Le feste ateniesi in onore di Dioniso
Le feste in onore di Dioniso avevano una grande importanza nell’Atene antica, legate com’erano alle rappresentazioni teatrali. È nota infatti l’importanza del teatro nella vita degli Ateniesi, che dal 585 a.C. circa gli riservavano un angolo del calendario. In occasione delle Grandi Dionìsie di fine marzo la pòlis imponeva a un cittadino ricco la coregìa, cioè le spese di allestimento dei cori per l’intera rappresentazione tragica. Il corego godeva d’altra parte di altissima considerazione e se vinceva le gare riceveva un premio ufficiale.

Le grandi feste di fine marzo erano l’ultimo atto, per così dire, della serie di quattro Dionìsie che iniziava a fine dicembre con le ‘Piccole Dionìsie’ o ‘Dionisìe Rurali’ e proseguiva con le ‘Lenee’ o ‘Dionisie del Leneo’ di fine gennaio e le ‘Antesterie’ di fine febbraio.

Le Dionìsie Rurali si svolgevano nei borghi (demi) attici intorno ad Atene, ed alla splendida processione prendeva parte tutto il coro degli efèbi. Vi si rappresentavano opere già allestite nelle grandi Dionìsie precedenti. Alcuni demi (Kollytòs, Pireo) giunsero però a rivaleggiare con Atene e ad ospitare opere prime, ad esempio di Euripide.

Le Lenee si svolgevano nella brutta stagione ed avevano quindi una risonanza solo locale, priva dello sfarzo delle Grandi Dionìsie. Comprendevano una processione di carri, rappresentazioni tragiche e soprattutto comiche; mentre infatti vi partecipavano i maggiori commediografi, per la tragedia si rappresentavano opere di autori giovani o ancora poco noti.

Le Antesterie non comprendevano rappresentazioni teatrali. Duravano tre giorni tra febbraio e marzo, e costituivano una tipica festa primaverile di desacralizzazione del vino nuovo. Il primo giorno, l’undici del mese di Antesterione, si aprivano i vasi del vino nuovo. Il dodici, giorno “dei chòes”, si distribuiva il vino in chòes, brocche spesso miniaturistiche e adatte a bimbi. Vi era un pubblico banchetto e chi finiva il suo vino per primo, ne vinceva un otre. Il simulacro di Dioniso veniva portato in processione dal Lenàion al Ceramico di Atene e viceversa, accompagnato da un ricco corteggio. Il sacrificio ed il rito della ierogamia erano tesi ad assicurare la fertilità: la ierogamia era letteralmente il matrimonio celebrato o tra due divinità oppure tra una divinità e un essere umano; nel caso delle Antesterie, Dioniso si univa alla moglie di uno dei magistrati di Atene, l’arconte re. Alla fine delle Antesterie si fugava il clima di impurità creato da demoni e defunti (che si credeva vagassero per la terra in questi giorni) al grido ripetuto thyraze kêres, oukét’Anthestèria (‘fuori, dèmoni, sono finite le Antesterie’).

