Bevi con me, suona con me, porta con me la corona; quando sono pazzo, siilo anche tu con me e quando son savio sii savio anche tu
Ateneo, “Sofisti a banchetto”, XV 695 d

Il termine simpòsio deriva da sýn, “con”, e pìno, “bere”: in occasione di un simposio alcune persone si riuniscono per bere insieme, chiacchierare di politica o letteratura, oppure di questioni personali, per fare musica e per declamare versi famosi o improvvisati, per incontrare l’amore o rimpiangere chi si è allontanato.
È comprensibile, quindi, che di un’occasione dalle tante implicazioni sociali noi abbiamo molte testimonianze, letterarie e soprattutto artistiche: nel simposio si usano i vasi di varie dimensioni e funzioni e questi vasi riproducono sulla loro superficie proprio le scene di cui sono spettatori e comprimari. Non solo, i vasi rendono spesso omaggio a chi ha reso possibile il simposio: Diòniso, il dio che ha donato all’uomo il vino.

Il rito del simposio
Nella maggior parte dei casi il simposio è evocato da due o più personaggi semisdraiati su un letto (la klìne) con in mano una coppa, mentre la veste lascia il torso scoperto, di solito si tratta di uomini accompagnati da donne, che in qualche caso sono anche musiciste. Questa scena tipica è solo un piccolo particolare di un quadro ben più ampio, per capire il quale è opportuno conoscere bene i vari passaggi della preparazione di un simposio.
I Greci mangiavano tre volte al giorno, pasti piuttosto frugali a base di legumi e cereali e, per chi poteva permetterselo, piatti di carne. In occasioni particolari era piacevole invitare amici e conoscenti per un pasto serale che si consumava in ampie sale (si utilizzava l’andròn, la sala degli uomini), che solo a partire dal VII sec. a.C. accolgono i convitati su letti dai morbidi cuscini, in seguito a un uso importato dall’Oriente (su un rilievo del palazzo assiro di Assurbanipal è la più antica raffigurazione di banchettanti semisdraiati). L’arredamento poteva variare a seconda della ricchezza del padrone di casa; certo non mancavano torce e candelabri e incensieri (per creare un’atmosfera gradevole e attenuare l’odore della carne alla brace), anfore colme di vino, hydrìai che contenevano acqua, bassi tavolini (tràpezai).
Una volta finito di mangiare, gli inservienti sgomberavano la sala dagli avanzi e preparavano tavolini con piatti di dolci a base di miele, oppure pistacchi e noci, il cratere faceva il suo ingresso al centro della sala e qui, oppure in un dìnos o a volte in uno stàmnos, era preparato il vino. Veniva eletto a dadi un simposiarca, cioè un “capo del simposio”, il quale aveva il compito di decidere la proporzione di acqua e vino da mescere agli ospiti, la quantità di vino da servire o il tipo di brindisi, a volte anche i giochi, in generale le regole che permettevano a tutti di divertirsi senza trascendere. Il vino era bevuto annacquato, perché schietto sarebbe stato troppo forte e avrebbe dato facilmente alla testa, rovinando l’atmosfera gioiosa; a seconda del tipo di uva era opportuno aggiungere del miele oppure altre spezie, spesso anche del formaggio (in alcuni corredi da banchetto sono state trovate grattugie di bronzo).
Una volta preparata la bevanda si rendeva omaggio agli dèi: il simposio era un rito a tutti gli effetti poiché il vino era un dono di Dioniso e il dio aveva dato agli uomini anche le indicazioni per poterlo bere senza averne danno; tuttavia era pur sempre una bevanda pericolosa che rischiava di rompere gli equilibri del buon vivere sociale e per questo era necessaria la protezione degli dei. La prima kýlix era riempita con poche gocce di vino schietto da offrire a Dioniso, la coppa era fatta passare in senso orario a tutti i partecipanti e ciascuno ne sorbiva solo un sorso e poi libava lasciando cadere delle gocce a terra; quindi si dedicavano altre kýlikes a Zeus padre, una agli eroi e una a Zeus Sotèr (salvatore) e si concludeva con un canto (“peana”) di buon auspicio.

La sala aveva una struttura particolare: la porta era decentrata per ospitare tutti i letti, e quello all’estrema destra dell’entrata era destinato al padrone di casa; le klìnai erano disposte in modo che i convitati fossero a stretto contatto, con le testate che si toccavano quasi a formare un circolo, così che da qualsiasi punto era possibile vedere e ascoltare gli altri. Generalmente in coppia, i simposiasti si incoronavano con ghirlande di edera, rosa, mirto o menta, alcune lunghe ghirlande erano appese alla parete accanto a ceste o strumenti musicali e con altre si incoronavano anche i crateri.

Gli strumenti del simposio

Il cratere (nome greco che deriva dal verbo kerànnymi, “mescolare”), il dìnos o lo stàmnos sono i vasi di grandi dimensioni che servono per mescere il vino annacquato. In SALA 13 è esposto sul proprio sostegno un dìnos attico a figure nere (inv. 3785), datato al secondo quarto del VI sec. a.C.; è interessante notare la raffigurazione di una ghirlanda di edera, altra pianta sacra a Diòniso, che corre tutto intorno all’orlo del vaso e che, secondo alcuni studiosi, indicherebbe l’uso di porre ghirlande di foglie o fiori anche attorno ai contenitori di vino nel simposio. I servi attingono con kýathoi o kýketra (ramaioli) oppure con oinochòai e òlpai, con le quali mescono il vino ai convitati che hanno in mano larghe coppe (kýlikes) oppure skýphoi. L’acqua aveva un’importanza fondamentale per il corretto svolgimento del simposio: era conservata in hydrìai o in kàlpides. Le anfore erano spesso presenti all’interno della sala e in esse era contenuto il vino che sarebbe stato diluito nel cratere.
L’uso di decorare i vasi potòri con scene di simposio si può dunque facilmente comprendere: la funzione e la decorazione spesso si sovrappongono, per cui è importante analizzare gli episodi via via raffigurati facendo attenzione alla forma del vaso per capirli.

