Il Museo Egizio di Firenze, secondo in Italia solo al famoso Museo Egizio di Torino, è ospitato nel Palazzo della Crocetta e la sua formazione si può far risalire già al settecento.
Nel corso del XVIII secolo infatti si possono trovare le prime tracce dei rapporti di Firenze con l’antico Egitto, costituite non solo da elementi architettonici egittizzanti presenti nella città, ma anche da un primo nucleo di antichità egiziane presente nelle collezioni dei Medici. Fra questo materiale sono di particolare interesse la statua “pseudo-cubo” del sacerdote Ptahmose, della XVIII dinastia, e uno splendido busto della dea Iside, che ha una storia veramente particolare. Il frammento, databile con sicurezza all’epoca saitica, poiché riporta, entro il cartiglio, il nome del faraone Amasi, è stata infatti rinvenuta proprio a Firenze, nell’ottobre del 1785, durante uno scavo di fondazione nell’attuale via S.Gallo; questa zona è molto lontana dall’area dove sorgeva l’Iseo fiorentino, e dove pertanto ci si poteva aspettare il rinvenimento di materiale egizio: si possono fare solo delle ipotesi sulle circostanze che hanno portato questa immagine di Iside dall’Egitto fino a Firenze, non ultima la presenza, nella zona, della villa romana di un seguace del culto isiaco.

Un Granduca con la passione per l’Egitto
Con il passare del tempo i rapporti tra Firenze e l’Egitto si intensificarono, grazie anche ad alcuni importanti e significativi personaggi toscani. Ad incrementare il primo nucleo egizio settecentesco contribuì in gran parte il Granduca di Toscana Leopoldo II, che nel 1824 acquistò la collezione di Giuseppe Nizzoli, cancelliere del consolato d’Austria in Egitto: già da tempo infatti i diplomatici europei in Egitto si dedicavano alla raccolta di antichità, che poi rivendevano ai propri governi e governanti per costituire i grandi musei egizi d’Europa. L’oggetto forse più importante della collezione Nizzoli è il famoso calice in fayence azzurra con la bocca quadrata, di cui esistono al mondo solo due esemplari, uno a Firenze e uno al Louvre di Parigi.
Il 13 agosto 1800 nasceva a Pisa Ippolito Rosellini, colui che sarebbe divenuto il padre dell’egittologia italiana. Laureato in teologia all’Università di Pisa, nel 1824 ottenne la cattedra di lingue orientali presso questa università, e mentre insegnava ebraico e arabo, cominciò a dedicarsi alla grande scoperta del francese Jean François Champollion, la decifrazione dei geroglifici egiziani (1822), che ormai era divenuta famosa in tutta l’Europa. Nell’estate 1825 ebbe l’occasione di conoscere il decifratore, venuto in Italia per esaminare le varie collezioni egizie disseminate per la penisola, a cominciare da quella del Museo Egizio di Torino. In occasione dunque della visita di Champollion a Firenze per esaminare la collezione Nizzoli appena acquistata dal Granduca, una profonda e fraterna amicizia legò subito il decifratore e Rosellini: questi divenne il fedele e affezionato discepolo dell’egittologo francese e lo seguì a Parigi, chiedendo un anno di congedo all’Università, per approfondire la conoscenza dei geroglifici.

La spedizione franco-toscana
Quando Champollion cominciò a pensare ad una spedizione scientifica in Egitto per approfondire lo studio dei geroglifici e raccogliere documenti sulla civiltà egizia, Rosellini accolse l’idea con entusiasmo: Carlo X re di Francia e Leopoldo II finanziarono la spedizione, che partì il 31 luglio 1828 e tornò il 27 novembre 1829. Le due missioni, francese e toscana, viaggiarono e operarono insieme, con lo Champollion come direttore generale e scientifico. Il quadro conservato in cima allo scalone dell’ingresso del Museo Archeologico di Firenze fu dipinto dal pittore Giuseppe Angelelli, uno dei partecipanti alla spedizione, al ritorno dal viaggio in Egitto: al centro si possono riconoscere, in abiti arabi, Champollion, seduto con la scimitarra, e Rosellini, in piedi con il mantello bianco; alla destra di Rosellini è Giuseppe Raddi, con i capelli bianchi, botanico fiorentino incaricato di raccogliere reperti botanici antichi e contemporanei. All’estrema sinistra, di spalle e con il calcagno scoperto, è Alessandro Ricci, medico e architetto senese, che per la puntura di uno scorpione al calcagno, morì dopo il rientro in patria. Gli altri partecipanti erano perlopiù disegnatori addetti alla copiatura di pitture e iscrizioni; alla “fotografia ricordo” dei membri della missione fanno da sfondo le rovine del tempio di Karnak, a Tebe.
I numerosi oggetti raccolti lungo il viaggio, sia eseguendo degli scavi archeologici, soprattutto a Tebe, sia acquistando reperti da mercanti locali, furono equamente suddivisi al ritorno tra il Louvre di Parigi e Firenze: il Museo Egizio di Firenze ebbe così un notevole incremento con oggetti di importanza pari a quelli andati al Louvre di Parigi. Fra i tanti reperti di grande rilevanza storica e artistica, sono da ricordare il famoso carro, il ritratto di donna del Fayum, il corredo della nutrice della figlia del faraone Taharqa, il frammento con gli scribi dalla tomba di Horemheb, nonché il pilastro e il frammento parietale con la dea Maat, (che è stato scelto come logo del Museo Egizio di Firenze), tagliati dalla tomba di Sethy I nella Valle dei Re.
Rientrati in patria, Champollion e Rosellini cominciarono a dedicarsi alla pubblicazione dei risultati della spedizione. Purtroppo poco tempo dopo l’egittologo francese morì, a soli 42 anni, lasciando a Rosellini tutto l’enorme lavoro da eseguire da solo; questi lavorò ininterrottamente per undici anni, lottando di continuo contro malevoli e invidiosi oppositori, nonché contro problemi economici per la stampa dei nove volumi “I Monumenti dell’Egitto e della Nubia”. La salute logorata dall’eccessivo lavoro portò Ippolito Rosellini ad una morte prematura il 4 giugno 1843, a Pisa, dove all’Università era titolare della prima cattedra di egittologia d’Italia.

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