L’arrivo della buona stagione e la riapertura dei porti conferivano alle Grandi Dionisìe un’importanza panellenica. Esse rievocavano la traslazione del simulacro ligneo (xòanon) di Dioniso da Eléutere (piazzaforte attica ai confini con la Beozia) ad Atene (I giorno). Il II giorno si svolgevano la pompè (processione), i cori e il kômos (baldoria, festa popolare). Dal IV al VI giorno si avevano le rappresentazioni drammatico-satiresche, mentre l’ultimo giorno coincideva con il plenilunio. Il primo giorno si presentavano le opere, le compagnie e gli autori; il secondo giorno i cori comprendevano i concorsi ditirambici fra i gruppi di 50 uomini istruiti a cura delle dieci tribù attiche. Il terzo giorno era dedicato al concorso comico, cui i commediografi partecipavano ciascuno con un’opera; vi erano tre autori in gara (cinque nel IV sec. a.C.). Nei tre giorni dedicati alla tragedia partecipavano tre autori, ciascuno con una tetralogia di tre tragedie e un dramma satiresco; ad ogni poeta era dedicato un giorno diverso e chi vinceva riceveva un premio. I giudici erano cinque, scelti dalla Bulè e dal corego: dopo aver assistito alle tetralogie, scrivevano su tavolette la graduatoria degli autori, tra i clamori della folla assiepata a teatro. Il costo dell’ingresso a teatro era basso e lo Stato interveniva in favore dei più poveri, facilitando loro l’accesso allo spettacolo. Abbiamo notizia, certo incompleta, dell’esistenza di 150 tragediografi e di 180 autori comici; anche calcolando una media bassa di opere per ciascun autore, è facile calcolare un numero sterminato di opere. A noi ne è giunta una quantità limitata, selezionata -per così dire- ‘al collaudo’ del pubblico: sono rimaste infatti soltanto le opere diventate di repertorio dal V al II sec. a.C., quelle cioè di maggior successo. Già nel 386 a.C. iniziano le ‘riprese’ di vecchie tragedie, che dal 341 divengono annuali: evidentemente si sceglievano quelle che piacevano di più.

BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO

L. DEUBNER, Attische Feste, Hildesheim 1962.
A. PICKARD CAMBRIDGE, The Dramatic Festivals of Athens, Oxford 1962 (con bibliografia precedente).
A.W. PARKE, The Festivals of the Athenians, London 1977.
La tragedia nel teatro greco antico
TRAGEDIA E DRAMMA SATIRESCO

Il dramma greco non consiste solo di parti recitate, ma, a differenza di quello moderno, comprende anche parti musicali, cantate e danzate dal coro nell’orchestra (la parte circolare del teatro frapposta fra il palcoscenico e le gradinate del pubblico). La parola ‘commedia’ deriva infatti dal termine greco kòmos, che significa ‘danza’. ‘Tragedia’ significa a sua volta ‘canto del caprone’ e si riferisce probabilmente ai membri del coro, che nelle opere più antiche comparivano travestiti da satiri.

Satiri e sileni

I satiri erani degli esseri mitologici legati alle ninfe dei monti e più tardi al dio del vino, spesso confusi con i sileni, evidentemente perché sia gli uni che gli altri erano esseri semiferini. Gli studiosi hanno individuato dei tratti caratteristici che contraddistinguerebbero i ‘sileni’ come esseri dalle membra umane, il naso camuso e la coda equina che compaiono sui vasi attici del VI e V sec. a.C., e i ‘satiri’ come esseri con zampe e coda di capra protagonisti delle leggende mitiche del Peloponneso; i monumenti figurati del Peloponneso non offrono però rappresentazioni di ‘satiri’ caprini, ma semmai di ‘comasti’. Bisognerà allora supporre che gli antichi Greci non facessero differenza fra i due termini di satiro e sileno, anche perché in effetti usano indifferentemente ora l’uno ora l’altro. Non dobbiamo stupirci del fatto che figure così comiche compaiano nelle tragedie più antiche, perché Dioniso fu sempre considerato patrono del teatro greco. Ad Atene le rappresentazioni tragiche erano quindi delle sacre liturgie di cui si occupava lo Stato, imponendone l’allestimento ai cittadini più ricchi, detti in quell’occasione ‘coreghi’. Il sacerdote di Dioniso aveva un posto di rilievo a teatro, mentre la thyméle (l’altare) del dio si trovava al centro dell’’orchestra’.