Un protagonista insostituibile

“La voce prende coraggio vicino al cratere”, Pindaro, Nemea IX, 49

Il vaso principale in una sala in cui è in corso un simposio è sicuramente quello che contiene il vino da mescere e gli artisti scelgono spesso di raffigurare riunioni di convitati attorno al vaso collettivo: il cratere è il punto di partenza per la distribuzione e la circolazione del vino, esso unisce il simposio al kòmos, quando il bere si concretizza in una gioiosa sfrenatezza.
Il cratere può essere di materiale pregiato (uno dei più noti è l’esemplare di bronzo ritrovato in una tomba di Dervèni presso Salonicco, attuale capoluogo della Macedonia greca) oppure in ceramica; la decorazione sfrutta l’ampia superficie e crea opere di grande suggestione. Nella SALA 11 del II piano del Museo Archeologico troviamo i due crateri più illustri delle Antiche Collezioni e con essi cominciamo un percorso che, attraverso il materiale esposto, ci introdurrà nel simposio perfetto.
Il cratere a colonnette tardo-corinzio (inv. 4198) datato tra il 575 e il 500 a.C. raffigura ben quattro klìnai con un uomo e una donna distesi su ciascun letto: si tratta di una decorazione a figure nere con un uso del colore bianco per indicare non solo alcuni mobili e vesti ma soprattutto l’incarnato dei personaggi femminili, una consuetudine dell’età arcaica; altri tocchi di vernice paonazza distinguono cuscini e mantelli. Dietro ai convitati “galleggiano” sullo sfondo tre lire: si tratta del codice iconografico usato per indicare che la scena si svolge in un luogo chiuso e gli oggetti sono da intendere come appesi alla parete.

Siamo dunque in una sala da simposio e, considerando che il cratere è collocato al centro della sala, possiamo leggere la scena sul vaso come un riflesso di ciò che accade intorno: uomini e donne impegnati a bere e conversare.
Le donne del simposio greco sono etère, giovani ingaggiate per allietare i convitati concedendosi a loro ma anche intrattenendoli con danze o canzoni, a volte suonando per loro (ma la professione di musicista o di danzatrice e acrobata spesso si confonde con quella dell’etèra). In una comunità in cui la moglie è confinata in casa, spesso lasciata senza istruzione, destinata a organizzare il buon andamento economico della famiglia e ad allevare le figlie e i bambini piccoli, l’etèra è una donna che – nonostante un lavoro che la società condanna come non eticamente accettabile – è istruita nella letteratura e nella musica, è in grado di confrontarsi con l’uomo anche in campo politico: rimangono nella storia nomi famosi come la compagna di Pèricle Aspàsia (per la quale, tuttavia, non è chiaro se fosse una semplice etèra) oppure Frine, compagna e musa di Policléto. Donne emancipate, dunque, che nel simposio si guadagnano gli apprezzamenti dei convitati, suscitando spesso amori impossibili.
Nella stessa SALA 11 vediamo la kýlix (inv. 91167) datata 580 – 570 a.C., opera del Pittore di Falmouth e detta “dei comasti”. Una scena dipinta a figure nere presenta tre personaggi in atto di ballare: uno di loro ha in mano un corno potorio, utilizzato per il vino e spesso in mano a Diòniso come vaso “rituale” (questo particolare chiarisce che si tratta di un kòmos).
Il kòmos è il momento in cui, quando già più di un cratere è stato vuotato nelle coppe dei simposiasti, si crea una sorta di corteo che danza e canta attorno al cratere: a volte i comasti creano scompiglio non solo nella casa che li ospita ma anche fuori, per strada, dove si lanciano spesso alla ricerca della casa dell’amato o dell’amata, sperando di trarre dal vino il coraggio necessario per riconquistarli.
Il Cratere François (inv. 4209) campeggia al centro della SALA 11: l’opera del vasaio Ergòtimos e del pittore Kleitìas (datata intorno al 570 a.C.) può essere ammirata solo girando intorno alla sua circonferenza e seguendo le tante storie raffigurate sulla superficie. Le didascalie, scelte opportunamente dall’artista per indicare non solo i personaggi ma anche alcuni oggetti, chiariscono gli episodi mitici selezionati per decorare questo vaso da simposio.
Le decorazioni del cratere si articolano tutte su due lati, tranne quella centrale e le scene del piede: le nozze di Pelèo e Tèti, infatti, con il corteo di divinità che giunge a rendere omaggio ai due sposi, sono ritratte su una fascia che abbraccia il punto di maggior espansione del vaso, mentre Pigmèi e Gru si rincorrono tutt’intorno al piede. Il vaso stesso, in quanto cratere, è immerso nella realtà del simposio e, in quanto simbolo in se stesso, è scelto per viaggiare dalla Grecia all’Etruria e infine per accompagnare l’illustre proprietario nella tomba. Tuttavia le scene che riguardano più direttamente il tema del simposio sono tre: la figura di Diòniso in visita a Pelèo e Tèti, la scena del rientro di Efèsto sull’Olimpo (sul lato B del vaso, sotto il fregio con le nozze divine) e infine la lotta fra Centauri e Lapìti (sul lato B al di sotto della decorazione dell’orlo).

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