L’Idolino di Pesaro
Il video curato dal Centro di Restauro negli scorsi anni Novanta e presentato dal dott. Mario Iozzo, prende in esame il rifacimento di una statua in bronzo, il cosiddetto Idolino di Pesaro. La statua, datata in età augustea (27 a.C. – 14 d.C.), rappresenta un giovane stante, nudo, che reggeva nella mano sinistra un tralcio di vite, fatto che portò a riconoscervi un’immagine di Dioniso. L’Idolino fu rinvenuto a Pesaro nel 1530 e nel 1630 venne inviato a Firenze in occasione della promessa di fidanzamento del granduca di Toscana Ferdinando II (1621-1670) con Vittoria della Rovere, e dal 1890 si trova nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze.
Nel video gli operatori e i restauratori del Centro di Restauro della Soprintendenza sperimentano le successive fasi di fusione necessarie per la ricostruzione della statua bronzea. Partendo, quindi, da un modello in gesso prestato dall’Istituto d’Arte di Firenze, si osservano le varie fasi della tecnica a cera persa, dalla quadratura del modello, al calco con gomma siliconica ricoperto di gesso e poi riempito di cera, fino alla copertura della statua di cera con un calco di materiale refrattario e gesso liquido, nel quale, attraverso un’alberatura (canali di entrata e sfiato) viene colato il bronzo.
In una lettera datata 1892 di Luigi Adriano Milani al Ministro della Pubblica Istruzione P. Villari appare chiaro come il Palazzo della Crocetta sia stato scelto in funzione del giardino, che sembrava adatto ad ospitare in ali costruite all’interno le sculture antiche disseminate nella Galleria degli Uffizi e in vari palazzi fiorentini.
Milani considera il giardino come un’appendice del suo Museo Topografico e, per allestirlo, fa riferimento alla propria esperienza di studioso e visitatore dei maggiori musei europei: il metodo di “trapianto” dei monumenti era diffuso in quell’epoca e aveva esempi illustri soprattutto a Berlino con la porta di Babilonia o l’altare di Pergamo. Accanto a questa impostazione scientifica il Milani non disdegna la scelta di sculture poste nel giardino “per vaghezza”, inseguendo una sensibilità classica.

I giardini all’inglese dell’800 sono ricchi di giochi d’acqua e ruderi antichi, in Svezia nel 1891 viene aperto un parco botanico che ospita all’interno un museo del folklore. In Italia, invece, si mantiene il cosiddetto giardino all’italiana, che nell’800 può essere arricchito da piante esotiche ma in generale conserva la struttura di età rinascimentale.
Il giardino del Palazzo della Crocetta aveva ricevuto la fisionomia che in parte conserva ancora oggi: il principe di Craon, reggente granducale, intorno alla metà del Settecento aveva chiesto al giardiniere di Boboli, Francesco Romoli, di suddividere gli spazi in una serie di aiuole rettangolari e di allestire un agrumeto (di questo si conservano tre piante in prossimità del Salone del Nicchio). In questo assetto il giardino entra a far parte del Museo nel 1885.
Il giardino pensato dal Milani è un museo en plein air, che suscita anche l’ammirazione di studiosi stranieri e forse prende spunto dalle Esposizioni Universali che nel corso del secolo vengono allestite nelle capitali europee.
L’idea è quella di smontare alcune tombe etrusche e ricostruirle a Firenze in modo da permettere al visitatore l’esperienza allora rara di venire a contatto con il materiale direttamente nel contesto di pertinenza. Il criterio di scelta è legato alle condizioni di conservazione, per cui sono spostati solo quei monumenti per i quali non è garantita una buona tutela sul posto. Tuttavia gli intenti scientifici di Milani lasciano presto il posto a una suggestione estetica che non va troppo per il sottile: Giuseppe Castellucci, l’architetto che cura il trasporto delle tombe e la loro ricostruzione, non è attento a mantenere solo il materiale originario e compie integrazioni ardite.
In alcuni casi (tombe di Poggio alla Guardia e del Diavolino I, dal territorio di Vetulonia, Grosseto) la ricostruzione è solo parziale e si provvede al trasporto della sola cella; nella tomba di Casale Marittimo (Li) i blocchi delle pareti della camera e della pseudo cupola, originariamente lavorati a secco dagli Etruschi, vengono ricomposti con malta legante, mentre fra gli elementi lapidei della copertura si inseriscono staffe, a loro volta bloccate da pile di mattoni. Il muro circolare (tamburo) che sostiene e nello stesso tempo decora la base del tumulo non è ripristinato: il tumulo emerge così dal piano di calpestio del terreno del giardino; sarà uno dei successori, Antonio Minto, a tentare di salvare l’apparenza mettendo delle pietre informi che conferiscono al tutto l’aspetto di un’aiuola fiorita recintata.

