Il Sarcofago delle Amazzoni: l’incontro tra due civiltà
Riflessi della ‘Grande Pittura’
Il Sarcofago delle Amazzoni costituisce uno dei reperti più adatti a verificare lo sviluppo della ‘Grande Pittura’ all’inizio dell’Ellenismo (334-331 a.C.). Com’è noto, infatti, scomparse le opere pittoriche antiche di maggior impegno e dimensioni, gli studiosi si servono dei superstiti reperti dipinti per ricostruire lo sviluppo della pittura antica. Sotto questo riguardo, le dimensioni e la qualità fanno del Sarcofago delle Amazzoni uno dei più importanti reperti antichi giacché permettono di affrontare gran parte dei problemi che concernevano la ‘Grande Pittura’ contemporanea.
Si notino, a questo proposito:
1) le conquiste coloristiche e chiaroscurali;
2) il trattamento dello spazio;
3) la resa psicologica dei volti.
1) Se per la maggior parte delle figure del sarcofago il chiaroscuro è ancora disegnativo (tratteggiato cioè in tinta neutra o sui toni di uno stesso colore), nei fregi che incorniciano le figurazioni si ricorre già a un embrionale chiaroscuro di impasto cromatico, che li stacca dal fondo, facendoli sembrare in rilievo. Di concerto, la policromia delle anassìridi e l’irreale tinta dei cavalli non solo mostrano un superamento del tetracromismo tradizionale, ma preannunziano già l’adozione del “lume”. Quest’ultimo, nel sarcofago di Firenze, è preconizzato in modo particolare dal diverso effetto che la luce ha sul metallo degli scudi rispetto a quello che produce nell’opacità degli incarnati. Esperimenti coloristici erano già stati fatti da Parrasio (attivo tra il 440 e il 385 a.C. circa) e vennero approfonditi da Apelle (fiorito intorno al 330 a.C.). La teorizzazione del nuovo cromatismo viene tuttavia ascritta ad Euphrànor dell’Istmo, un pittore della II Generazione di pittori ‘tebano-attici’, morto intorno al 330 a.C., che scrisse appunto un intero trattato sui colori, senza dubbio vòlto principalmente a superare il chiaroscuro monòcromo mediante l’impasto cromatico e forse il “lume”. Quest’ultimo verrà pienamente raggiunto nella ‘Battaglia di Isso’ ad opera di un pittore della IV Generazione ‘tebano-attica’, Philòxenos (Filosseno) di Eretria, la cui opera è riflessa nel celebre ‘mosaico di Alessandro’ conservato al Museo Nazionale di Napoli. Un contemporaneo di Philòxenos, pure ‘tebano-attico’, Nikìas, dipinse su marmo, secondo tecniche già propagatesi in Italia, come mostra implicitamente il Sarcofago delle Amazzoni. Le nuove sfumature, la viva illuminazione delle parti prominenti, gli scorci arditi e l’ampio uso delle cosiddette “ombre portate” (proiettate, cioè, da membra od oggetti rappresentati in figurazione; si veda soprattutto il terzo cavallo della quadriga) conferiscono all’insieme un notevole senso volumetrico e una nuova impressione di rilievo, che ci riportano al trattamento dello spazio. La presenza dell’ombra portata non è ancora un mezzo pittorico usato per creare spazio circostante (come diverrà nel secolo successivo); serve tuttavia per fornire profondità interna ai gruppi di figure, come si nota nella “Battaglia di Isso” di qualche decennio dopo.