L’origine della rappresentazione tragica

Tutto intorno alla thyméle danzava il coro, intonando parole che nei primi tempi non si basavano su di un testo già scritto, ma venivano improvvisate sul momento. Questi canti concitati venivano chiamati ‘ditirambi’ ed i poeti continuarono a comporli anche quando il coro cessò di intonarli nelle tragedie. Queste infatti mutarono a poco a poco di argomento e di stesura, fino ad assumere la forma canonica. Sia gli abitanti dell’Attica, la regione di Atene, che quelli del Peloponneso, si vantavano di avere ‘inventato’ la tragedia. Diversi motivi fanno però supporre che avessero ragione i secondi: prima di tutto per l’origine peloponnesiaca dei satiri, e poi perché nella tragedia gli stasimi (le parti cantate dal coro) mantengono sempre una patina dialettale dorica; infine, perché verso il 600 a.C. nel Peloponneso si cessa di dedicare il ditirambo solo a Dioniso e si comincia a comporlo anche intorno ad altri dèi ed eroi, magari celebrandone la morte con canti collettivi (thrênoi). I nuovi argomenti erano per lo più desunti dall’epica e non erano sempre noti al pubblico. Ciò spiega perché intorno al ditirambo si sviluppano le parti recitate (rhêseis): prima, infatti, tutti conoscevano le leggende di Dioniso, mentre adesso gli argomenti riguardano eroi che non sempre gli spettatori conoscono bene. Del resto, il pubblico è abituato al dialogo, perché già nel ditirambo i cantori rispondevano al corifeo (un membro del coro che aveva una parte più caratterizzata all’interno del dramma) che incominciava il canto. Si allungano anche i cori, giacché devono approfondire il racconto, e si fa strada l’idea di preparare i presenti allo spettacolo, facendolo precedere da un prologo recitato. Poiché il canto si è tanto esteso, rischia continuamente la prolissità: si preferisce allora alleggerirlo, intercalandolo con episodi recitati dagli attori. Gli scrittori antichi sostengono che queste novità vengono introdotte da Tespi, un autore di Ikarìa, vissuto nel VI sec. a.C., che avrebbe visitato i vari demi dell’Attica con un carro che gli serviva da palcoscenico. Naturalmente si tratta di una leggenda: non bisogna credere che Tespi inventasse da solo novità che si svilupparono certo gradualmente.
Il teatro nella Grecia antica
Gli spettacoli teatrali nascono e si sviluppano, ad Atene e nel mondo greco, nell’ambito e sullo sfondo delle feste in onore di Dioniso: non si tratta originariamente di “spettacoli” in senso laico, destinati al divertimento e all’intrattenimento di un pubblico variopinto di spettatori, bensì di momenti significativi di un complesso rituale festivo che affonda le radici in antichissime cerimonie propiziatrici della fertilità dei campi.

Il teatro – inteso come la “struttura” specificamente destinata agli “spettacoli” teatrali – è un elemento architettonico indispensabile di ogni santuario di Dioniso di una certa importanza. Il carattere sacro di questa struttura risulta chiaramente confermato dalla centralità della thymèle (l’altare del dio) nell’ambito dell’orchestra (lo spazio generalmente circolare destinato in un teatro alle evoluzioni del coro). Naturalmente, anche santuari di altre divinità dispongono di strutture teatrali: si pensi -in particolare- ai santuari di Apollo a Delfi e di Asclepio a Epidauro nonché a santuari di divinità misteriche quali i Cabiri, a Tebe e a Samotracia. Per quanto concerne i Cabiri la centralità del teatro nell’ambito del santuario è accentuata -per esempio a Tebe- dal particolare rapporto intercorrente fra la struttura teatrale e il tempio: quest’ultimo vi occupa lo spazio e svolge la funzione che l’edificio scenico svolgeva nel teatro “classico”. Strutture di questo tipo in santuari di divinità misteriche appaiono verosimilmente destinate ai rituali d’iniziazione, nel corso dei quali un ruolo di primo piano dovevano giocare vere e proprie “sacre rappresentazioni” (in greco dròmena), che -attraverso il linguaggio allusivo del mito- apparivano capaci di svelare ai fedeli “verità” ancestrali.

Per quanto fondamentale appaia il ruolo delle strutture teatrali nell’ambito dei santuari di Dioniso e di altre divinità, originariamente il teatro rappresenta una struttura largamente provvisoria in materiale deperibile -essenzialmente il legno- facilmente montabile e smontabile in occasione delle principali feste dionisiache.

Il Teatro di Dioniso ad Atene, negli anni centrali del V sec. a.C. che vedono il fiorire della tragedia attica e della cosiddetta “commedia antica” nonché la definizione dei principali generi teatrali, risulta una struttura relativamente semplice edificata in materiale deperibile: solo nella seconda metà del IV sec. a.C. per volontà di Licurgo -e, significativamente, proprio in un periodo meno “creativo” e meno propenso alla sperimentazione nel quale il legame fra gli spettacoli teatrali e il culto di Dioniso si viene affievolendo mentre si guarda con rimpianto alla fioritura teatrale del secolo precedente- il Teatro di Dioniso si va trasformando in una struttura stabile in materiale non deperibile. Nel corso del IV sec. a.C. in tutta la Grecia sembrano progressivamente scomparire gli antichi teatri lignei, sostituiti da strutture lapidee di una scenografica monumentalità che s’inseriscono con naturalezza nel paesaggio urbano e appaiono capaci di modificarlo sostanzialmente.

Dioniso, dio del teatro

Dioniso è dunque il dio del teatro. Il dio del vino e dell’ebbrezza, circondato dal thìasos festante delle menadi e dei satiri rappresenta uno dei soggetti preferiti dai ceramografi attici di periodo arcaico (VI sec. a.C.) e classico (V sec. a.C.) anche in ragione del fatto che le scene dipinte decorano vasi che -destinati per lo più, in vario modo, a contenere il vino- rappresentano gli “strumenti” di Dioniso. Dioniso è normalmente raffigurato come un personaggio maturo, barbato, per lo più stante: il movimento e la frenesia che il dio sembra trasmettere al thìasos di menadi e di satiri non lo coinvolgono quasi mai direttamente. Il dio stringe nella mano un kàntharos, il calice dionisiaco per eccellenza, e un tralcio di vite che con le sue contorte diramazioni talvolta occupa gran parte del campo figurativo (esplicita allusione all’esplosiva forza vitale che si sprigiona da quella immagine). La statica ieraticità di molte immagini del dio sembra talvolta assimilare il “personaggio” Dioniso alla statua di culto del dio. Quest’ultima non manca di essere esplicitamente raffigurata sui vasi attici: parzialmente, come maschera gigantesca perfettamente frontale e dai tratti grotteschi avvolta in tralci di vite, oppure integralmente, come rozzo tronco fiorente di tralci di vite addobbato con le vesti e la maschera del dio, nel contesto di manifestazioni cultuali. I ceramografi attici non mancano di documentare la realtà delle feste in onore di Dioniso mentre alcune forme vascolari giocano un ruolo fondamentale nell’ambito di determinate feste dionisiache.

Chòes e Antesterie

Il caso dei chòes è significativo. Si tratta di brocche -per lo più di piccole dimensioni – che svolgono un ruolo significativo nell’ambito delle Antesterie, festa dionisiaca celebrata ad Atene in febbraio-marzo: nel “giorno dei chòes” (la seconda giornata delle Antesterie) i partecipanti alla festa facevano a gara a chi riusciva a bere una data quantità di vino più rapidamente degli altri dal proprio choùs. Alle gare partecipavano anche i bambini dai tre anni in su: questi ultimi ricevevano dai genitori un choùs miniaturistico. Spesso chòes miniaturistici raffiguranti bambini nudi intenti al gioco sono stati rinvenuti in tombe infantili a testimoniare una morte prematura nell’età dei chòes e la speranza in un destino oltremondano di salvezza e di beatitudine garantito dalla fede dionisiaca.
Pràtina
Poeta peloponnesiaco, originario di Fliunte, attivo ad Atene intorno al 500 a.C. Secondo i grammatici alessandrini sarebbe stato l’inventore del dramma satiresco, ma è da ritenersi più verosimilmente un innovatore di questo genere teatrale. Dei circa 50 drammi a lui attribuiti, 32 sono per l’appunto drammi satireschi.

Chiudi il menu