Una delle suggestioni di Luigi Adriano Milani era la ricostruzione fatta a Londra di una tomba etrusca nella quale i visitatori erano invitati a entrare al lume di torce, l’atmosfera, così resa toccante, aveva colpito il direttore fiorentino, che quindi arricchisce le tombe ricostruite nel giardino di oggetti anche quando non appartenenti al medesimo contesto; sulla tomba di Casale Marittimo è infatti il cippo di Settimello (Fi) e all’interno della tomba della necropoli orvietana del Crocifisso del Tufo viene inserito il corredo di una tomba diversa della stessa necropoli.
Castellucci, Giuseppe
Giuseppe Castellucci (Arezzo 1863 – Firenze 1939) è stato un architetto italiano, tra gli esponenti principali dello stile neogotico in Toscana. Si formò all’Accademia di Belle Arti fiorentina e in seguito venne assunto presso l’Ufficio Regionale per la conservazione dei Monumenti Nazionali. In quella carica curò numerosissimi restauri su tutto il territorio regionale. Il Castellucci fu protagonista della sensibilità del suo tempo in base alla quale gli interventi erano caratterizzati da azioni invasive, arbitrarie e irreversibili, che oggi vengono tanto deprecate. A volte la drastica selezione azzerava la stratificazione secolare degli edifici, in altri casi si procedeva a una vera e propria ricostruzione ex-novo, con elementi più “immaginati” che filologicamente coerenti.

In ogni caso l’attività del Castellucci e dei suoi collaboratori, se letta nel quadro generale dell’epoca in questione, come espressione artistica a sé stante piuttosto che come intervento di “restauro”, restituisce un più giusto peso alle qualità estetiche del suo operato, che tanto caratterizzano l’aspetto delle città, dei borghi e dei castelli toscani anche oggi.
Firenze romana
La storia di Firenze preromana e romana costituisce ancora un capitolo aperto, pieno di incognite e di problemi da chiarire. Come accade frequentemente nei centri urbani, la continuità insediativa ha spesso comportato l’obliterazione delle testimonianze relative al passato, questo non significa però una “cancellazione” delle tracce di ciò che è stato, ma indica, al contrario, che il passato ha informato il presente. Osservando una foto aerea di Firenze risulta evidente che la struttura della colonia romana ha determinato il successivo sviluppo della città, tanto che, dalla lettura dell’attuale strutturazione edilizia, è possibile risalire all’impianto urbanistico antico.

Peraltro, il tentativo di recuperare, almeno in parte, le testimonianze antiche tramite lo scavo stratigrafico è un’esperienza piuttosto recente. In precedenza, soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento, non essendo accompagnate dallo scavo e dallo studio scientifico, le opere che hanno intaccato il sottosuolo fiorentino (fondamenta di edifici, condotte sotterranee ecc.) hanno spesso cancellato per sempre le tracce del passato. Così, le fonti archeologiche si riferiscono essenzialmente agli interventi effettuati in città durante la ricostruzione postbellica, mentre i recenti scavi in Duomo e in Piazza della Signoria hanno fornito una serie ricchissima di dati sulla storia di Firenze, dalle origini al Medioevo, dati che, per buona parte, sono ancora in corso di studio.

La colonia romana di Florèntia viene fondata sulla riva destra del medio corso dell’Arno, in un’area pianeggiante che era già stata frequentata in periodo villanoviano (a partire dal IX sec. a.C.): la presenza di un guado sul fiume aveva favorito questo stanziamento, anche se la zona era paludosa (molti affluenti sboccavano presso tale punto; inoltre l’area era pittosto bassa e l’Arno, a occidente della città, si divideva probabilmente in varie ramificazioni). Le colline a nord dell’Arno risultavano più idonee allo stanziamento, come testimonia l’insediamento villanoviano di Fiesole; inoltre erano salubri, adatte alla produzione agricola e dominavano il sottostante fondovalle.

Con l’espansione romana verso l’area padana, l’abitato del II sec. a.C., -che sorgeva nel cuore del sito della futura Florèntia- raggiunse una certa prosperità. Non è sicuro il rapporto fra questo insediamento e il percorso della Cassia: provenienti da est sono ricordati due diversi tracciati successivi. Mentre il più antico (Cassia Vetus) attraversava l’Arno nei pressi di Arezzo, quello più recente (Cassia Nova) passava il fiume circa all’altezza di Ponte Vecchio. Il percorso della Cassia Nova fu presumibilmente una conseguenza, non una causa, dell’accresciuta importanza di Florèntia.

Incerta è la data della fondazione della colonia, attribuita ora a Silla (82-79 a.C.), ora a Giulio Cesare (intorno al 59 a.C.), ora a Ottaviano (al tempo del Secondo Triumvirato, 42 a.C.): siamo comunque nell’ambito del I sec. a.C. Ultimamente si tende a collocare la fondazione di Florèntia nella prima età augustea (ottavo-nono decennio del I secolo a.C.), dopo che era stata effettuata un’opera di bonifica della pianura, voluta forse da Giulio Cesare. L’ impianto della colonia ripropone il modello classico dell’urbanistica romana: si sviluppa su un’area di circa 480 x 420 metri, cinta da mura e orientata secondo i punti cardinali (non secondo il corso dell’Arno). La rete stradale interna, delimitata da ìnsulae (isolati) di 60 x 60 metri circa., è organizzata ortogonalmente intorno agli assi principali: il cardo màximus (da nord verso sud, le attuali via Roma e Calimala) e il decumanus maximus (da est a ovest, corrispondente al Corso, via degli Speziali, via Strozzi). La centuriazione della campagna circostante seguiva invece un allineamento parallelo al corso dell’Arno. È scientificamente accertato, da dati archeologici, che la mancata corrispondenza tra l’impianto astronomico della città (Nord-Sud,Est-Ovest) e quello, divergente di 45°, della centuriazione del territorio occidentale (NordEst-SudOvest, NordOvest-SudEst) derivi dalla sistemazione idrogeologica e agricola della piana di Sesto Fiorentino, risalente alla più antica epoca etrusca (VII – VI sec. a.C.), che seguiva l’andamento dei corsi d’acqua che scendevano dai rilievi soprastanti. Nel punto di restringimento dell’Arno, fu costruito un ponte, in corrispondenza della direttrice di via Calimala (cardo maximus), che partiva proprio dall’attuale piazza del Pesce.

Il ponte, inizialmente in legno e obliquo al corso del fiume per meglio sostenere la spinta delle piene, viene ricostruito nel II sec. d.C. in seguito all’aumentato traffico convogliato dalla Via Cassia Adrianea. Sarà distrutto solo quattro secoli dopo, per cause belliche e alluvionali.

Le aree cimiteriali di Florèntia sorgono fuori dalle mura, lungo le strade principali. Una delle necropoli di maggior estensione, già in uso alla metà del I sec. a.C., si trovava lungo il tratto della via Cassia posto in direzione di Pistoia: resti di questa necropoli vennero alla luce nel XVI sec., durante gli scavi per l’edificazione della Fortezza da Basso e nel XIX sec. con la costruzione del ponte della ferrovia, al Romito. Nei primi decenni del II sec. d.C., probabilmente sotto il principato di Adriano (che realizzò il nuovo percorso della via Cassia), Florèntia conosce una grandiosa ristrutturazione urbanistica. Infatti alla prima fase augustea, con diffuso utilizzo di pietra locale e di cocciopesto, seguì una serie di costruzioni con largo uso di marmi.

Dall’età tetrarchica, con la riforma amministrativa di Diocleziano, Florèntia fu capitale della Regio (“Regione”) di Tuscia e Umbria. Il vescovo milanese Ambrogio nel 393 consacrò la prima cattedrale cristiana extramuraria di San Lorenzo, edificata sul luogo in cui si trovavano alcune tabèrnae romane che si affacciavano sul prosieguo del cardine massimo. Sono quest’ultime la testimonianza dell’espansione di Florèntia -in età imperiale- lungo i “borghi”, stendentisi fuori dalle porte della cerchia urbica coloniale. Il culto cristiano a Firenze ha il suo sviluppo sulla sponda sinistra dell’Arno: sul monte di San Miniato (Mons Florentinus) e sulle sue pendici. Nel luogo della chiesa di Santa Felicita, vi è un cimitero cristiano sotterraneo scavato alle falde collinari di costa San Giorgio. Dell’antico cimitero sono state rintracciate numerose lapidi, ora esposte nell’androne a destra della chiesa. Alcune sono scritte in greco e testimoniano la presenza di una comunità di mercanti siriaci ellenizzati pervenuti via mare, approdando alla foce dell’Arno, oppure arrivati da Roma per la via Cassia Adrianea.

La chiesa paleocristiana fu fondata verso la fine del IV sec. all’estremo opposto di San Lorenzo: sono questi i due poli opposti del cristianesimo fiorentino, uno a nord e l’altro a sud, ambedue fuori le mura che delimitavano la città ancora pagana. Intorno al V-VI sec. d.C. sorsero due imponenti basiliche, anch’esse situate in posizione simmetrica e contrapposta: la prima basilica di Santa Reparata e Santa Cecilia.

A partire dal V sec. si assiste a una “decadenza” irreversibile per la città, che stravolgerà l’assetto urbano e la società del tempo. Durante il VI sec. si assiste ad un largo spopolamento, in seguito all’occupazione gotica e alla guerra gotico-bizantina: la città si riduce ad un nucleo fortificato, ma non scomparirà mai del tutto.
Picchetto l’Archeologo
Picchetto L’Archeologo è un progetto didattico rivolto ai ragazzi delle scuole fiorentine primarie e secondarie di primo grado che aderiscono alle proposte didattiche del Comune di Firenze. Un’iniziativa che si inserisce nell’ambito di un piano d’intervento dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze volto a favorire l’approfondimento di temi legati alla storia, all’archeologia e alle tradizioni del territorio, in collaborazione coi Servizi Educativi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze (MANF), il Museo Egizio di Firenze (MEF) e la società di prodotti multimediali sideWAYS.

Si tratta di un’esperienza pratica di archeologia, con incontri, visite guidate e simulazioni di scavo che si avvale di strumenti multimediali come giochi e video in 3D, di una community e di tanti altri materiali didattici pensati e realizzati per la divulgazione on line su PortaleRagazzi.it, il sito dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze dedicato ai giovani e alle nuove tecnologie.

Obiettivi:

far conoscere ai ragazzi l’archeologia e il mestiere dell’archeologo attraverso l’utilizzo del mezzo informatico e l’esperienza pratica
stimolare l’interesse e la curiosità dei ragazzi nei confronti di opere d’arte e reperti archeologici
far utilizzare internet e le strumentazioni digitali
Struttura:

una lezione introduttiva all’uso del sito PortaleRagazzi.it, alla ricerca e all’esposizione dei contenuti didattici, da tenersi in aule scolastiche predisposte all’informatica
una visita guidata da esperti al Museo Archeologico Nazionale o al Museo Egizio di Firenze
una simulazione pratica di restauro archeologico e una dimostrazione di scavo in cassaforma, con riproduzioni di stratigrafie e reperti
Percorsi:

Per il Museo Archeologico Nazionale di Firenze sono stati realizzati i seguenti percorsi tematici multimediali:

Picchetto L’Archeologo in Etruria
Le armi, i soldati, la guerra
Il mondo del banchetto
I commerci nel mondo antico
Per il Museo Egizio di Firenze sono stati realizzati i seguenti percorsi tematici multimediali:

La figura femminile
Lo scriba e il sacerdote
Il corredo funerario
Approfondimenti:

Per un approccio all’Archeologia e allo studio dei reperti archeologici, dallo scavo all’esposizione museale, sono stati realizzati i seguenti percorsi tematici multimediali:

Lo scavo
Il restauro
L’esposizione museale
Pubblico di riferimento:

Scuole primarie e secondarie di primo grado del Comune di Firenze.

Adesioni:

Per aderire al progetto è necessario compilare il relativo modulo di adesione pubblicato nei volumi di proposte educative de “Le Chiavi della Città”, distribuiti, ogni anno, a tutte le scuole del Comune di Firenze, consultabili anche on line dal sito de “Le Chiavi della Città“.

Costi

Grazie ai finanziamenti dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze questo progetto non prevede costi per le scuole aderenti.
Nascita e formazione del Museo Egizio di Firenze
dicembre 17, 2009 by Stefania Berutti · 6 Comments
Filed under: MEF, MEF – Storia
Il Museo Egizio di Firenze, secondo in Italia solo al famoso Museo Egizio di Torino, è ospitato nel Palazzo della Crocetta e la sua formazione si può far risalire già al settecento.
Nel corso del XVIII secolo infatti si possono trovare le prime tracce dei rapporti di Firenze con l’antico Egitto, costituite non solo da elementi architettonici egittizzanti presenti nella città, ma anche da un primo nucleo di antichità egiziane presente nelle collezioni dei Medici. Fra questo materiale sono di particolare interesse la statua “pseudo-cubo” del sacerdote Ptahmose, della XVIII dinastia, e uno splendido busto della dea Iside, che ha una storia veramente particolare. Il frammento, databile con sicurezza all’epoca saitica, poiché riporta, entro il cartiglio, il nome del faraone Amasi, è stata infatti rinvenuta proprio a Firenze, nell’ottobre del 1785, durante uno scavo di fondazione nell’attuale via S.Gallo; questa zona è molto lontana dall’area dove sorgeva l’Iseo fiorentino, e dove pertanto ci si poteva aspettare il rinvenimento di materiale egizio: si possono fare solo delle ipotesi sulle circostanze che hanno portato questa immagine di Iside dall’Egitto fino a Firenze, non ultima la presenza, nella zona, della villa romana di un seguace del culto isiaco.

Un Granduca con la passione per l’Egitto
Con il passare del tempo i rapporti tra Firenze e l’Egitto si intensificarono, grazie anche ad alcuni importanti e significativi personaggi toscani. Ad incrementare il primo nucleo egizio settecentesco contribuì in gran parte il Granduca di Toscana Leopoldo II, che nel 1824 acquistò la collezione di Giuseppe Nizzoli, cancelliere del consolato d’Austria in Egitto: già da tempo infatti i diplomatici europei in Egitto si dedicavano alla raccolta di antichità, che poi rivendevano ai propri governi e governanti per costituire i grandi musei egizi d’Europa. L’oggetto forse più importante della collezione Nizzoli è il famoso calice in fayence azzurra con la bocca quadrata, di cui esistono al mondo solo due esemplari, uno a Firenze e uno al Louvre di Parigi.
Il 13 agosto 1800 nasceva a Pisa Ippolito Rosellini, colui che sarebbe divenuto il padre dell’egittologia italiana. Laureato in teologia all’Università di Pisa, nel 1824 ottenne la cattedra di lingue orientali presso questa università, e mentre insegnava ebraico e arabo, cominciò a dedicarsi alla grande scoperta del francese Jean François Champollion, la decifrazione dei geroglifici egiziani (1822), che ormai era divenuta famosa in tutta l’Europa. Nell’estate 1825 ebbe l’occasione di conoscere il decifratore, venuto in Italia per esaminare le varie collezioni egizie disseminate per la penisola, a cominciare da quella del Museo Egizio di Torino. In occasione dunque della visita di Champollion a Firenze per esaminare la collezione Nizzoli appena acquistata dal Granduca, una profonda e fraterna amicizia legò subito il decifratore e Rosellini: questi divenne il fedele e affezionato discepolo dell’egittologo francese e lo seguì a Parigi, chiedendo un anno di congedo all’Università, per approfondire la conoscenza dei geroglifici.