2) Lo spazio, considerato da alcuni studiosi il campo in cui avvennero i maggiori mutamenti nella pittura del IV sec. a.C., di primo acchito non sembra riservare grandi novità. Si noti, a questo proposito, la disposizione dei gruppi sui lati lunghi del sarcofago, coi combattenti situati in modo paratattico e senza indicazione di spazio, secondo moduli ‘prepolignotei’. Anche i “cassettoni” che incorniciano in basso le scene figurate, pur visti di scorcio, si rifanno a moduli in uso da quasi un secolo. Ciononostante, i lati corti riservano delle sorprese, specie quello verso le porte: anzitutto, la base, vista in prospettiva, suggerisce immediatamente una composizione prospettica: “il guerriero greco si trova infatti proiettato in avanti grazie agli scorci del braccio e della gamba, e costituisce come la bisettrice di un angolo i cui lati sono definiti dalle due Amazzoni: i piani obliqui, formati dal movimento delle gambe e dei corpi, si tagliano in effetti dietro il ferito. L’unità del gruppo è messa ancor più in rilievo dal corpo scuro del Greco, che si oppone al biancore delle Amazzoni, e dall’espressione tormentata del suo viso e dei suoi occhi che attraggono lo sguardo” (J. Charbonneaux; R. Martin; F. Villard, La Grecia Ellenistica, Milano 1978, pg. 109). Quest’ultima considerazione ci riporta al terzo punto del nostro discorso.
3) In effetti, già i primi ceramografi attici a figure rosse (530-500 a.C. circa) rappresentano talvolta grandi turbamenti dell’espressione umana (ad es., il dolore fisico in Euphrònios, su un famoso cratere del Louvre – inv.n. G103). Più tardi, si delineano la fisionomia psicologica dei personaggi, sino a creare “tipi fissi” di figure rappresentate. Solo con il periodo ellenistico, però, si generalizza la resa psicologica, come si può cogliere, ad es., nelle teste fìttili di influsso ellenistico conservate nel Museo di Firenze. In particolare si osservi che Plinio il Vecchio attribuisce lo sviluppo dello studio psicologico ai pittori della Quarta Generazione tebano-attica. Di Aristèides (II) scrive, ad esempio, che “primo fra tutti, dipinse l’anima ed espresse gli affetti umani, tanto bene le tendenze monali quanto le passioni” (Nat.Hist. 35,98). Il carattere patetico del mito di Pentesilea (Achille si innamora della regina delle Amazzoni quando le ha già vibrato il colpo fatale) rese l’episodio particolarmente popolare e specialmente adatto ad una resa psicologica dei particolari fisionomici.
BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO
A. KLÜGMANN, Sarcofago dipinto di Corneto, Annali dell’Instituto 45, 1873, pp. 239-251.
R. BIANCHI BANDINELLI, Il problema della pittura antica, Firenze 1953, p. 93; 121 (si vedano, anche, pp. 91-92).
G.M.A. RICHTER, Attic Red-Figured Vases, New Haven 1958, pp.139-140 e note 8-9; 196.
G. CAMPOREALE, L’Amazzonomachia in Etruria, in Studi Etruschi 27, 1959, p. 117s.
P. BOCCI, Il Sarcofago tarquiniese delle Amazzoni al Museo Archeologico di Firenze, in Studi Etruschi 28, 1960, pp.109-125 e tavv I-V.
M. CASCIOTTA, Dizionario di tecnici artistici, Firenze 1967.
M. CRISTOFANI, Ricerche sulle pitture della tomba François di Vulci, Dialoghi di Archeologia I, 1967, pp. 186-219,in particolare p. 191 e figg. 18 e 27.
R. BIANCHI BANDINELLI; A. GIULIANO, Etruschi e Italici prima del dominio di Roma, Milano 1973, pgg. 268-270 (si veda, anche, pp. 256-260).
R. BIANCHI BANDINELLI; M. TORELLI, L’arte dell’antichità classica – 2 Etruria Roma, Torino 1976, fig. 153.
J. CHARBONNEAUX; R. MARTIN; F. VILLARD, La Grecia ellenistica, Milano 1978, pp.106-109.
AA.VV., La civiltà degli Etruschi (Cat. della Mostra, Firenze 1985), Milano 1985, pp. 320-322 e tav. a p. 318 (a cura di Luca Fedeli).
A. BOTTINI – E. SETARI, Il Sarcofago delle Amazzoni, Electa 2007.
Commenti
Lascia un commento:


