Gli spettacoli teatrali nascono e si sviluppano, ad Atene e nel mondo greco, nell’ambito e sullo sfondo delle feste in onore di Dioniso: non si tratta originariamente di “spettacoli” in senso laico, destinati al divertimento e all’intrattenimento di un pubblico variopinto di spettatori, bensì di momenti significativi di un complesso rituale festivo che affonda le radici in antichissime cerimonie propiziatrici della fertilità dei campi.

Il teatro – inteso come la “struttura” specificamente destinata agli “spettacoli” teatrali – è un elemento architettonico indispensabile di ogni santuario di Dioniso di una certa importanza. Il carattere sacro di questa struttura risulta chiaramente confermato dalla centralità della thymèle (l’altare del dio) nell’ambito dell’orchestra (lo spazio generalmente circolare destinato in un teatro alle evoluzioni del coro). Naturalmente, anche santuari di altre divinità dispongono di strutture teatrali: si pensi -in particolare- ai santuari di Apollo a Delfi e di Asclepio a Epidauro nonché a santuari di divinità misteriche quali i Cabiri, a Tebe e a Samotracia. Per quanto concerne i Cabiri la centralità del teatro nell’ambito del santuario è accentuata -per esempio a Tebe- dal particolare rapporto intercorrente fra la struttura teatrale e il tempio: quest’ultimo vi occupa lo spazio e svolge la funzione che l’edificio scenico svolgeva nel teatro “classico”. Strutture di questo tipo in santuari di divinità misteriche appaiono verosimilmente destinate ai rituali d’iniziazione, nel corso dei quali un ruolo di primo piano dovevano giocare vere e proprie “sacre rappresentazioni” (in greco dròmena), che -attraverso il linguaggio allusivo del mito- apparivano capaci di svelare ai fedeli “verità” ancestrali.

Per quanto fondamentale appaia il ruolo delle strutture teatrali nell’ambito dei santuari di Dioniso e di altre divinità, originariamente il teatro rappresenta una struttura largamente provvisoria in materiale deperibile -essenzialmente il legno- facilmente montabile e smontabile in occasione delle principali feste dionisiache.

Il Teatro di Dioniso ad Atene, negli anni centrali del V sec. a.C. che vedono il fiorire della tragedia attica e della cosiddetta “commedia antica” nonché la definizione dei principali generi teatrali, risulta una struttura relativamente semplice edificata in materiale deperibile: solo nella seconda metà del IV sec. a.C. per volontà di Licurgo -e, significativamente, proprio in un periodo meno “creativo” e meno propenso alla sperimentazione nel quale il legame fra gli spettacoli teatrali e il culto di Dioniso si viene affievolendo mentre si guarda con rimpianto alla fioritura teatrale del secolo precedente- il Teatro di Dioniso si va trasformando in una struttura stabile in materiale non deperibile. Nel corso del IV sec. a.C. in tutta la Grecia sembrano progressivamente scomparire gli antichi teatri lignei, sostituiti da strutture lapidee di una scenografica monumentalità che s’inseriscono con naturalezza nel paesaggio urbano e appaiono capaci di modificarlo sostanzialmente.

Dioniso, dio del teatro

Dioniso è dunque il dio del teatro. Il dio del vino e dell’ebbrezza, circondato dal thìasos festante delle menadi e dei satiri rappresenta uno dei soggetti preferiti dai ceramografi attici di periodo arcaico (VI sec. a.C.) e classico (V sec. a.C.) anche in ragione del fatto che le scene dipinte decorano vasi che -destinati per lo più, in vario modo, a contenere il vino- rappresentano gli “strumenti” di Dioniso. Dioniso è normalmente raffigurato come un personaggio maturo, barbato, per lo più stante: il movimento e la frenesia che il dio sembra trasmettere al thìasos di menadi e di satiri non lo coinvolgono quasi mai direttamente. Il dio stringe nella mano un kàntharos, il calice dionisiaco per eccellenza, e un tralcio di vite che con le sue contorte diramazioni talvolta occupa gran parte del campo figurativo (esplicita allusione all’esplosiva forza vitale che si sprigiona da quella immagine). La statica ieraticità di molte immagini del dio sembra talvolta assimilare il “personaggio” Dioniso alla statua di culto del dio. Quest’ultima non manca di essere esplicitamente raffigurata sui vasi attici: parzialmente, come maschera gigantesca perfettamente frontale e dai tratti grotteschi avvolta in tralci di vite, oppure integralmente, come rozzo tronco fiorente di tralci di vite addobbato con le vesti e la maschera del dio, nel contesto di manifestazioni cultuali. I ceramografi attici non mancano di documentare la realtà delle feste in onore di Dioniso mentre alcune forme vascolari giocano un ruolo fondamentale nell’ambito di determinate feste dionisiache.

Chòes e Antesterie

Il caso dei chòes è significativo. Si tratta di brocche -per lo più di piccole dimensioni – che svolgono un ruolo significativo nell’ambito delle Antesterie, festa dionisiaca celebrata ad Atene in febbraio-marzo: nel “giorno dei chòes” (la seconda giornata delle Antesterie) i partecipanti alla festa facevano a gara a chi riusciva a bere una data quantità di vino più rapidamente degli altri dal proprio choùs. Alle gare partecipavano anche i bambini dai tre anni in su: questi ultimi ricevevano dai genitori un choùs miniaturistico. Spesso chòes miniaturistici raffiguranti bambini nudi intenti al gioco sono stati rinvenuti in tombe infantili a testimoniare una morte prematura nell’età dei chòes e la speranza in un destino oltremondano di salvezza e di beatitudine garantito dalla fede dionisiaca.

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