La spedizione franco-toscana
Quando Champollion cominciò a pensare ad una spedizione scientifica in Egitto per approfondire lo studio dei geroglifici e raccogliere documenti sulla civiltà egizia, Rosellini accolse l’idea con entusiasmo: Carlo X re di Francia e Leopoldo II finanziarono la spedizione, che partì il 31 luglio 1828 e tornò il 27 novembre 1829. Le due missioni, francese e toscana, viaggiarono e operarono insieme, con lo Champollion come direttore generale e scientifico. Il quadro conservato in cima allo scalone dell’ingresso del Museo Archeologico di Firenze fu dipinto dal pittore Giuseppe Angelelli, uno dei partecipanti alla spedizione, al ritorno dal viaggio in Egitto: al centro si possono riconoscere, in abiti arabi, Champollion, seduto con la scimitarra, e Rosellini, in piedi con il mantello bianco; alla destra di Rosellini è Giuseppe Raddi, con i capelli bianchi, botanico fiorentino incaricato di raccogliere reperti botanici antichi e contemporanei. All’estrema sinistra, di spalle e con il calcagno scoperto, è Alessandro Ricci, medico e architetto senese, che per la puntura di uno scorpione al calcagno, morì dopo il rientro in patria. Gli altri partecipanti erano perlopiù disegnatori addetti alla copiatura di pitture e iscrizioni; alla “fotografia ricordo” dei membri della missione fanno da sfondo le rovine del tempio di Karnak, a Tebe.
I numerosi oggetti raccolti lungo il viaggio, sia eseguendo degli scavi archeologici, soprattutto a Tebe, sia acquistando reperti da mercanti locali, furono equamente suddivisi al ritorno tra il Louvre di Parigi e Firenze: il Museo Egizio di Firenze ebbe così un notevole incremento con oggetti di importanza pari a quelli andati al Louvre di Parigi. Fra i tanti reperti di grande rilevanza storica e artistica, sono da ricordare il famoso carro, il ritratto di donna del Fayum, il corredo della nutrice della figlia del faraone Taharqa, il frammento con gli scribi dalla tomba di Horemheb, nonché il pilastro e il frammento parietale con la dea Maat, (che è stato scelto come logo del Museo Egizio di Firenze), tagliati dalla tomba di Sethy I nella Valle dei Re.
Rientrati in patria, Champollion e Rosellini cominciarono a dedicarsi alla pubblicazione dei risultati della spedizione. Purtroppo poco tempo dopo l’egittologo francese morì, a soli 42 anni, lasciando a Rosellini tutto l’enorme lavoro da eseguire da solo; questi lavorò ininterrottamente per undici anni, lottando di continuo contro malevoli e invidiosi oppositori, nonché contro problemi economici per la stampa dei nove volumi “I Monumenti dell’Egitto e della Nubia”. La salute logorata dall’eccessivo lavoro portò Ippolito Rosellini ad una morte prematura il 4 giugno 1843, a Pisa, dove all’Università era titolare della prima cattedra di egittologia d’Italia.
Nascita e formazione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze
Firenze e le correnti culturali a metà dell’800
Il Museo Archeologico Nazionale nasce e si forma in un periodo di intensa attività intellettuale e politica nella Firenze capitale della neonata nazione italiana.
In Europa il pensiero filosofico e le correnti culturali europee cercavano di indirizzare i sentimenti dei popoli che attraverso aspri scontri dovevano ora organizzarsi e identificarsi in un ideale comune. D’altro canto, il rapporto di Firenze con le vestigia del passato era reso esclusivo e particolare proprio dal carattere di tali testimonianze: la città, infatti, era ricca di luoghi che nei secoli avevano contenuto, e in qualche caso cominciato a catalogare, i più disparati repertori del sapere umano, da quello storico-artistico a quello scientifico. Già nel 1853 la Galleria degli Uffizi era stata aperta al pubblico, che poteva ammirare, accanto a statue romane e quadri secenteschi, anche i reperti antichi con cui i membri della famiglia Medici avevano tracciato un filo rosso dai lucumoni etruschi ai granduchi toscani di un territorio che, per corrispondere parzialmente a quello etrusco, sconfinava nei possedimenti papalini.
Sono perciò gli Uffizi a presentarsi, a Firenze, come il primo istituto museale in un’accezione moderna, con il biglietto d’ingresso – gratuito la domenica – custodi preposti alla accoglienza e vigilanza ed etichette didascaliche. Tale spirito innovativo nella presentazione e fruizione dell’oggetto antico si inserisce nella più grande corrente del pensiero positivista: in Italia in questo periodo si viene infatti delineando un sistema di musei locali, nati da un rinnovato interesse delle comunità per il proprio passato e dai risultati delle ricerche scientifiche, e di musei a carattere nazionale sorti sulla spinta delle esigenze di una politica centralizzatrice.
A Firenze la temperie culturale porta all’apertura dell’Istituto di Studi Superiori, una sorta di scuola di perfezionamento, accolta poi nel sistema accademico, oppure alla fondazione di riviste scientifiche e letterarie, la “Nuova Antologia” e il quotidiano “La Nazione”; nel 1865 apre i battenti la casa editrice Le Monnier e nel 1868 viene fondata la Biblioteca Nazionale (inizialmente nei locali amministrativi della Galleria degli Uffizi). In questo clima si cerca di rinnovare l’assetto delle collezioni artistiche e scientifiche presenti nella città: nei musei scientifici c’è una maggiore attenzione all’aspetto didattico, sono forse quelli che più direttamente beneficiano del rinnovamento positivista. All’allestimento dei musei di carattere storico o storico-artistico si dispone una commissione nominata nel 1860, cui una legge del 1866 facilita il compito inducendo le congregazioni religiose a consegnare allo Stato gli oggetti, arazzi, statue, dipinti e libri, raccolti nei secoli.
La formazione dei nuovi musei è legata ai lavori dell’Istituto di Studi Superiori di Firenze: se con l’impostazione idealista, infatti, si cercava nel museo un tempio consacrato a valori imprescindibili testimoniati dagli oggetti del passato e del presente, con quella positivista si tentava di seguire lo sviluppo storico di una cultura e di una civiltà cercando la complicità tra il luogo di studio e il laboratorio in cui applicare le teorie elaborate: il museo diventa perciò una scuola pratica e di apprendimento al servizio dei professori e degli studenti dell’Istituto.
Nacquero così, negli stessi anni, il Museo di Storia Naturale, l’Orto Botanico, il Museo di Psicologia, il Museo di Antropologia e di Etnografia.
La ricerca e il museo archeologico mantennero anche un’importanza politica: se il “genio” italiano e fiorentino si ritrovavano analizzati e offerti al pubblico nei musei di impostazione scientifica, lo spirito di comunanza politica che stava nascendo doveva essere rafforzato dalla conoscenza approfondita del passato remoto, dei popoli che avevano abitato l’Italia e ne avevano preparato l’avvento come Nazione.
Medagliere
Il Medagliere Granducale costituiva la collezione numismatica della Galleria degli Uffizi, che constava di un primo e più antico nucleo appartenuto già a Lorenzo il Magnifico, e di una vasta raccolta che l’Elettrice Palatina Anna Maria Ludovica aveva donato, alla sua morte nel 1743, allo Stato di Toscana, a condizione che non fosse mai alienato da Firenze e rimanesse a disposizione dei visitatori di qualunque provenienza.
Gamurrini, Gian Francesco
Archeologo e storico [1835-1923]. Nominato nel 1867 Direttore dei Musei di Antichità delle RR. Gallerie di Firenze istituì, sempre a Firenze, nel 1871, il Museo Egizio-Etrusco (nel Convento di Fuligno in via Faenza). Nominato Regio Commissario dei Musei e Scavi dell’Etruria e dell’Umbria insieme con L. Pigorini trasportò e ampliò, con fortunati acquisti, le raccolte archeologiche fiorentine nel Palazzo della Crocetta.

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