inferi, troviamo raffigurate le divinità stesse, come Ade e Persefone
della Tomba Golini I di Orvieto (TR) (Fig. 2 del percorso d’approfondimento D 2-2). Spesso, accanto alla stanza funeraria, nei sepolcri antichi si trovano
una “sala da pranzo” e persino una “cucina”. Gli scavi archeologici hanno talvolta rivelato l’esistenza di
letti da banchetto (klìnai) tutt’intorno alla tavola su
cui venivano a celebrare i parenti del defunto. L’antichità di questi usi funerari è attestata dal fatto che,
talvolta, attorno alla tavola funebre si trovano sedie (e
non letti), eredità di epoche in cui non si mangiava
ancora sdraiati.
Dai dati archeologici è infatti evidente che il banchetto etrusco subì un’evoluzione nel corso del tempo. Se esaminiamo il cinerario di Montescudaio (PI) (Museo Archeologico – Topografico, sala di Pisa), del VII
secolo a.C. (Dia 31), vediamo, realizzata plasticamente sul coperchio dell’ossuario, una piccola tavola
rotonda apparecchiata (Fig.1) alla quale sta seduto in trono (lo schienale di questo è perduto) un uomo;
accanto a lui è riprodotta una piccola figura femminile, probabilmente una serva. Il grande vaso che si
trova di fronte al gruppo, simile al cratère greco, serviva per mescolare l’acqua con il vino nel corso del
banchetto (D 2-2).
Questo tipo di banchetto è molto diverso da quello che appare raffigurato nel corso del VI e del V
secolo, per esempio sulla cassa di un’urna proveniente da Chiusi (sala X, inv. 5501; Fig. 2; Dia 32)
oppure sulla base cilindrica di un cippo funerario proveniente dal medesimo territorio (Fig. 3; Dia 33).
I convitati sono distesi sulle klìnai; davanti a loro compaiono le tavole su cui sono disposte le vivande
e i servitori pronti ad accudirli. Vi sono anche suonatori che allietano i commensali, i cani pronti a
raccogliere gli avanzi della mensa e alcune decorazioni vegetali per la sala: ramoscelli e ghirlande.
Quest’ultime – simbolo funerario – appese alle pareti della sala e tenute in mano da qualche commensale
(cfr. inv. 5501) oppure portate agli invitati dai servitori (cfr. inv. 86508), fanno pensare piuttosto a un
immaginario banchetto avvenuto nell’oltretomba che a uno reale. Possiamo presupporre, ovviamente,
che anche i conviti terreni non fossero molto diversi da quelli attribuiti all’aldilà.
L’evoluzione nella tipologia del banchetto qui denotata è dovuta al successivo influsso grecoorientale, giunto in Etruria a partire dalla metà del VI secolo a.C. Da questo momento in poi si perde
l’originario carattere famigliare evidenziato dal cinerario di Montescudaio (PI). I banchettanti, in seguito, risulteranno distesi sulle klìnai a coppia, appoggiati col gomito sinistro su di un cuscino, in
un’ambientazione vivacizzata dalla raffigurazione di animali: non solo il cane, come in Grecia, ma
anche oche, anatre ecc. Flautisti e danzatori fanno parte integrante del banchetto, come nella tradizione greca (cfr. inv. 5501; Figg. 2, 3).
Come si è già detto, gli scrittori antichi spesso esagerarono riferendo dei “licenziosi” costumi
etruschi. Posidònio di Apamea, filosofo e scienziato greco del II-I secc. a.C., evidenzia che gli Etruschi mangiavano due volte al giorno, un vero lusso per un greco (dal momento che in Grecia il pranzo
di metà giornata era frugale). Evidentemente, Posidonio generalizza questo discorso a tutta la società
etrusca, mentre probabilmente esso era valido solo per i ceti più abbienti, che potevano ostentare così
la loro ricchezza. Il coperchio di sarcofago tradizionalmente denominato “dell’obeso” (Dia 34) è
diventato il simbolo dell’obesus etruscus di cui scrivono Virgilio (Georgiche, II, 193) e Catullo (39,
11) ma, certo, gli aristocratici etruschi non dovevano risultare tutti così e il nostro coperchio andrà
piuttosto considerato un “ritratto tipologico”, vòlto a compiacere aspettative di “status”. Un altro aspetto
peculiare del banchetto etrusco che scandalizzò letteralmente gli scrittori greci è la presenza della
donna di condizione sociale libera fra i convitati, spesso al fianco del consorte. In Grecia, infatti, le
uniche donne che partecipavano a queste manifestazioni erano etère o schiave, mai le legittime spose
degli invitati.
Durante il banchetto, inoltre, non mancavano i giochi, tra i quali erano particolarmente popolari
quello dei dadi e quello del kòttabos, quest’ultimo arrivato dalla Sicilia e assai in voga nel IV secolo
a.C.

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